L'uomo verde d'alghe ovvero Baciccin Tribordo (Fiaba della Liguria) di Italo Calvino


La mia morale per questa fiaba: mai cercare di separare la Luna e il Mare


C’era una volta, in un piccolo Regno affacciato sul mare, un Re disperato. (Il mare della Liguria? Chissà! Certo è che il mare ci fa pensare al viaggio; il mare, con il temperamento imprevedibile può mutare le sorti dei personaggi. In realtà, il mare di questa fiaba è piuttosto statico: non ci sono tempeste; onde altissime; correnti indomabili.)
La sua unica figlia, la Principessa reale, un bel giorno era sparita nel nulla, non lasciando alcuna traccia di sè. (Eccola qui la caratteristica di questo mare: è un mare che cattura e nasconde; viene infatti istintivo, leggendo, pensare che la fanciulla sia scomparsa in mare.)
Il Re aveva provveduto ad offrire una lauta ricompensa, oltre alla mano della giovane, a chi fosse riuscito a ritrovarla e a riportarla sana e salva nel suo Regno. Tutti i giovani più prestanti si erano impegnati in lunghe ricerche per Terra ma nessuno ancora aveva pensato di cercarla per mare… (Anche in questa fiaba compare una tematica spesso ricorrente: il Re, perduta la figlia, promette la stessa figlia in sposa all’uomo che la ritroverà. Non importa chi sia questo uomo, il Re non cerca un marito ricco, bello o potente ma cerca un uomo valoroso che riporti a casa la sua proprietà (la figlia) e così dimostri di saperla anche difendere. Difendere la figlia o il patrimonio che questa avrà in eredità?).
-E’ troppo pericoloso-dicevano-non si sa mai cosa può succedere una volta lontani da terra...e se arrivasse una tempesta? Un mostro marino? E se il vento ci portasse fuori rotta facendoci perdere nella vastità del mare? No, no non si può andare per mare a caso cercando qualcuno, in mare si va per pescare, per commerciare su rotte ben conosciute, al limite per combattere contro i nemici, ma così…. (Qui abbiamo l’atteggiamento consono e abituale, in base al quale, gli esseri umani agiscono; agiscono sempre come hanno imparato e il nuovo li spaventa ma…)
Un capitano esperto in rotte commerciali ed avvezzo all’arte  degli affari però , aveva fiutato un’opportunità per arricchirsi e diventare il futuro sovrano. Decise quindi di avventurarsi per mare con la sua nave in cerca della Principessa.- La prima cosa da fare,è mettere insieme una ciurma!-disse pieno di autorità da comandante. (…arriva a questo punto chi sceglie di fare diversamente dagli altri: arriva il creativo, il folle, il coraggioso che, con difficoltà, troverà dei compagni)
Ma cerca di qua, cerca di là, nessun marinaio era disposto ad andare con lui.
Dopo che ebbe cercato e chiesto e girato per tutto il regno, il capitano adocchiò uno strano marinaio: era Baciccin Tribordo. (Eccolo è lui, lo “strano”, ossia “fuori dall’ ordinario”)
Era come sempre molto ubriaco e si trastullava fuori dall’osteria da cui l’avevano buttato fuori per l’ennesima volta. (Quel “buttato fuori per l’ennesima volta” ci suggerisce che oltre che strano, il personaggio è anche un emarginato, un rifiutato dalla società. Come molti protagonisti di fiabe - i poveri; i bambini abbandonati a genitori e matrigne; le persone raggirate dagli altrui imbrogli - anche il nostro Baciccin avrà la sua rivincita).
Era tutto fuorchè presentabile. (Aspetto evidentemente asociale).
- Verresti sulla mia nave alla ricerca della Principessa?- (Si presenta una possibilità di riscatto).
Gli chiese il capitano.
-Perchè no?-rispose Baciccin-tanto qui non mi fanno più entrare… (Accettazione della sfida).
E così Baciccin fu il primo a salire sulla nave, portandosi dietro alcuni marinai che vedendolo, avevano preso coraggio e avevano deciso di tentare.
Una volta a bordo, Baciccin non faceva,come al solito, che ubriacarsi, dormire e ciondolare sghembo per tutta la nave, senza riuscire a fare nessun lavoro utile…
Gli altri marinai cominciarono a lamentarsi con il capitano e nessuno lo sopportava più. (Anche qui Baciccin è diventato un emarginato, uno “strano”).
-Baciccin-disse un giorno il capitano-scendi nella scialuppa e và ad esplorare quello scoglio che si vede in lontananza…
Appena Baciccin fu nella scialuppa, il comandante diede l’ordine di allontanarsi e lo abbandonò, solo, in mezzo al mare.
(A questo punto Baciccin non è solo un espulso dalla società ma la sua espulsione è avvenuta tramite l’inganno, diventa quindi vittima degli altri; questa vittima adesso, in base alla coerenza che ci si aspetta da una fiaba, dove la vittima ha la sua rivincita (a parte in Andersen) avrà sicuramente un colpo di fortuna.)

La Regina delle nevi, da Andersen a Venezia

tratto da Letture giovani

La Regina delle Nevi, di Andersen si apre con l’immagine di uno scenario ideale, legato all’infanzia: due bambini, Kai e Gerda, che giocano in un giardino immerso nei fiori; tra questi fiori c’è una rosa, Andersen non ci dice di quale colore fosse, forse rossa. Macchie di colore rosso, come vedremo, ritornano spesso in questa fiaba: il cuore di Kai, le scarpette rosse di Gerda, le ciliegie del giardino della maga. Ma torniamo all’inizio, due bambini che giocano tranquilli e che, durante il lungo inverno, la nonna, intorno al fuoco rassicurante delle casa e degli affetti familiari, racconta della cattiveria della Regina delle Nevi che, con il suo gelo, uccide la natura. In una sera, così come tante, ecco che la finestra si spalanca per un colpo di vento, entra la Regina delle Nevi e una scheggia di ghiaccio si va a conficcare nel cuore caldo di Kai. E’ un attimo, lui torna subito a sorridere, come fosse lo stesso bambino di sempre, ma in realtà dentro di lui qualcosa è entrato: il gelo. Il gelo come un diavolo s’impossessa dell’innocenza di Kai. Quanto impiega il demonio a impossessarsi della sua preda? Un attimo, un soffio.
Kai che fino ad allora giocava con Gerda, divertendosi a lasciarsi trascinare dalle slitte dei contadini, viene abbagliato dalla slitta enorme e luccicante della Regina delle Nevi che lo trascina con sé, lontano dal suo mondo, lo porta in un mondo conosciuto. Il viaggio di Kai è un viaggio inconsapevole di un viaggiatore che non può opporsi a questo viaggio, non sa dove sta andando e perché, ha perso del tutto volontà e consapevolezza. Come ha fatto la Regina delle Nevi a impossessarsi di lui? Prima, come abbiamo visto, con una scheggia di ghiaccio nel suo cuore; in seguito, dopo che Kai era salito sulla slitta, lo ha paralizzato con un bacio; il bacio della Regina non è il bacio del Principe Azzurro che sveglia la futura principessa, no questo è un bacio che crea l’incantesimo negativo, la maledizione. E’ un bacio che pietrifica come lo sguardo di Medusa.
Dove Kai sia andato lo dovrà scoprire la sua piccola amica Gerda. E’ lei che percorrerà in modo consapevole la strada che Kai ha percorso travolto da forze a lui estranee. E’ il femminile che ricondurrà a casa chi si è peduto. Così la piccola promette di donare le sue scarpette rosse alle onde del fiume se la porteranno da Kai. Con questo dono siamo di fronte all’inizio di un viaggio dove “i piedi” e il camminare per sentieri conosciuti non è più possibile, Kai è in un’altra dimensione. Gerda sa soltanto muoversi camminando ma questo modo conosciuto di muoversi non le serve più. Servono le onde e Gerda getterà le sue scarpe “inutili” per lei tra le onde, in modo che queste possano “camminare” da Kai. La bambina, durante il suo viaggio arriverà in un giardino di ciliegi, un’oasi, ma che, come la casetta di marzapane di Hansel e Gretel, nasconde al suo interno una maga che offre ciliegie a Gerda e comincia a pettinarle i capelli; pettinandola le porta via i ricordi, anche il ricordo di Kai. Questa scena ricorda la strega di Biancaneve che pettina la bambina e il pettine, rimasto tra i capelli, la farà addormentare. Passati alcuni giorni Gerda troverà la memoria quando vedrà una rosa e ne sentirà l’odore. Sarà allora che le tornerà alla mente la rosa del giardino in cui giocava con Kai e a cui aveva dedicato un verso:
«Le rose non perdono il profumo mai e amici per sempre saran Gerda e Kai.»
Raggiungerà infine Kai nel castello di ghiaccio dove la Regina delle Nevi lo ha reso suo schiavo con questa sentenza:  «Se con questi (ghiaccioli) riesci a formare la parola ETERNITÀ, può anche darsi che ti lasci libero.»
I due bambini si abbracciano, anche se Kai ancora non riconosce l’amica; la bambina piange e una lacrima si versa negli occhi di Kai fino ad arrivare al cuore che si riscalda di nuovo e il bambino, finalmente, riconosce l’amica. In terra, i ghiaccioli hanno formato la parola ETERNITA’. Ritornarono a casa in piena estate e quando il giardino era fiorito (compresa la rosa simbolo della loro amicizia eterna). Morale della fiaba? Forse che l’inverno, per quanto gelido, non è eterno quanto invece l’amicizia e il profumo delle rose?
La Regina della neve è stata ripresa e inserita nel libro Fiabe per i leoni veneziani, a cura di Andrea Storti,  con illustrazioni di Vincenzo Sanapouna raccolta di fiabe classiche ambientate nella città di Venezia. Dalla IV di copertina possiamo leggere:
A Venezia è scoppiato il finimondo. Le statue dei leoni che costellano la città hanno improvvisamente preso vita, svegliandosi dal loro sonno di pietra. Ora corrono per campi e calli facendo scherzi e dispetti a chiunque. Rubano i dolcetti ai pasticceri, spingono in acqua i poveri turisti e ruggiscono in faccia ai vecchietti.

