venerdì 28 settembre 2012

I 3 finali di Cappuccetto Rosso

Nel 1697, Charles Perrault trascrisse la storia di Cappuccetto Rosso (Le Petit Chaperon Rouge), introducendo, già dal titolo, un elemento nuovo e determinante, il cappuccio rosso, che non sempre è presente nella tradizione orale della fiaba.
Immagine di Martina Peluso
La fiaba fa parte della raccolta I racconti di Mamma Oca (Histories ou Contes du temps passé); la raccolta però apparve, in un primo momento, con la firma del figlio di Charles Perrault, Pierre. 
Nella versione di Perrault non esiste il lieto fine, sia la nonna che la bambina vengono mangiate dal lupo. E’ questa la scena conclusiva a cui si aggiunge un monito dell’autore: 
Vediamo qui che gli adolescenti
e soprattutto la giovincelle
eleganti, ben fatte e belle,
fanno male ad ascoltare certa gente,
e che non bisogna meravigliarsi della celia
per cui il lupo se ne mangi tante.
Dico il lupo, perché questi animali
(…) perseguitano le giovani Donzelle,
arrivando dietro di loro
a casa e fino alla stanza da letto. 

Ne I racconti delle Fate, Collodi traduce così, in prosa, l’ammonimento: 
Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti; e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta; ce n’è un tipo dall’apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! a chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose! 
La parte centrale, da un punto di vista del messaggio, diventa la parte finale, probabilmente l’unica parte scritta da Perrault. 
La versione di Cappuccetto Rosso dei fratelli Grimm a differenza di quella di Perrault ha un lieto fine. Anzi, ne ha due. 
Esiste infatti una versione di Cappuccetto che prevede un epilogo, dove Cappuccetto Rosso, incontra un nuovo lupo e questa volta, forte della lezione precedente, riesce a raggiungere per prima la casa della nonna e a tendere, insieme a lei, una trappola per il lupo e ucciderlo. 
Più intrigante e meno lineare è invece il lieto fine più conosciuto, quello che prevede la figura del cacciatore che taglia la pancia del lupo e salva nonna e bambina (Nella revisione finale del 1857 il cacciatore sarà sostituito dal taglialegna). Cappuccetto Rosso riempie la pancia del lupo di pietre e il lupo muore schiacciato da quel peso. 
La necessità di Perrault di dare un monito per le giovani ragazzine, non è presente nei Fratelli Grimm; nei Grimm è fondamentale la rinascita. Da quel ventre Cappuccetto dovrà rinascere e pronta ad entrare nel mondo adulto, adesso Cappuccetto sa quali sono i mali del mondo e non ne è vittima predestinata e senza speranza, ma può affrontarli in modo consapevole.

lunedì 24 settembre 2012

La mia Pedagogia spicciola

Il bambino ascolta e la nonna comincia:
C’era una volta…
Una volta, ma quando? Una volta quando la nonna aveva la mia età e adesso si sforza di ricordare i fatti? Forse. O una volta quando ancora la nonna non c’era e si sforza di ricordare cosa le hanno raccontato? Probabile. La nonna racconta la fiaba sempre con le stesse parole, 10, 20, 100 volte. E se la nonna cambia una parola, subito il bambino interviene “no nonna, non è così!”. In questo momento il bambino si è appropriato della versione della fiaba. La ripeterà per sempre così. Questo è il meccanismo della tradizione orale. Adesso gli insegnamenti della fiaba si sono cementificati nel bambino: è meglio ubbidire ai genitori, stare attenti al lupo, il male viene sconfitto dal bene. Il bambino ascolta estasiato - ma pronto a correggere la nonna se sbaglia - perché sa che sentirà tutti vissero felici e contenti. Felici e contenti come il bambino che sta ascoltando la nonna che gli racconta una storia. Anche pensare che un giorno si possa essere felici e contenti fa parte del patrimonio tramandato attraverso la tradizione orale. Se i grandi non raccontano le fiabe e non convincono i bambini che un giorno saranno felici e contenti, i bambini sapranno mai di poterlo essere?

