La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci. La Storia illustrata di Biancaneve e i 7 nani

Su Kokoro: Significato di Biancaneve e i 7 nani (prima parte)

Fig. 1 Part. illustrazione di Nancy Ekholm, Burkert, 1974
(vd. fig 5)
Biancaneve, conosciuta anche come Biancaneve e i sette nani, è una fiaba popolare europea di cui però non si conoscono bene le origini, si sa che viene narrata da secoli, in varie forme e in diversi paese (Bruno Bettehlheim, Il mondo incantato, Milano, Feltrinelli, 2008). Ma probabilmente la versione più conosciuta è quella dei fratelli Grimm, che la inserirono nella raccolta Kinder und Hausmärchen (Fiabe dei bambini e del focolare) nella prima edizione del 1812. Come in ogni fiaba la protagonista è di bell’aspetto, ma dalla poesia con la quale viene descritta Biancaneve nelle varie versioni, lei sembra essere la più bella di tutte. Queste sono le parole che scrivono di lei i fratelli Grimm: “C’era una volta una regina in attesa di un bambino che in una giornata invernale stava filando davanti alla finestra. Il davanzale era di legno d’ebano nero, e si stava ammucchiando già la neve. La regina pensò: 'Come mi piacerebbe avere una bambina dai capelli neri come l’ebano, dalle labbra rosse come il sangue e dalla pelle bianca come la neve' […]”.
Fig.2 Ludwig Richter, Kinder und hausmarchen,
fratelli Grimm, 1940
Fig.3 Millicent Sowerby, 1909
Incredibile ma vero, la regina ebbe questa bellissima bambina, dalle labbra rosse, la pelle chiara e i capelli corvini, e la chiamò Biancaneve. Questa perfetta descrizione viene ben rappresentata in un’illustrazione, piuttosto recente, di Nancy Hekholm Burket (fig. 1). Dal momento che la madre di Biancaneve muore mettendola alla luce, la bambina rimane sola col padre e con la sua nuova moglie, una donna bella quanto narcisista. Metto in chiaro questo perché Biancaneve è incentrato in parte sul narcisismo e quindi su quanto possa danneggiarci l’essere presi troppo da sé, dall’altra tratta il rapporto di gelosia che può nascere tra madre e figlia. Bettehlheim  traspone questa verità nel mondo di oggi, mettendoci a esempio un padre che cerca di tenersi al passo con l’esuberanza giovanile del figlio, o la madre che imita la figlia nelle movenze e nel modo di vestire; o ancora, per esempio, di una bambina che, gelosa della madre si convince, per autodifesa che sia la madre stessa a essere gelosa di lei, perché solo così riesce a sentirsi superiore a lei. 