Tutti sono spaventatissimi e ai bambini viene persino proibito di giocare all'aperto! Di restare tutto il giorno al chiuso, tuttavia, è fuori discussione. Fortunatamente, il piccolo Marco e i suoi amici hanno un piano: raccontare ai leoni delle fiabe della buonanotte. 

Le statue, però, esigono solo storie di Venezia! Con un po’ di fantasia, ecco allora che la bella si addormenta in gondola, Biancaneve diventa candida come una spumiglia e la Regina delle Nevi ghiaccia il Canal Grande.
Riusciranno i nostri eroi a riaddormentare i grossi gattoni capricciosi?
Un’avventura è nell’aria…
Illustrazione di Cho Yong-Joon
"Le incantevoli illustrazioni del coreano Cho Yong-Joon (qui il suo sito) sono state l’occasione per condividere alcuni passi de Nena e l’anello d’oro, rivisitazione veneziana della fiaba La regina delle nevi, firmata dalla talentuosa Deborah Epifani (qui il blog) e appartenente all’antologia Fiabe per leoni veneziani". (tratto dal blog di Chagall, dove troverete la fiaba completa di tutte le illustrazioni).

200° anniversario delle fiabe dei Fratelli Grimm e i doodle dedicati alle fiabe

Il Doodle di Google dedicato al 200° anniversario delle fiabe dei Fratelli Grimm, in particolare, il doodle, è dedicato alla fiaba di Cappuccetto Rosso


Nella Galleria delle Fiabe, a cura di Tiziana Ricci: la storia illustrata di Cappuccetto Rosso
Cappuccetto Rosso alchemico: l'analisi di Giuseppe Sermonti

Altri Doodle sono stati dedicati al mondo delle fiabe e delle favole, eccone alcuni:

Il pifferaio magico di Edoardo Bennato (E' arrivato un bastimento)


Copertina di E' arrivato un bastimento
di Edoardo Bennato (1983)
Edizioni Musicali Cinquantacinque S.r.l.

Ogni favola è un gioco, tratta dall'album E' arrivato un bastimento (1983) di Edoardo Bennato. L'album è ispirato alla celebre fiaba del Pifferaio Magico visto come metafora dell'artista/pifferaio nella società dei consumi, dove i topi (oggetto di persecuzione nella fiaba) rappresentano la massa.

Ogni favola è un gioco

Ogni favola è un gioco
che si fa con il tempo
ed è vera soltanto a metà
la puoi vivere tutta
in un solo momento
è una favola e non è realtà
Ogni favola è un gioco
che finisce se senti
tutti vissero felici e contenti
forse esiste da sempre
non importa l'età
perché è vera soltanto a metà!...
Ogni favola è un gioco
è una storia inventata
ed è vera soltanto a metà
e fa il giro del mondo
e chissà dov'è nata
è una favola, e non è realtà
Ogni favola è un gioco
se ti fermi a giocare
dopo un poco lasciala andare
non la puoi ritrovare
in nessuna città
perché è vera soltanto a metà!...
Universi sconosciuti, anni luce da esplorare
astronavi della mente, verso altre verità!
Ogni favola è un gioco
che si fa con il tempo
ed è vera soltanto a metà
la puoi vivere tutta
in un solo momento
è una favola e non è realtà!
Ogni favola è un gioco
se ti fermi a giocare
dopo un poco lasciala andare
non la puoi ritrovare
in nessuna città
perché è vera soltanto a metà!

Il Pifferaio Magico di Hamelin (analisi)



Il personaggio che in Italia è conosciuto come Pifferaio Magico è in realtà, nel resto del mondo, il Pifferaio Variopinto (Pied Piper); in effetti, nella fiaba si racconta più volte del mantello a due colori indossato dal Pifferaio, fin dall’inizio, come a sottolineare la principale caratteristica del personaggio: (Nell'anno 1284 uno strano uomo fu visto ad Hamelin. Indossava un soprabito e uno scialle bicolore) o in seguito: (Si allacciò il mantello colorato, ed entrò nell'acqua…) non si parla di magia. Si deve pensare che probabilmente il termine “magico” sia da riferirsi al potere incantatore della musica. 
Il pifferaio, così vestito, libererà la città dai topi; quando tornerà per vendicarsi del torto subito, indosserà altri abiti, ossia abiti da cacciatore e un cappello rosso. Tuttavia, non perde la sua identità e viene, comunque, riconosciuto come pifferaio e, anche in veste di cacciatore, sta suonando il flauto e non possiede armi da caccia. L’abito sembra quindi essere una caratteristica, una maschera fondamentale per la trama della fiaba. Un cambio di abiti che permette la metamorfosi del protagonista: da liberatore a rapitore, quale sarà la sua vera personalità? 
Se consideriamo che uno dei pochi avvenimenti certi è relativo al fatto che la vicenda dei ratti è un'aggiunta del 1500, dobbiamo circoscrivere la vicenda della città di Hamelin solo ai bambini. In questo caso, prevarrebbe la figura del cacciatore sul pifferaio incantatore di topi. Tre secoli dopo i Fratelli Grimm aggiunsero la variante finale, secondo la quale, due bambini (uno cieco e uno storpio) si salvarono e rimasero ad Hamelin; un terzo bambino, tornato indietro per prendere una giacca, riferirà di aver visto il folto gruppo di bambini sparire ai piedi di una montagna. Il bambino cieco e il bambino storpio sono stati probabilmente aggiunti dai Grimm per dare ancora più mistero alla vicenda, che non può avere testimoni, in quanto, i due bambini possono riferire solo in parte a causa dei loro handicap; impossibile, quindi, per le conoscenze umane risalire alla fonte originale. 
In sintesi, se togliamo la vicenda dei ratti, se togliamo la variante dei Grimm, se togliamo la magia del pifferaio rimane questo: 
“Nell'anno 1284, il giorno di Giovanni e Paolo
il 26 di giugno

Da un pifferaio, vestito di ogni colore,
furono sedotti 130 bambini nati ad Hameln
e furono persi nel luogo dell'esecuzione vicino alle colline.” 