sabato 22 settembre 2012

Due passi nel bosco con Walt Disney


Il Bosco permette nel mondo dell’animazione di Walt Disney di sottolineare e dare spazio come protagoniste alle ombre. L’ombra è la nostra parte oscura, presente perché c’è la luce, o viceversa. La parte lucifera di ognuno di noi. Pensiamo alla scena, creata da Disney, in cui Peter Pan va alla ricerca della sua ombra; lui sempre accompagnato dalla luce di Campanellino, ad un certo punto perde l’ombra e va, durante la notte, nella casa di Wendy  a cercarla; la trova in un cassetto, dove Wendy, custode dell’ombra, l’ha rinchiusa per non farla fuggire; un’ombra indomabile, ribelle che si rifiuta di attaccarsi di nuovo a Peter Pan, ci riuscirà solo Wendy, il femminile, a ricomporre l’unità luce/ombra di Peter Pan.

Ma ritorniamo nel bosco. Nel bosco di Disney Biancaneve, dopo aver superato un corso d'acqua, vinto un turbinio di vento e la paura suscitata dalla visione degli occhi fosforescenti simili a fiamme lampeggianti degli animali, giunge presso una capanna, la casa dei nani. E qui, Biancaneve, anziché lasciarsi sopraffare da un ambiente sconosciuto e, apparentemente ostile, lo esplora e stringe amicizia con gli animali del bosco, visti alla luce del giorno, in una dimensione totalmente nuova da quella, erronea e terrifica, della sera precedente. La casa sembra portare l’armonia tra tutti gli animali del bosco, una sorta di focolare accogliente. Insieme agli stessi animaletti pulirà la casetta. Nella versione dei Fratelli Grimm i nani vengono indicati con un numero ordinale (il primo nano, il secondo nano, ecc.),  ma per Disney hanno un fascino rilevante: strettamente legati alla natura, i nani vivono nel sottosuolo, sono abili minatori, trasformano i metalli, attraverso la lavorazione, in oro e diamanti e forgiano oggetti preziosi (nelle saghe nordiche le più potenti e magiche spade degli eroi sono spesso state fabbricate dai Nani). 