Il Paese di Cuccagna dei Grimm


Come Pollicino anche Hansel e Gretel furono abbandonati nel bosco dai genitori. Camminarono a lungo fino a quando trovarono la loro fortuna/sfortuna: una bella casetta di marzapane, decorata di zucchero.
Cominciarono a mangiarla, ma la vecchietta che la abitava, li ospitò, dopodiché rinchiuse in una gabbia Hansel per farlo ingrassare e poi mangiarlo, d’altronde anche la vecchietta aveva fame, e Gretel divenne la sua piccola domestica.  Con astuzia, però, Hansel e Gretel riuscirono ad ingannare la strega e a spingerla nel forno dopodiché si appropriarono di tutti i suoi averi, rendendo ricchi i loro genitori.
La fiaba di Hansel e Gretel dei fratelli Grimm ha le sue radici nel Medioevo, dove la pratica dell’infanticidio era assai diffusa. Il Pollicino di Perrault ha molte similitudini con Hansel e Gretel dei Grimm: l'episodio dei sassolini e delle briciole di pane, e mentre i due fratellini trovano rifugio in una casetta di marzapane che li affascina, Pollicino e i suoi fratellini vengono attratti dal palazzo dell’Orco. 
Il bambino abbandonato “per fame” secondo Bettelheim in Il mondo incantato, può essere interpretato come il momento dello svezzamento, da parte della madre, distacco necessario che il bambino deve affrontare. Per Bettlheim quando i due bambini si troveranno di fronte alla casa di marzapane, un qualcosa che si può “pappare”, sarà come ritrovare il simbolo della madre, che trae nutrimento per il bambino dal proprio corpo.
Il Paese di Cuccagna di Pieter Bruege il Vecchio, 1567
Tuttavia, la fame, vista nell'analisi psicologica o storica, è il filo conduttore di entrambe le fiabe: i bambini sono abbandonati per fame; gli uccellini mangiano per fame le molliche di pane; l’orco vuole mangiare Pollicino come la strega ha il “progetto” di far ingrassare Hansel per mangiarlo. La mancanza e la ricerca del cibo spingono i personaggi ad agire. Le favole, in generale, hanno spesso un andamento, una trama labirintica, Cappuccetto Rosso vaga per il bosco, come Biancaneve, Pinocchio si perde nei suoi giri labirintici per la sua curiosità ecc. In Pollicino ed Hansel  e Gretel, però compare, l’astuzia per uscire dal labirinto, il filo d’Arianna. Pollicino (come i due fratellini) è un piccolo Teseo che deve fuggire, non dal Minotauro, ma dall’Orco che, come il Minotauro, si ciba di carne umana, preferibilmente giovane e tenera. I bambini che riescono a sfuggire al mostro diventeranno adulti. Spesso il finale della favola termina con il raggiungimento di ciò che mancava all’inizio: tanta povertà che nel finale è trasformata in ricchezza; fame che nel finale diventa sazietà, fino ad arrivare a vivere in parte nel Paese di Cuccagna. Tracce del mito del Paese di Cuccagna si trovano già nell’Epopea di Gilgamesh (2500 a.C.); ne Le opere e i giorni di Esiodo che ci racconta di un paese in cui non esiste la vecchiaia ma solo allegria e crescita spontanea di frutti. Anche il più recente Paese dei Balocchi di Pinocchio, è una sorta di Paese della Cuccagna, anche se caratterizzato più dall’ozio e dal divertimento che dall’abbondanza di cibo.

La vera storia di Hansel e Gretel

Hansel e Gretel, Illustrazione di Simona Cordero
Altri suoi lavori sono visibili su http://www.illustratori.it/SimonaCordero/