(Iscrizione ad Hamelin 1602-1603) 
L'accalappiatore di topi 1897 Lit Konig 
Pubblicità di carne Liebig, Londra

Chi ha portato via 130 bambini al suono di un piffero? Sappiamo che Jobus Fincelius menziona la vicenda nel suo De miracolis sui temporis (1556), identificando il Pifferaio con il Diavolo. Il diavolo, è spesso associato al suono del flauto, ripreso dai riti pagani legati a Fauno. Ma adesso voliamo in India a trovare la Fenice con il suo becco  forma di flauto: 
"La fenice è uno strano ed affascinante uccello che vive nelle terre d’India. Possiede un becco lunghissimo che è provvisto come il flauto di numerosi fori, non meno di cento. Vive priva di compagno, e anzi la solitudine è la sua ragion d’essere. Da ogni foro del suo becco sgorga una diversa melodia, tra le cui note si cela un arcano. Quando da quei fori s’innalza il suo triste lamento, pesci ed uccelli diventano inquieti per lei, tutte le belve si placano e perdono quasi coscienza per la dolcezza di quel canto. Un filosofo che un tempo fu intimo amico della fenice, venne iniziato da lei alla scienza della musica. Ella, che vive quasi mille anni, presagisce il momento della morte e quando sta per giungere, rassegnata, raduna attorno a sé della sterpaglia, poi vola su quella pira e, inquieta, canta a se stessa lugubri nenie. Da ognuno dei fori del suo becco pare che sgorghi un diverso lamento di morte, che sale dal profondo della sua anima incontaminata: come esperto menestrello, modula arie diverse e, mentre canta, trema come una foglia nell’angoscia della morte. Al suono di quel flauto lamentoso, belve ed uccelli vengono a lei per ascoltarla, dimentichi come per incanto delle cose del mondo, ed a migliaia le muoiono dinnanzi, sopraffatti dalla pena per la sua triste sorte, ed infiniti altri cadono in profondo deliquio, incapaci di sostenere la malinconia del suo canto. Davvero è straordinario quel giorno!...".  La morte della fenice, da Il verbo degli uccelli di Farid ad-din Attar (Iran 1100 circa - ?), Edizioni Mondadori 1999, a cura di Carlo Saccone. 

Significato di Biancaneve e i 7 nani


Biancaneve nella versione di
Walt disney
Tutti vissero felici e contenti, gran parte delle favole ha questa frase nella loro conclusione, un happy end, il lieto fine per dimostrare che il bene trionfa sul male. Segue, o a volte anticipa di qualche riga, la morale della favola che altro non è che l’insegnamento che le vicende narrate e gli accadimenti di cui sono stati protagonisti i personaggi deve portare a chi legge. Ma quale bene e quale male? C’è chi interpreta le favole in chiave cattolica, chi in chiave esoterica/alchemica, chi mitologica e i due antagonisti – bene e male – vengono identificati in base appunto a questa chiave di lettura. Biancaneve e i 7 nani è insieme alle Avventure di Pinocchio tra le favole più ricche di interpretazioni entrambe legate come sono alla crescita dell’individuo, attraverso avventure, inganni di streghe o gatti a braccetto di volpi.
Hanno anche, al di là dell’apparenza un’origine molto vicina alla natura: Pinocchio nasce da un pezzo di legno, Biancaneve nasce nel desiderio della madre quando,  intenta a cucire, si punge un dito  una goccia di sangue cade sulla terra innevata e la madre di Biancaneve in quel momento esprime il desiderio: “Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, e dai capelli neri come il legno della finestra!”. La nascita di Biancaneve è ispirata dalla natura e dai suoi colori: bianco, rosso e nero, per quest’ultimo in alcune versioni si preciserà “nero come l’ebano”.
Le stesse caratteristiche dei tre colori sono nella personalità di Biancaneve? Il bianco è il bianco candido, accentuato ancor di più dal rosso vivo delle guance e dal nero dei capelli; è il bianco della pallida luna, l’irraggiungibile luna; il rosso è il sangue, la vita che scorre la parte solare; il nero è la morte in cui spesso sotto forma di improvvisi sonni Biancaneve si imbatte (si addormenta nel bosco; si addormenta quando viene pettinata; si addormenta quando morderà la mela); ma il nero è associato all’ ebano e partecipando così delle sue stesse qualità: forza, durezza e resistenza. Biancaneve giunge nel bosco, lasciata lì dal cacciatore incaricato di ucciderla, e lì dovrà continuare la sua vita perché quella è la sua origine, il ritorno nella vecchia casa è impossibile a rischio della stessa vita, solo nel bosco può trovare la salvezza. Esausta si addormenta. Un sonno che la rigenera e, nella versione animata di Walt Disney, si può vedere il tornare alla vita di tutti gli animaletti del bosco che guardano incuriositi l’intrusa. Un’intrusa che porta la rinascita nella natura, una sorta di primavera della terra che, sciolta la neve, germoglia di nuovo. L’immagine di Biancaneve sdraiata a terra e che si solleva fa pensare a questo trionfo primaverile.
Ed i 7 nani, che cosa rappresentano?
Il numero 7, insieme al 3, è il numero sacro più diffuso nella mitologia e nelle religioni. Tra i collegamenti più frequenti quello con i sette pianeti, più precisamente quei corpi che per gli antichi non avevano una collocazione fissa nel cielo: Sole, Luna, Venere, Giove, Marte, Mercurio e Saturno. Proprio per questo suo collegamento con il cielo, il numero 7 venne eletto a simbolo di saggezza e riflessione. Nel libro della Bibbia è presente ben 424 volte. 

I 3 capelli d'oro del diavolo, fiaba dei fratelli Grimm (prima parte)