giovedì 20 settembre 2012

Il Brutto Anatroccolo di Christian Hans Andersen

Compaiono nelle fiabe di Andersen caratteristiche delle novella, della favola e della fiaba, benché la critica sia concorde nel classificarle come fiabe. Della fiaba sono assenti i personaggi magici come maghi e fate e la concorrente strega; d’altronde manca in Andersen anche l’opposizione, classica per la fiaba, tra bene e male. Compaiono caratteristiche della favola, come animali con aspetti caratteriali tipiche dell’essere umano; anche il mondo dell’inanimato, come per esempio i giocattoli, acquistano un’anima umana (pensiamo al mondo del L’Audace Soldatino di Stagno, dove non solo lui, ma tutti i giocattoli prendono vita durante la notte, quando gli adulti dormono).
Illustrazione di Simona Cordero
Per lungo tempo è stato l’autore più tradotto al mondo e qualche anno fa, in un originale articolo intitolato “Galleria del Dolore”, il suo nome figurava tra gli scrittori più colpiti da eventi dolorosi: l’essere colpito dal dolore e l’essere uno degli autori più tradotti al mondo può avere un legame? Secondo me sì. Per chi è capace di trasformare quantità enormi di dolore in poesia e musica, sì. Provate a leggere le sue fiabe e, in particolare l’inizio, le descrizioni dei luoghi, della natura sono di una delicatezza che sembrano descritte da chi la vita la ama comunque.
Andersen con i suoi incipit ti porta in un mondo incantato, ma non dagli incantesimi di maghi e fate che come abbiamo visto non ci sono, ma dall’incanto della sensibilità dell’anima che ha conosciuto il dolore. Può sembrare di sentire la sua voce narrare, mentre lo si legge. E sentire riconfermare le sue ultime parole prima di morire: "A Dio e agli uomini la mia riconoscenza e il mio amore". 
Come il suo brutto anatroccolo, visse una vita da escluso e da diverso, troppo alto e dinoccolato, troppo povero; padre povero e madre alcolizzata. In seguito, con il successo letterario, arrivò a frequentare l’alta società, la nobiltà del tempo e sempre con il suo patrimonio di dolore nel cuore…il suo cuore, che sognò una felicità umana e un'anima immortale. (La Sirenetta). La fiaba della Sirenetta fu concepita dopo la delusione per l’amore verso il giovane Edward Collin. La Sirenetta, che per essere amata dal suo Principe, si fa mutilare la coda da Sirena, rinuncia alla voce e al suo canto, danza con piedi umani che sanguinano e dolgono come camminassero su lame di spade, danza fino all’ultimo, durante la festa nuziale del ”suo” Principe con un’altra. 
Fortemente cattolico, Andersen vede nella sofferenza una forma di espiazione, di innalzamento spirituale, la Sirenetta morirà, dopo tutti i sacrifici e le sofferenze subite, anzi volute, per diventare angelo e volare su una nube rosa. Tra le sofferenze ricorre, spesso nelle sue fiabe, la mutilazione. 
Il soldatino di stagno ha una sola gamba, non per averla persa in guerra, no in questo caso sarebbe un eroe, non ha la gamba perché non era stato sufficiente il piombo per la fusione; la Sirenetta si fa mutilare, prima la lingua, poi la coda, le sue sorelle dovranno farsi tagliare le chiome fluttuanti per provare a liberarla; la protagonista di Scarpette Rosse, sceglierà di farsi amputare i piedi: “Non tagliarmi la testa” esclamò Karen (al boia) “altrimenti non potrò pentirmi dei miei peccati! Tagliami invece i piedi con le scarpe rosse!” E così confessò tutte le sue colpe e il boia le tagliò via i piedi con le scarpe rosse”. 
Non esiste, in Andersen, il “vissero tutti felici e contenti”, qualcuno può arrivare ad essere contento; certo il “felici e contenti” delle fiabe classiche (i Grimm, Perrult) prevede che per essere felici e contenti venga sconfitto il male, venga uccisa la strega o la matrigna o l’orco; in Andersen non c’è nessuno da uccidere per salvare se stessi, la Sirenetta, armata di coltello, non ucciderà il principe per salvare se stessa, lascerà in vita l’uomo che ama e andrà incontro alla morte. E’ la vita degli emarginati fino in fondo, di chi passa attraverso la vita senza cogliere lo sguardo di chi ama (a lungo tra le onde la Sirenetta cercherà lo sguardo del Principe) è la vita che, se tradotta in parole, sembra fiaba. L’autobiografia di Andersen s’intitola La fiaba della mia vita.

Su The Obsidian Mirror potete leggere: Scarpette Rosse 
Danzerai con le tue scarpette rosse fino a che non diventerai come un fantasma, uno spettro, finché la pelle non penderà sulle ossa, finché di te non resteranno che visceri danzanti. Danzerai di porta in porta per tutti i villaggi, e busserai tre volte a ogni porta, e quando la gente ti vedrà, temerà per la sua vita. (continua)