(Breve sunto. Trama originale al link). Da una coppia molto povera nasce un bambino, viene al mondo con la camicia della fortuna e subito gli viene predetto che a 14 anni sposerà la figlia del re. Il re, raggiunto dalla notizia, decide di farsi affidare il bambino dalla povera coppia, lo mette in una scatola e lo affida alla corrente del fiume; la scatola che trasporta “la fortuna” arriverà tra le mani di un garzone di un mugnaio dal quale verrà allevato. Raggiunti i 13 anni e saputo che il bambino era ancora vivo, il re va dal mugnaio e consorte a chiedere che il ragazzo porti una lettera alla regina; il mugnaio accetta, così il ragazzo parte ma “fortunatamente” si perde nel bosco e si imbatte in una casa abitata da una vecchia e da alcuni briganti.  I briganti, mentre il ragazzo dorme, aprono la lettera dove leggono che il re ordina alla Regina di uccidere il ragazzo appena le avrà consegnato la lettera. I briganti sostituiscono la lettera, ordinando, a firma del re, di dare in sposa la figlia al giovane. La Regina così eseguirà. Tornato a palazzo il re, contrariato da ciò che è accaduto, chiederà al ragazzo che se vuole davvero essere il marito della principessa, dovrà portargli 3 capelli d’oro del diavolo. Il ragazzo parte. Attraversa 3 città, nella prima gli chiedono perché la fontana che prima elargiva vino, adesso non dà più nemmeno l’acqua; nella seconda perché un albero che prima dava mele d’oro adesso non fa più nemmeno le foglie; nella terza, sul fiume che deve attraversare per arrivare all’inferno, il traghettatore gli chiede perché deve andare sempre di continuo lungo il fiume. A tutti il ragazzo dice che al riorno risponderà. Giunto all’inferno trova la nonna del diavolo che lo trasforma in formica per non farlo vedere al Diavolo. Tornato a casa il diavolo si addormenta tra le braccia della nonna la quale, mentre dorme gli strappa il primo capello; la nonna si giustifica dicendo che lo ha fatto durante il sonno perché aveva avuto un brutto incubo, nel sogno c’era una fontana che non elargiva vino e nemmeno acqua; il diavolo risponde che dipendeva dal fatto che sotto la fontana viveva un rospo e doveva essere ucciso per far tornare il vino; la scena si ripete altre due volte e ogni volta il diavolo dà la soluzione alle tre domande poste al ragazzo: l’albero delle mele d’oro ha le radici rosicchiate da un topo, il traghettatore deve lasciare il remo al prossimo passeggero che al posto suo condurrà la barca lungo il fiume. Il ragazzo percorre la strada di casa, rispondendo alle domande dei tre, i quali gli regalano asini carichi di monete d’oro. Il re, visto tornare il ragazzo con i 3 capelli e carico d’oro lo accetta come marito della figlia. Avido di maggiore ricchezza il re chiede al ragazzo come fare, il ragazzo gli dice di andare dal traghettatore che lo condurrà di là dal fiume; il traghettatore, visto il nuovo passeggero, svelto gli cede il remo e da quel giorno il re continua ad attraversare il fiume senza sosta.
Foto tratta da
www.grimmstories.com
Il protagonista nasce con la camicia, ossia, anche se questo non è specificato nella fiaba, avvolto da una membrana protettiva che al momento della nascita di solito rimane nel ventre materno ma che, in qualche caso, può essere presente su parte del corpo del nascituro. Il fatto che la placenta sia simbolo di nutrimento e vita, oltre al fatto che nascere avvolti da essa non è frequente, ha portato a pensare che sia buon auspicio. Fortuna, però, in latino è un termine che indica la sorte, sia nel suo aspetto positivo che negativo. Ed in effetti, al protagonista accadono avvenimenti anche di sorte avversa, fin da quando è ancora un neonato: verrà gettato nel fiume. Il fiume, l’acqua, il liquido amniotico che di nuovo lo accoglie, non lo sommerge, ma lo culla e lo trasporta fino ad arrivare nelle mani del garzone del mugnaio, mani come quelle dell’ostetrica che lo hanno accolto e portato nelle braccia della madre. Il garzone lo affiderà alle cure del mugnaio e della moglie. La sorte positiva già si è manifestata: il bambino continua ad essere accolto e nutrito. Il neonato trasportato dalle acque di un fiume è ricorrente nella mitologia e nella cultura popolare. Nel mito di Perseo, il re Acriso, rinchiuderà la figlia e il bambino appena messo al mondo in una cassa che abbandona alla deriva nel mare. Solo l’intervento di Zeus farà sì che la cassa approdi sulle coste dell’isola di Serifo.  Romolo e Remo, a noi più familiari, saranno anche loro cullati fino ad essere nutriti da una lupa. La scatola, in fondo, può essere associata all’utero materno, dove il nostro protagonista è protetto ma non del tutto irraggiungibile dal pericolo e dalla sorte avversa: un’ondata, il rovesciarsi della scatola e il viaggio può terminare. Invece continua con due nuovi genitori, ciò che il Re aveva disgregato, l’acqua ha riunito.
L’acqua è archetipo femminile, quindi creatrice.

Vassilissa la Bella e Baba Yaga

Tra le figure più spaventose ed affascinanti delle fiabe ci sono la strega e la vecchia. Praticano incantesimi e mandano malefici sono fate cattive e vecchie malvagie, possono essere vecchie streghe che nascondono, al loro interno, una bella fanciulla che aspetta soltanto che l’incantesimo svanisca e possa riprendere il suo giovane aspetto. E' il caso della strega di Biancaneve, dove, sotto l’aspetto di una vecchia rugosa e mostruosa si nasconde la bella Regina Grimilde; come se la trasformazione avesse rovesciato la regina che diventa brutta e perfida come è in realtà interiormente. Esiste anche la figura della vecchia mangiatrice di bambini, mangia i bambini come volesse riappropriarsi delle forze giovani, che la vecchia ha ormai perduto; la più conosciuta è sicuramente la strega di Hansel e Gretel, vive in un posto dolce e appetitoso: una casetta di marzapane, in realtà è lei ad essere golosa di bambini. 
La vecchia negativa è, in questo caso, come se fosse testimone della fine della Grande Madre, la Madre Natura invecchiata che non partorisce più ma dà la morte o si nutre della vita dei bambini. Nella mitologia e nelle fiabe russe troviamo Baba Yaga (gamba d’osso), così viene descritta nella fiaba Vassilissa la Bella
“Veramente orrenda, viaggiava su un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con capelli di persone morte da gran tempo. E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi di Baba-Yaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l'alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno.” 
Vive in una casa nel bosco in realtà è una casa provvista di zampe e può spostarsi anche esternamente al bosco) dalla fiaba menzionata così viene descritta la sua abitazione: 
“La casa era fatta di ossa, di teschi e di occhi, ed era sorretta da colonne fatte di gambe umane. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita di mani e piedi umani, e il chiavistello era un grugno di denti appuntiti.” 

Due fiabe per diventare immortali: La vecchia che riuscì ad ingannare la morte e Il paese dove non si muore mai


Che si tratti di fiabe, di filosofia, scienza, di mitologia o di qualsiasi sfera umana si tratti, la ricerca e il desiderio di essere immortali sembra prerogativa dell’uomo folle quanto del saggio. Si pensi alla ricerca della pietra filosofale, capace di fornire l’elisir di lunga vita in grado di conferire l'immortalità, fornendo la panacea universale per qualsiasi malattia. Nelle fiabe, in realtà, esiste l’incantesimo che non garantisce l’immortalità ma una sorta di “pausa” dalla vita. Nella prima fiaba (ungherese) che vi riporto interamente, la protagonista sconfigge la Morte; nella seconda invece, la Morte, anche se evitata per centinaia di anni, ad un certo punto avrà la destinata vittoria sul nostro protagonista.