mercoledì 19 settembre 2012

Cappuccetto Rosso, analisi di Giuseppe Sermonti


Secondo l’analisi alchemica di Giuseppe Sermonti, Cappuccetto Rosso, è un piccolo dio Mercurio, il messaggero degli dei. Cappuccetto è messaggera tra la mamma e la nonna, porta il cibo alla nonna, come il dio dai piedi alati, è portatore di farmaci e consolazioni. 
“Va’ un pò a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un pò incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro” (Versione di Perrault, tradotta da Collodi). 
“Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Sii gentile, salutala per me, e va’ da brava senza uscire di strada…” (vers. Fratelli Grimm). 
L’iconografia ci propone un Mercurio con un cappello, il pètaso, qualche volta accompagnato da una mantellina. Difficile poter dire se il colore fosse rosso, rossi sono i capelli di Mercurio rappresentato in un affresco sul viale a Pompei; certo il pigmento rosso è il più antico tra i pigmenti. La polvere di cinabro, dalla cui lavorazione si ottiene il mercurio, è rossa (dal rosso cocciniglia al rosso bruno). Sappiamo che gli Etruschi estraevano la materia prima, per ottenere il colorante rosso, dalle miniere di cinabro del Monte Amiata, in Toscana. Di Mercurio, Cappuccetto rosso ha anche la borsa, il cestino, con cui porta il cibo alla nonna. 
Lo stesso carattere di Cappuccetto, sempre secondo Sermonti, è simile al Mercurio per la tendenza ad associarsi a qualcuno, tendenza quest’ultima che rende Cappuccetto Rosso affabile, ma la conduce anche a fidarsi della compagnia poco raccomandabile del lupo. Il lupo stesso sarebbe un'altra manifestazione del mercurio: il lupo della fiaba ha tutte le malizie ed insidie del cloruro di mercurio, conosciuto anche come calomelano, un prodotto medicinale bianco e dolciastro.

lunedì 17 settembre 2012

C'è una casetta nel bosco (parte prima)

Non c’è fiaba che non preveda un viaggio. Immediatamente il “c’era una volta” ci porta lontano, oltre il qui e l’adesso (e già questo è un viaggio); seguirà il “cammina, cammina” che ci accompagnerà per tutta la trama centrale, un viaggio che porterà al tanto atteso e conquistato “vissero felici e contenti”. Il protagonista della fiaba viaggia per mare (chi parte con un vascello, chi naufraga, chi vi è gettato); nelle viscere della terra; di regno in regno o di villaggio in villaggio, ma il luogo principe per un viaggio fiabesco è il bosco. 
Fondamentale per la scenografia della fiaba sono due luoghi simili nel loro essere entrambi oscuri e misteriosi: la nostra mente e il bosco. Immaginiamo piante che parlano e stendono i rami come delle braccia che catturano ma non abbracciano, il sottobosco ricco di funghi parlanti che nascondono vivaci folletti; sentiamo rumori inaspettati che ci fanno sobbalzare, e poi personaggi malefici, come streghe ed orchi o personaggi eterei, come fate o bambini ingenui ed innocenti come Biancaneve, La Bella addormentata nel bosco e Cappuccetto Rosso
Ombre che si muovono nel bosco e da cui il bambino, nel suo inconscio, si sente inseguito e minacciato. La propria ombra, che non riflette il vero aspetto del bambino, viene trasformata invece in tutto ciò di cui il bambino ha paura e, in generale, essendo la fiaba una creazione popolare, le paure dell’intera umanità. 
In questo bosco, luogo dominato da forze irrazionali e dalla forza della natura, vi si svolgono riti magici e, nelle culture più antiche, vi si svolgevano riti di iniziazione: Quando i bambini vengono portati nel bosco da qualcuno questo è sempre il padre o il fratello. La madre non può farlo perché il posto nel quale si svolge il rito è vietato alle donne. […] Dobbiamo immaginare che non sempre i bambini erano accompagnati fino al luogo sacro; talvolta venivano lasciati soli e dovevano trovare la capanna da sé. (Vladimir Propp). 
Già, la capanna, il luogo sacro di questo percorso iniziatico attraverso il bosco; se non ci fosse la capanna, non ci sarebbe iniziazione, l’ingresso nella vita adulta. La casetta delle fiabe immersa nel bosco, sembra essere quindi il residuo del luogo dove avvenivano i riti di iniziazione per gli uomini. 
Ma come sono queste casette? 
Biancaneve incontra la casetta dei 7 nani; all’apparenza non è adatta a lei, troppo alta “fuori misura” per quel luogo a misura di nano; inoltre la casetta è sporca e disordinata. Ma qui Biancaneve trova il modo di adattarsi, di crescere. La pulisce, la tiene in ordine, diventa il punto di riferimento della casa, i 7 nani fanno affidamento su di lei. In cambio, la casetta si trasforma nel luogo che le darà protezione, dove troverà la famiglia e l’amicizia fino a quando sarà il momento di staccarsene.