La vecchia che riuscì ad ingannare la morte.
Forse è vero, forse non lo è ma c'era una volta una donna vecchia, vecchia. Ma molto, molto vecchia, più vecchia del giardiniere che piantò il primo albero del mondo. Ciononostante era piena di vita, e non si sognava affatto di morire. Era sempre indaffarata in casa sua a lavare, pulire, cucinare, cucire, stirare e spolverare, proprio come una giovane massaia. Ma, un giorno, la Morte si ricordò della vecchia e venne a bussare alla porta di casa sua. La vecchia, che stava facendo il bucato, disse che non poteva andarsene proprio in quel momento: doveva ancora sciacquare, strizzare, far asciugare e stirare le sue cose. A far in fretta, pensava che sarebbe stata pronta, nel migliore dei casi, la mattina dopo; quindi, la Morte avrebbe fatto bene a ritornare da lei il giorno successivo.
– Aspettatemi, allora, domani alla stessa ora, – fece la Morte e scrisse col gesso sulla porta: «Domani».
Il giorno dopo la Morte tornò a prendere la vecchia.
– Ma, signora Morte, vi siete certamente sbagliata. Guardate sulla porta e vedrete quando è fissato che veniate a prendermi, – osservò la vecchia. La Morte guardò sulla porta e lesse: «Domani».
– Vedete, dunque, – aggiunse la vecchia. – Venite domani e non oggi.
La Morte se ne andò e ritornò il giorno dopo. La vecchia l'accolse con un sorriso dicendo: – Ma, signora Morte, vi siete sbagliata un'altra volta. Non vi ricordate d'aver scritto voi stessa sulla porta che sareste venuta domani e non oggi? E così la storia andò avanti per un mese intero. Ma la Morte finì per stancarsi. L'ultimo giorno del mese disse:
– Mi state ingannando, vecchia mia! Domani verrò da voi per l'ultima volta. Ricordatevelo bene! –
E cancellò dalla porta quel che lei stessa aveva scritto e se ne andò. La vecchia, a questo punto, dopo tanto riflettere pensò: «Mi nasconderò nel bariletto del miele, – diceva fra sé e sé la vecchia. – La Morte non mi troverà certo lì dentro!». E si nascose nel bariletto del miele, lasciando scoperto soltanto il naso. Ma subito pensò: «Per l'amor del cielo, la Morte è furba! Mi troverà anche nel bariletto del miele e mi porterà via!».
Saltò fuori dal bariletto e andò a nascondersi in una cesta piena di piume d'oca. Ma subito pensò: «Per l'amor del cielo, la Morte è furba! Mi troverà anche nella cesta». Mentre saltava fuori dalla cesta la Morte entrò nella stanza. Guardò intorno e non riuscì a vedere la vecchia da nessuna parte,  ma vide una spaventosa, orribile figura, tutta coperta di piume bianche, e con qualcosa di denso che le gocciolava di dosso. Non poteva essere un uccello, e neppure una persona: era, comunque, una cosa terribile a vedersi. La Morte fu così terrorizzata che fuggì a gambe levate, e non tornò più a cercare la vecchia.

La protagonista di questa fiaba ungherese è riuscita a vincere la Morte, diversamente accade al protagonista della fiaba, Il paese dove non si muore mai, che troviamo nella raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino.

I protagonisti delle fiabe irlandesi


L'Irlanda è un territorio che si estende lungo territori sostanzialmente ostili, circondato dal mare e dall’Oceano Atlantico; territorio aperto ai venti, alle correnti e al volere della natura. Questo ha contribuito a dar vita ad una civiltà che ha vissuto in forte contatto con la propria natura (ha, per certi aspetti, delle similitudini con il Giappone). In questo ambiente, la fiaba era rivolta soprattutto a superare le paure che fenomeni naturali ostili potevano suscitare e a comprenderli, trasformandoli in personaggi, spiriti, folletti, fate, gnomi, in goblin e in leprecauni.
Raccontate di notte, in territori dove l’oscurità ricopre gran parte del giorno, folletti e fate potevano “illuminare” gli animi e confortarli; allo stesso tempo, gli stessi folletti potevano avere le caratteristiche dell’oscurità, del pericolo e del malvagio.
 Ed è proprio questo mondo che ritroviamo nelle fiabe che, ancora oggi, possiamo leggere grazie a studiosi che le hanno selezionate, trascritte e tramandate. Tra questi studiosi non possiamo non ricordare William Butler Yeats (1865 – 1939) con la sua raccolta Fairy and Folk Tales of the Irish Peasentry (1888).
Il Leprecauno
E nella prefazione scrive a proposito del mondo fantastico celtico: “[…] perfino un giornalista crederà nei fantasmi se lo attirate dentro un cimitero a mezzanotte, perché siamo tutti visionari se andiamo a scavare nel profondo. Ma il Celta è un visionario, senza bisogno di scavare”.
Il Leprecauno
Il nome deriva dal gaelico “leath bhrogan” che significa “calzolaio”, attività che la piccola creatura svolge magistralmente. E, bisogna aggiungere che, tra il nutrito popolo degli elfi, degli gnomi e folletti, il leprecauno è l’unico che ha un lavoro e tra i suoi clienti, le fate. Ha l’incarico di custodire i tesori, di solito monete d’oro, custoditi in pentole d’oro collocate alla fine dell’arcobaleno. Ma un difetto lo ha anche il leprecauno, infatti, capita spesso che approfitti di un sorso di potcheen e sia difficile trovarlo sobrio. E’ piccolo, con vestiti verdi  ed un cappello con fibbia; con barba rossa, una pipa in terracotta e scarpe con fibbia.
Furbo e vivace, porta con sé 2 monete che egli usa per ingannare i malintenzionati: la prima, d’argento, ritorna nel suo borsellino ogni volta che viene spesa da chi se ne è impossessato; la seconda, d’oro, si trasforma in cenere, foglie secche o in un sasso. Hanno una loro gerarchia ben precisa:
1.Figlio del Crepuscolo è il capo, colui che guida la propria razza, è custode delle tradizioni. Il suo compito è quello di proteggere i membri della comunità e prendere decisioni fondamentali per la comunità.
2. Secondo Crepuscolo il vice,  fa le veci del capo in sua assenza, ha il compito di trasmettere ai membri più giovani tutto il sapere e le tradizioni e può essere consultato dal capo.
3.Primo Crepuscolo è il leprecauno anziano, protegge le conoscenze e le tradizioni della razza e le trasmette ai membri più giovani.
4. Nuovo Sole è il membro più giovane della comunità.
5. Sole Calante è il rinnegato, colui o colei che ha deciso di allontanarsi dal resto della comunità, poiché il proprio ego ha fatto sì che si comportasse male in più occasioni.

Fiaba, mito e filosofia (seconda parte)

Seconda ed ultima parte dell'articolo Filosofia e mondo incantato. Far filosofare i bambini, gentilmente concesso dall'autrice Rita Gherghi

Come accennato nella prima parte dell'articolo, i bambini devono essere aiutati ad elaborare il lutto, anzi devono esserne messi al corrente già prima di una loro eventuale esperienza. Per l’elaborazione del lutto i piccoli hanno bisogno di una persona fidata che si occupi di loro con totale disponibilità e affetto. Hanno molto bisogno di informazioni  chiare ed esaustive sulla morte, informazioni che non travisino e non camuffino quanto accaduto o che può accadere. Devono essere incoraggiati ad unirsi al lutto familiare. Soffrire-cum è una delle più notevoli esperienze di crescita; la solitudine reca solo problemi.
Il mare del cielo di Cosetta Zanotti
Per esempio, uno dei libri, cui prima si faceva cenno, è intitolato “Il mare del cielo” e racconta la storia di un pesciolino di nome Lino. Il libro rappresenta un mondo di pesci, animali che però, come accade in tutte la favole, hanno una vita e sentimenti uguali a quelli degli uomini. Quindi Lino è come un bambino. Lui vive con la sua famiglia nel mare d’acqua, ma è molto incuriosito al mare del cielo dove, come gli ha raccontato il suo papà, sono andati a nuotare molti pesci, tra i quali anche il signor Tonno, un amico di Lino. In quel mare lassù, popolato di luci e di stelle, non ci si può andare quando si vuole ma solo se siamo chiamati e per quella chiamata ci sarà “il gabbiano del vento” che accompagnerà ogni creatura marina in quel viaggio fino al mare del cielo; questo ha raccontato la mamma a Lino. Ora capite che al bambino viene spiegato come i due mondi, mare d’acqua e mare del cielo, sono speculari: la vita e la morte, come facce di un unico mare. La vita si accende nell’acqua illuminata da una stella del cielo e così anche quest’ultima si accende come un fascio di luce che parte dall’acqua. Già da quel poco che ho detto, capite ciò che accadrà a Lino quando morirà il suo papà; Lino è stato preparato da un’educazione appropriata, da chi sapeva trovare le giuste parole per dirlo. Lino sperimenterà il dolore ma pure la certezza di una ricongiunzione e non solo quella. Le stelle che popolano il cielo saranno per lui l’amico caro o il papà, con i quali Lino potrà mantenere un dialogo interiore, ma vivo. La relazione continuerà in altro modo, ma sarà comunque una relazione viva e reale, non un inganno. Elaborare o meno un lutto porta conseguenze completamente diverse: nel primo caso assistiamo ad un effetto che rimette il giovane nella dinamica e nel gioco della vita perché lo porta ad un mutamento creativo. Il secondo porta invece ad un invischiamento nel processo del lutto e, perciò, conduce ad un lutto cronico e al non superamento della seconda fase, nella quale si trovano, oltre alla rabbia, i sensi di colpa: sensi di colpa perché a volte il giovane pensa che i suoi comportamenti negativi (già definiti “cattivi”) abbiano provocato la morte. Le favole ed i racconti appositi giocano a tal fine un ruolo essenziale.
Gli insegnamenti delle favole e delle fiabe riguardano le problematiche e le domande più disparate; vedi, ad esempio, la favola di Esopo “La cicala e la formica”, la quale insegna quanto sia importante per l’uomo proiettarsi verso il futuro. Ma anche la fiaba dei “Tre porcellini”, se spiegata in modo adeguato, fa comprendere al bambino che dobbiamo essere previdenti, allontanare la pigrizia per vincere su eventuali nemici o superare date difficoltà. Ma nella fiaba c’è ancora di più: essa insegna anche il progresso umano, simboleggiato dal fatto che il primo porcellino costruisce una baracca, poi il secondo una casa di legno e il terzo infine una solida casa di mattoni molto più resistente agli attacchi del “lupo”. Sapere e previdenza sono doti fondamentali che il bimbo deve imparare a fare propri. Se facilitato, il bambino capirà da sé il senso della fiaba e, attraverso un dialogo costruttivo con l’adulto, potrà riflettere sopra a quei significati.
“Cappuccetto rosso” mette le bambine di fronte al pericolo di eventuali seduttori che potrebbero attirarle in giochi sessuali distruttivi. Riflettendo sulla fiaba, la bimba diventerà più consapevole e prudente, fino a rendersi conto che il pericolo può venire dalla stessa parentela, dato che il lupo ha preso le sembianze della nonna.