domenica 16 settembre 2012

Lo Cunto de li Cunti (Pentamerone) nell'analisi di Italo Calvino

Così, nel suo saggio Sulla fiaba, Italo Calvino parla del Pentamerone
“Quasi ad ogni pagina il Pentamerone è illuminato da un’alba o da un’aurora. Si direbbe che per Basile il passaggio dalla notte al giorno (e così il suo inverso) faccia parte della punteggiatura, obbedisca ad una necessità sintattica e ritmica, serva a segnare una pausa e una ripresa, un punto e a capo…le albe di Basile si manifestano sempre con una metafora diversa.”
Così Calvino ci elenca le metafore delle albe che troviamo nel Pentamerone (Benedetto Croce ne aveva riportate 4 per esemplificare la struttura dell’opera).
Tra queste:
“…quando gli uccelli, trombettieri dell’Alba, suonano il <<tutti a cavallo>>, affinché le ore del giorno si mettano in sella…” oppure “ … quando al mattino la Luna, maestra delle ombre,  concede feria alle discepole per la festa del Sole…”.
E la notte? Tra le tante metafore presenti vi riporto questa:
“ …quando la Notte distese per il cielo le sue nere vesti per arieggiarle e preservarle dai tarli…”

sabato 15 settembre 2012

Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile

L’Italia possiede nel Cunto de li cunti del Basile, 
il più antico, 
il più ricco 
e il più artistico 
fra tutti i libri di fiabe popolari. 
Benedetto Croce

Lo Cunto de li Cunti overo lo trattenemiento de' Peccerille viene denominato più spesso Pentamerone, avendo una struttura formata da cinque giornate e cinquanta racconti. Fu pubblicato dopo la morte dell'autore, Giambattista Basile, a Napoli tra il 1634 e il 1636. Il racconto fiabesco come genere letterario non esisteva, e nacque proprio grazie agli stimoli e ai materiali contenuti ne Lo Cunto de li cunti. Il Pentamerone è il risultato della tradizione orale popolare ma anche dalle forme della tradizione letteraria più colta e nobile dell'epoca, un insieme di miti e leggende, proverbi, termini appartenenti ad una molteplicità di aree linguistiche differenti; vi echeggiano tematiche di autori classici quali Plinio, Ovidio, Virgilio e Petrarca. Fonte per il contenuto de Lo Cunto è l’entroterra napoletano, il salernitano, l’avellinese, il casertano e la Lucania, dove fu più facile e naturale attingere al patrimonio della memoria popolare, alla tradizione della fiaba e all’elemento della magia. Un lavoro che darà l’inizio al genere fiabesco e che sarà di stimolo per le successive raccolte di Perrault e dei Fratelli Grimm. 

Storia della Fiaba

Fiaba è un termine spesso confuso con favola e novella, vediamo quindi cosa indicano, a grandi linee, questi tre definizioni. Sotto il termine favola rientrano tutte le favole di Esopo o Fedro dove i protagonisti sono animali (per es. La cicala e la formica di Esopo o Il corvo e la gru di Fedro); la favola presenta una morale esplicita e dichiarata che inizia spesso con “…la morale è che…” oppure “cari bambini se non vi comportate bene…”; a differenza della fiaba è riconosciuto come appartenente ad un autore specifico.

La fiaba, come è Biancaneve o Cenerentola, non ha una morale esplicita, spesso ha un insieme di significati nascosti che risalgono a credenze ataviche, legate spesso a riti di iniziazione, metamorfosi legate al passaggio dall’età infantile a quella adulta (passaggio dalla vita familiare a quella sociale). Appartiene quindi alla cultura e alle tradizioni di un popolo e i suoi "autori" in realtà sono dei trascrittori, tra questi i Fratelli Grimm, Charles Perrault ed Italo Calvino. La novella, invece, ha un autore che la crea e non la riprende da una tradizione, è il caso di Andersen con novelle come La piccola fiammiferaia o La Sirenetta.