Fiaba, mito e filosofia (prima parte)


Prima parte dell'articolo Filosofia e mondo incantato. Far filosofare i bambini, gentilmente concesso dall'autrice Rita Gherghi

Da quando siamo piccoli si sente parlare di fiabe e favole; e chi è quel bambino che prima di addormentarsi non chiede o alla mamma o al papà di leggergli una fiaba? Il piccolo prova un grande piacere ad immergersi in quel mondo fantastico popolato non solo da creature umane, ma anche da animali, orchi, fate e folletti. Lui sa che ama sentire (o vedere su TV e dvd) quelle storie e tutto questo, come si capirà più avanti, ha un preciso perché; il bimbo però non conosce per nulla la differenza che passa tra una fiaba e una favola, lui sa solo che ama immergersi in quel mondo.
Accenniamo, allora, brevemente alle differenze intercorrenti tra questi due generi che, comunque, spesso sono confusi tra loro: la maggiore differenza consiste nel fatto che la fiaba è nata soprattutto per intrattenere, mentre la favola è nata proprio per educare. Infatti la favola nasconde sempre una morale che può essere più o meno esplicita, vedi, ad esempio, le favole di Esopo. I suoi protagonisti sono in genere animali che hanno, però, caratteristiche e sentimenti umani. Il racconto si svolge in luoghi in genere imprecisati. Anche la fiaba è ambientata in tempi e luoghi indefiniti (comincia, infatti, con “c’era una volta” …”), i suoi personaggi (generalmente umani) sono descritti in modo approssimativo e i loro ruoli sono fissi. Le fiabe raccontano il quotidiano e parlano di rapporti padre - figli, di povertà e ricchezza, di morte e di matrimoni; alla fine anche le fiabe non mancano di un senso e di una morale e chi legge spesso vi ritrova se stesso e la propria vita fatta di conflitti, di gioie e dolori, ci ritrova le difficoltà con cui deve combattere, i sacrifici da affrontare, in generale i problemi della vita.
Rubens, Orfeo all'Inferno
Poi c’è il mito. I miti sono narrazioni i cui contenuti sono ritenuti veri dalle società che li raccontano. Nel mito, i cui eventi il più delle volte risalgono ad un tempo primordiale, compaiono gli dei che quasi sempre si mischiano agli umani. Con i miti (da “mytos” greco)l’uomo ha cercato fin dai primordi di dare una spiegazione all’origine del mondo e degli esseri che lo abitano. Il mito ha un valore sacro, costituisce un momento importante dell’esperienza religiosa volta, appunto, a dare una spiegazione a fenomeni naturali e agli interrogativi sull’esistenza e sul cosmo. Non esiste cultura alcuna, da quelle antiche a quelle contemporanee, da quelle arcaiche a quelle civilizzate, che non abbiano al loro attivo dei miti. Molti di essi sono simili, addirittura si assomigliano in modo spiccato, pur appartenendo a popoli vissuti in epoche e luoghi diversi e, quindi, lontani tra loro nel tempo e nello spazio.
Come è possibile tutto ciò?
La spiegazione più accettata è che certe intuizioni ed esperienze siano tanto comuni fra gli uomini che essi, pur non avendo rapporti tra loro, le esprimono servendosi delle stesse immagini.
Dunque, il mito nasce da quel profondo bisogno dell’uomo di dare una risposta ai propri “perché”, “perché” cosmologici, morali, alle proprie paure ed attese, dal cercare di comprendere e comprendersi.
Ma queste esigenze profonde si ritrovano anche nel mondo fantastico della favola e della fiaba e proprio tali esigenze spiegano anche l’accesa quanto inconscia attenzione (appunto per questo meravigliosa) con la quale il bambino ascolta o guarda il mondo incantato delle favole e delle fiabe.
Bruno Bettlheim (1903 - 1990) nel suo libro intitolato non a caso “Il mondo incantato” ci offre il significato psicologico del racconto fantastico e ci spiega anche il grande aiuto pedagogico che tale tipo di narrazione offre al bambino in crescita. Il bambino è un filosofo in miniatura; egli, come i grandi pensatori del presente e del passato, cerca di dare delle risposte ai primi ed eterni interrogativi propri dell’uomo. Le domande sono segno di curiosità e il bambino è per sua natura curioso, ha mille “perché” che assalgono la sua mente: “perché la luna ha le macchie?”; “perché stasera non c’è?”; “da chi sono nato io?”, e quest’ultima è una domanda che risponde al principio di causalità che è già nella sua mente e che lui esprime in forma estremamente semplice, ma essenziale e il principio di causalità è parte della logica filosofica. E ancora:“e chi ha creato i genitori?”.

Burattino senza fili, il Pinocchio di Edoardo Bennato - Lato A

Copertina di Burattino senza fili di
Edoardo Bennato, 1977
BMG - Music Union
Edizioni Musicali Cinquantacinque

Follia? Forse, ma se mi chiedono perché oggi leggo tutto tra le righe, mi viene da rispondere che il “responsabile” sia proprio Edoardo Bennato. Nonostante letture piuttosto complesse, lo Zibaldone di Leopardi a 13 anni (oh, povera bambina disperata!) ero riuscita, 3 anni prima ed era il 1977, a scoprire attraverso le canzoni di Bennato, l’ironia e l’insofferenza per la retorica. Appunto, era il 1977 e c’era una volta Burattino senza fili.
Negli LP, negli album, nei 33 giri esisteva un lato A e un lato B; è vero esistono anche nei CD, ma il 33 giri lo prendevi tra le mani e lo giravi, se volevi, altrimenti alzavi la puntina e la riposizionavi all’inizio, a metà o dove volevi; questa preferenza faceva sì che alcuni solchi (le canzoni preferite) apparissero più chiari degli altri. Il 33 giri era un universo da osservare.
L’album lo potevi sfogliare, i testi delle canzoni erano scritti con caratteri grandi abbastanza per capire cosa stavi leggendo. Bennato cantava, io seguivo il testo e memorizzavo. Ma torniamo ai solchi, nel mio Burattino senza fili, i solchi più consumati corrispondevano a In prigione, in prigione (lato B) e Mangiafuoco (lato A). con il tempo anche i solchi de La Fata si sono schiariti!
Burattino senza fili, ossia la trasposizione liberamente interpretata e contestualizzata de Le Avventure di Pinocchio di Collodi.
Ok, schiacciamo Play e partiamo:

E’ stata tua la colpa
(Pinocchio è diventato uno come tanti. Adesso però ha i fili che lo legano agli obblighi dettati dalla società, dettati dalla storia che racconta solo di saggi ed eroi, "adesso che sei normale quanto assurdo il gioco che fai".)
E’ stata tua la colpa allora adesso che vuoi?
volevi diventare come uno di noi,
e come rimpiangi quei giorni che eri
un burattino senza fili
e invece adesso i fili ce l’hai!...

Adesso non fai un passo se dall’alto non c’è
qualcuno che comanda e muove i fili per te
adesso la gente di te più non riderà
non sei più un saltimbanco
ma vedi quanti fili che hai!...

E’ stata tua la scelta allora adesso che vuoi?
Sei diventato proprio come uno di noi
a tutti gli agguati del gatto e la volpe tu
l’avevi scampata sempre
però adesso rischi di più!...

Adesso non fai un passo se dall’alto non c’è
qualcuno che comanda e muove i fili per te

E adesso che ragioni come uno di noi
i libri della scuola non te li venderai
come facesti quel giorno
per comprare il biglietto e entrare
nel teatro di Mangiafuoco
quei libri adesso li leggerai!...

Vai, vai, e leggili tutti
e impara quei libri a memoria
c’è scritto che i saggi e gli onesti 
son quelli che fanno la storia
fanno la guerra, la guerra è una cosa seria
buffoni e burattini, non la faranno mai!...

E’ stata tua la scelta allora adesso che vuoi?
Sei diventato proprio come uno di noi
prima eri un buffone, un burattino di legno
ma adesso che sei normale
quanto è assurdo il gioco che fai!

  

La figura del padre nelle fiabe


Van Gogh, Primi passi (particolare)
Scrivendo i post su Pinocchio mi è venuto in mente di trattare la figura del padre all’interno delle fiabe; Geppetto è infatti quello che oggi definiremo un ragazzo padre, crea suo figlio con le proprie mani. In realtà il suo intento è di costruire un burattino con cui girare il mondo e fare un po’ di soldi. Geppetto è stato identificato addirittura con Giuseppe: come quest’ultimo è infatti il padre putativo di Gesù, così Geppetto è il padre putativo di Pinocchio; entrambi falegnami; entrambi con un figlio disubbidiente che si allontana da casa. 
“Lo chiamerò Pinocchio!” dirà Geppetto “Questo nome gli porterà fortuna!” Lo crea e lo battezza.
Il già povero Geppetto si priva di tutto pur di “realizzare” un “bravo figliolo”, vende la sua giacca per comprare un abbecedario e mandare a scuola Pinocchio. Disubbidisce al padre in tutto e per tutto il nostro Pinocchio tanto che in aiuto di Geppetto accorre la fata Turchina, il vero padre della storia, che dà regole, punizioni, esempi.
Il padre, in un tempo lontano, ricopriva principalmente il ruolo di colui che mantiene e garantisce il sostentamento della famiglia; si occupa dell’aspetto materiale della vita dei figli; riguardo al loro futuro, si occupa di trasmettere il proprio lavoro, la propria eredità (si pensi al padre mugnaio della fiaba de Il gatto con gli stivali); se le figlie sono delle femmine il padre fiabesco deve garantire alla figlia una dote per trovare un marito che si occupi di lei e che, in un certo senso, l’adotti. Se il padre è un re o un nobile, spesso lo vediamo promulgare veri e propri bandi di gara per chi, superato la sfida da lui imposta, fosse capace di superarla. E’ il padre che decide (in Pollicino) di abbandonare i figli nel bosco, non sappiamo e non sentiamo la voce della madre.
“C’era una volta un re e una regina, che ogni giorno dicevano: “Ah se avessimo un bambino!” Ma il bambino non veniva mai. Un giorno che la regina faceva il bagno, ecco saltar fuori dall’acqua una rana, che le disse: “Il tuo desiderio si compirà: prima che sia trascorso un anno darai alla luce una figlia”. La profezia della rana si avverò e la regina partorì una bimba, tanto bella che il re non capiva in sé dalla gioia e ordinò una gran festa…(Grimm,  Rosaspina). In Rosaspina troviamo un padre a tutti gli effetti inserito nella coppia di coniugi, desideroso di avere dei figli ed emotivamente coinvolto.
Troviamo poi padri che hanno una figlia prediletta a cui portano doni al ritorno dal loro viaggio, come per esempio ne La Bella e la Bestia, dove Bella chiede al padre di portarle una rosa.
Non ho presente fiabe classiche dove compaia il patrigno, mentre abbondano di matrigne. Forse il sostituire il padre, figura così emotivamente poco rilevante nella vita familiare di un tempo, non avrebbe suscitato sconvolgimenti. Certo è che se nella famiglia povera di Pollicino è il padre che domina e decide, nella famiglia nobile è la matrigna che manipola il marito/padre a discapito delle figlie; non c’è intervento da parte del padre in difesa delle figlie (Biancaneve, Cenerentola…). Il padre è assente o debole. Dov’è il padre di Biancaneve? E quello di Cenerentola e l’altro di Cappuccetto Rosso? Biancaneve e Cappuccetto Rosso troveranno una figura maschile che le salverà, nel cacciatore o nel guardiacaccia. Cenerentola invece, vive l’intera fiaba come fosse “un discorso tra donne”, non la soccorre un cacciatore ma la fata (che però, nel dare la regola di rientrare entro la mezzanotte e la conseguente punizione, riveste un ruolo paterno).

Pinocchio illustrato


1. Ugo Fleres (1881)
La prima illustrazione de Le Avventure di Pinocchio vede Pinocchio impiccato ed è firmata da Ugo Fleres (fig.1) Come dire che le “avventure” iniziano con la morte. In realtà, il libro era stato terminato da Collodi con la morte di Pinocchio alla grande quercia ed è solo per l'insistenza dell'editore del Giornale per i bambini che Collodi decise di far resuscitare Pinocchio e continuare il romanzo.


2. illustrazione di Enrico Mazzanti

La prima edizione del libro (1883) Le Avventure di Pinocchio edito da Felice Paggi è invece illustrato da Enrico Mazzanti, amico e collaboratore di Collodi. (fig.2)
3. Illustrazione di Carlo Chiostri
4. Attilio Mussino


















Alla decima edizione insieme ai disegni di Mazzanti, appariranno le illustrazioni di Giuseppe Magni. Alla XVIII edizione, nel 1901 esce il Pinocchio disegnato da Carlo Chiostri (fig.3). Chiostri dà per primo un’immagine completa e definitiva al burattino di Collodi. In una delle tante edizioni illustrate dal Chiostri, in copertina, aveva fatto il suo esordio Attilio Mussino (fig.4). Mussino nell’edizione del 1911, userà il colore, allestendo delle vere e proprie scene cinematografiche; sarà, questa di Mussino, l’edizione considerata l’”edizione principe” del XX secolo. Nel 1921 un’ennesima edizione conterrà 23 disegni di Sergio Tofano. Il successo di Mussino non fu replicato e il Pinocchio di Tofano non fu più riproposto. 
Arriviamo al 1939 e anche questi sono anni duri per un personaggio come Pinocchio: la casa editrice Bemporad è stata costretta a cambiare nome in Marzocco per le leggi razziali e, per Pinocchio, i brutti tempi erano incominciati una quindicina di anni prima, quando Alberto Mottura aveva riscritto Nuove straordinarie avventure del celebre burattino (Come le narrerebbe oggi il Collodi ai Balilla d’Italia) illustrato da Filiberto Scarpelli.  Con l’avvicinarsi della seconda guerra mondiale la casa editrice Marzocco (ex Bemporad) smette di detenere i diritti esclusivi delle Avventure di Pinocchio.

Natale con Andersen. La Piccola Fiammiferaia


C'era un freddo terribile, nevicava e cominciava a diventare buio; ed era la sera dell'ultimo dell'anno. Nel buio e nel freddo una povera bambina, scalza e a capo scoperto, camminava per la strada…
Se questo fosse l’inizio di una fiaba dei fratelli Grimm sapremmo che alla fine la bambina sarà felice, in un grande casa calda e, il fatto di essere all’ultima sera dell’anno, ci indicherebbe che siamo appunto vicini ad un grande cambiamento (in positivo); ma non è l’incipit di una fiaba dei Grimm ma della Piccola Fiammiferaia di Andersen.
Tra le fiabe e le filastrocche, le feste natalizie sono un periodo di una nascita che porta la rinascita in chi festeggia; è la festa attesa in particolare dai bambini. Meno attesa è da coloro che nel Natale sentono una certa tristezza: persone sole, malinconiche, artisti e filosofi, tra questi, esiste Andersen. Le sue fiabe, in genere poetiche e tristissime, non acquistano una visione più positiva e solare nei temi natalizi, anzi. Esiste l’altro, l’estraneo, il diverso anche nel contesto natalizio: la piccola fiammiferaia è fuori al freddo mentre sembra che il mondo sia al caldo di un stufa che lei riesce solo ad immaginare, come in un miraggio, alla luce di un fiammifero; ha fame mentre anatre succulente fuggono da tavole imbandite per andare verso di lei e pronti a scomparire quando il fiammifero si spegne. La piccola fiammiferaia, già povera, è derisa da un monello che le ruba una delle due pantofole: non c’è solidarietà nel mondo di Andersen nemmeno per Natale, il povero e l’emarginato lo rimangono fino alla fine, fino alla fine dell’anno, giorno in cui è ambientato l’ultimo giorno della piccola fiammiferaia. E’ l’ultimo dell’anno: da domani non soffre più. C’è la cattiveria umana, la disuguaglianza, subita dallo stesso Andersen, che anche raccontata in una fiaba, rimane cattiveria. L’uomo debole non si salva, lo salva solo la morte. La luce dell’ultimo fiammifero si confonde con la luce di Dio, della nonna morta che la chiama a sé. Per terra i passanti vedranno il corpo di una piccola bambina, Andersen non ci descrive la commozione dei passanti solamente perché non c’è, non provano compassione. «Ha voluto scaldarsi» commentò qualcuno, ma nessuno poteva sapere le belle cose che lei aveva visto, né in quale chiarore era entrata con la sua vecchia nonna, nella gioia dell'Anno Nuovo! 
Andersen non si sforza di “salvare” o perdonare chi colpisce un altro essere umano emarginandolo, Andersen scrive e non dimentica la sua giovinezza da emarginato e povero, affamato come la piccola fiammiferaia.
La Piccola Fiammiferaia di Simona Cordero
Altri suoi lavori sono visibili su
http://www.illustratori.it/SimonaCordero/




La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci e la storia illustrata de La Bella e la Bestia


Eccoci qua. Sono Tiziana, colei alla quale Marcella ha gentilmente prestato il suo spazio in “Fiabe in Analisi”. Il tempo è passato in fretta e non mi sono resa conto che siamo già all’ultimo post de “La Galleria delle Fiabe”. Marcella ed io ci siamo trovate così, per caso, o meglio, lei ha trovato me. Mi ha molto emozionato leggere i suoi complimenti e il suo interesse verso il mio lavoro quando mi ha scritto la prima volta e anche quelle a seguire. E mi hanno molto emozionato anche i vostri commenti su “Fiabe in Analisi”. Credo sia una delle cose più belle ricevere opinioni sincere, soprattutto quando ci siamo impegnati e soprattutto se queste sono complimenti; e se uno è troppo modesto, acquista quel tocco di sicurezza in più che serve a illustratori, scrittori, e chi più ne ha più ne metta. Personalmente, a volte sono troppo modesta e questo mi porta a non capire quanto valore possa avere il mio lavoro; per fortuna col tempo ho capito che “il troppo stroppia” anche nella modestia e forse mi avete dato abbastanza sicurezza da poter provare a far pubblicare l’intera tesi “La Fiaba sulla Fiaba”; dico forse perché in realtà non sono troppo convinta di quanto sto dicendo XD Ma insomma, tentar non nuoce, no?! Marcella ha un bellissimo blog, un blog che ci ricorda che, nonostante tutto, la fiaba esiste ancora. Ci racconta come fu, com’è e come sarà. Ci racconta che raccontare (scusate il gioco di parole) sarà sempre molto importante. Il succo del discorso è che sono davvero contenta di aver fatto parte di “Fiabe in analisi” e continuerò a farne parte seguendo i post; Marcella mi ha dato questa piccola bellissima esperienza e la ringrazio di cuore, davvero tanto.

Tiziana Ricci  :)
Il titolo potrebbe far pensare, a chi di voi non la conosce, che questa fiaba possa nascondere un personaggio “bestiale”, un uomo la cui cattiveria non ha a che vedere con la bellezza e dolcezza della sua compagna, un po’ come per Barbabù. Invece, La Bella e la Bestia è, a mio parere, una delle fiabe più dolci che si conoscono. Secondo Bettehlaim (Il mondo incantato) la Bestia non ha niente di animalesco se non l’aspetto; ed è questo aspetto che ha fatto dire a molti: com’è questa Bestia? Ha le orecchie a punta? Somiglia ad un animale? È un essere strano mai visto prima? Paola Pallottino (Dall’atlante delle immagini. Note iconografiche, Nuoro, Ilisso, 1992) ci rende partecipi della sua ricerca iconografica di questa fiaba, sottolineando, appunto, quello che vi accennavo: la Bestia non viene mai descritta. Per questo molti pittori o illustratori si sono sbizzarriti nelle più svariate interpretazioni, associandolo per esempio alla figura del diavolo, per quanto concerne lo “sposo-animale”.
Fig. 1 Edmund Dulac
Fig.2 Edmund Dulac
Ad ogni modo, nella mia galleria, vi offro degli spunti. Generalmente, almeno da ciò che ho notato, la Bestia viene rappresentata sotto forma leonina. Morin ce ne dà un esempio, anche se il suo “leone” è piuttosto esile a differenza di quello che si vede di solito: una figura imponente, la criniera folta e i denti aguzzi, sempre bene in vista (figg. 5,6,7). Crane, addirittura, associa la Bestia ad un cinghiale.
Fig.3
Fig.4 
Questo però, al contrario della Bestia di Morin che sembra essere un misto tra un leone e un cane, è un cinghiale che indossa degli abiti e per di più molto eleganti (figg. 82, 84). Se con Crane e Morin incontriamo due creature selvatiche, che rappresentano la pura animalità, Rackham e Dulac, a mio parere, ci illustrano una Bastia che sembra provenire dalla mescolanza del mondo elfico, gnomico e da un che di stereotipo dell’alieno. Se osserviamo bene la raffigurazione di Dulac, l’uomo-animale che esso illustra ha comunque zampe di leone, come se la metamorfosi dovuta al maleficio si fosse interrotta, lasciando il volto sfigurato, tra l’umano e il disumano, una Bestia non del tutto Bestia.