C’erano una volta due fratellini, Hansel e Gretel, furono abbandonati nel bosco dai genitori. Cammina, cammina   trovarono la loro fortuna/sfortuna: una bella casetta di marzapane, decorata di panna, cioccolato e ghiottonerie varie. Cominciarono a mangiarla, quando comparve sulla porta la vecchietta che vi abitava, li ospitò, dopodiché rinchiuse in una gabbia Hansel per farlo ingrassare e poi mangiarlo, d’altronde anche la vecchietta aveva fame, mentre Gretel divenne la sua piccola domestica.  Hansel e Gretel, seguendo la loro intelligenza ed astuzia, misero nel forno la strega e si appropriarono di tutti i suoi averi, rendendo ricchi i loro genitori.
Secondo le scoperte di un professore di scuola media, Georg Ossegg, che compì negli anni successivi all'ultima guerra, la strega della fiaba di Hänsel e Gretel è un personaggio realmente esistito. Il suo nome era Katharina Schraderin, nata ad Harz, in Germania, nel 1618, figlia di un pasticciere di Wernigerode. Sembra sia stata una cuoca e pasticcera di focacce e pan pepato fino a quando, nel 1647, si rifugiò in una casetta nei boschi dell'Engelsberg. Tutto ciò è documentato dai registri parrocchiali, protocolli e atti che il professor Georg Ossegg ha raccolto nei primi anni di quest'ultimo dopoguerra. Ossegg scoprì che, presso Aschaffenburg, esisteva un bosco, che prende nome dal villaggio dello Spessart, e che la gente del luogo chiama «il bosco della strega»; si convinse che proprio in questo bosco era vissuta la strega della fiaba, e si mise alla ricerca dei resti della «casa delle focacce», dove sarebbe vissuta e uccisa  la strega della fiaba. 
Trovò le fondamenta di pietra di una casetta d'argilla, e accanto ad essa i resti di quattro forni, per di più, in uno dei forni fu rinvenuto lo scheletro di un corpo carbonizzato, che risultò essere di una donna, sui trentacinque anni. Tra i resti fu trovata anche una cassettina di ferro con i resti di una focaccia, attrezzi da pasticceria e un foglietto con una ricetta scritta a mano: era la ricetta del pan pepato di Norimberga, e s'indicava l'uso del bicarbonato d'ammonio. I resti potevano esser fatti risalire al XVII secolo, nel quale visse la pasticciera di Wernigerode. Nel settembre 1962, Ossegg trova, nell'archivio comunale di Wernigerode, un documento datato 1651, con su scritto: Maximamente authentica et sommamente accurata descrizione de lo interrogatorio con terribilissimo suplicio della Katharina Schraderin nomata la Strega Pastizzera. Era l’interrogatorio che nel 1647, a Gelnhausen, Katharina aveva subito davanti ai giudici, accusata di stregoneria. La descrizione del processo ricalca fedelmente le pratiche della strega della fiaba impersonata dalla pasticcera Katharina. La figura della strega nel bosco è aderente alla descrizione dei Fratelli Grimm, da far sospettare che i giudici non fossero a conoscenza di fatti provati e testimoniati, ma di una fiaba popolare e che da questa fossero influenzati. 
E i due fratellini Hansel e Gretel? In base a leggende popolari e non documentate,  Ossegg ritiene che si tratterebbe di due fratelli, Hans e Greta Mettler, che negli anni del processo a Katharina avevano 37 e 34 anni. Hans è pasticciere, ed è colui che prima cercò di sposare Katharina, poi, respinto, la denunciò per stregoneria. Dopo il processo e la liberazione di Katharina, Hans e la sorella, avrebbero ucciso la pasticciera per impossessarsi della ricetta col bicarbonato di ammonio. Secondo lo studioso Traxler, la favola di Hänsel e Gretel sarebbe il risultato di un paio di casi criminologici, di un documento giudiziario e di ricordi popolari.  
Per approfondimenti si veda Alchimia della fiaba di Giuseppe Sermonti ed. Lindau

La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci. La storia illustrata di Pollicino

Le Petit Poucet è un’altra fiaba dei Contes. Certo, altre fiabe hanno trattato lo stesso tema, ma la versione che c’interessa è proprio quella di Charles Perrault: Pollicino. Quale tema tratta questa fiaba? La fame, il dover lottare per un pezzo di pane, perché altrimenti saremo noi a essere mangiati; e questo ci ricorda il detto “mangiare o essere mangiati”, per l’appunto. La Storia ci fa intuire che probabilmente, con questo tema, Perrault si riferisse alla grande carestia che ci fu sotto il regno di Luigi XIV; nel 1715, infatti, la Senna ghiacciò completamente e anche il suolo gelò per parecchi centimetri, creando grossi problemi alla popolazione. Questo il motivo per cui fu chiamata “la piccola era glaciale”. Tutto questo portò alla carestia che, così pare, ispirò Le Petit Poucet per i Contes.

Fig.1 Gustave Dorè
Fig. 4 Illustrazione di Dorè
Nella fiaba, i genitori di Pollicino e i suoi fratelli, si trovano costretti ad abbandonare i figli nel bosco perché non hanno più cibo per sfamare neanche loro stessi, ma quest’esperienza serve a Pollicino per imparare a usare la propria intelligenza.

Fig. 2 Gustave Dorè
Fig.7 Gustave Dorè
Nell’ormai più volte citato Fiabe di Ida Porfido, l’autrice, infatti, ci fa ragionare sull’insegnamento che lo scrittore francese vuole offrire al bambino, proprio riguardo all’intelligenza: l’imparare a cavarsela anche nelle situazioni più difficili. Pollicino è un bambino che, pur di salvare i fratelli, decide di rinunciare al pane. La seconda volta che i genitori li lasciano nel bosco, infatti, utilizza lo stesso espediente della prima volta, ma anziché i sassolini, il bambino lascia cadere le briciole del pane che aveva nascosto nella tasca (fig.1).
Purtroppo questo non serve a nulla, perché gli uccellini mangiano tutte le briciole e Pollicino, con i suoi fratelli, non trova più la strada di casa. In compenso i poveri bimbi capitano in una casa di orchi avvistata da lontano. Hanno bisogno di un riparo per la notte, sono molto affamati, e anche i lupi, lì nel folto bosco, lo sono. Per quanto mi riguarda, Pollicino è l’unica fiaba, dove finora ho letto di una famiglia di orchi, e soprattutto ci vengono presentati tutti. Normalmente nelle fiabe, l’orco è sempre solo; sì, si parla anche di altri orchi ma quasi mai di una famiglia intera. In Pollicino abbiamo a che fare con un padre, una madre e sette bambine, che si stanno preparando a far crescere i loro denti per mangiare meglio gli altri bambini, infatti, Perrault scrive:

Puccettino o Pollicino

L'Orco mentre uccide le sue figlie, di Gustave Dorè

C'era una volta un taglialegna e una taglialegna (è insolito trovare una fiaba dove la donna sia qualificata in base ad un mestiere, di solito è solo moglie), i quali avevano sette figliuoli, tutti maschi (7 è un numero esoterico, magico, inoltre, il fatto che i figli fossero tutti maschi ci dice che sono coloro i quali porteranno avanti il nome della famiglia ma in realtà stanno rischiando di morire e con loro anche il futuro della famiglia); (…) La cosa che maggiormente li tormentava, era che il minore veniva su delicato e non parlava mai: e questo che era un segno manifesto di bontà del suo carattere, lo scambiavano per un segno di stupidaggine (il futuro vincitore ci viene presentato con caratteristiche positive ma non riconosciute tali dalla società o meglio delle qualità che devono essere dimostrate per essere riconosciute). Il ragazzo era minuto di persona; e quando venne al mondo, non passava la grossezza di un dito pollice; per cui lo chiamarono Puccettino. Capitò un'annata molto trista, nella quale la carestia fu così grande, che quella povera gente risolvettero di disfarsi de' loro figliuoli.

Naso d'Argento e la stanza proibita

Nelle fiabe non c’è solo il Principe Azzurro che sveglia dal sonno o dall’incantesimo la giovane futura sposa; esiste nella fiaba anche il mostro, lo sposo predatore o animale.
Bettlheim in Il mondo incantato dedica un paragrafo allo sposo-animale. Barbablù è ritenuto il più feroce “sposo” rappresentato in una fiaba, tuttavia anche nella tradizione italiana troviamo una fiaba, Naso d’Argento, che ricorda la vicenda di Barbablù.

E' una fiaba della tradizione piemontese, zona delle Langhe, inclusa da Italo Calvino nella sua raccolta Fiabe italiane. Questa fiaba rientra in un gruppo di fiabe nelle quali l'iniziativa della rivalsa finale spetta alla protagonista stessa. In questo gruppo, un essere maschile malvagio, uno stregone, un orco o appunto il Diavolo in persona, adesca con l'inganno tre sorelle, una dopo l'altra. Ogni volta attira la prescelta nella propria casa e qui le impone un divieto, quello di non curiosare dietro una particolare porta. Le prime due sorelle disattendono l'ordine, vengono scoperte a causa di un oggetto rivelatore (nella fiaba di Calvino è un fiore che si brucia) e vengono gettate nell'Inferno. La terza, invece, è sufficientemente accorta da disobbedire senza farsi scoprire, anzi nella fiaba Naso d’Argento la ragazza non prometterà di non entrare nella stanza. Decisa a salvare se stessa e le sorelle, elabora un piano per ingannarlo: prima, dopo averle riportate in salvo, le nasconde in una cesta che fa trasportare fino a casa proprio dall'ignaro Diavolo poi architetta una strategia per fuggire a sua volta. La protagonista di Naso d’argento si salverà da sola, è una fiaba di donne: una madre e tre figlie che si liberano e si emancipano autonomamente dalla loro condizione di vittime dell’uomo. 
In Barbablù, invece, la liberazione della donna dalla ferocia di un uomo, avviene attraverso l’intervento di altri uomini, i fratelli della ragazza, ovvero i maschi a cui la ragazza, era appartenuta fin dalla nascita e ai quali ritorna in caso di ripudio o allontanamento dal “coniuge”. 
In tante fiabe esiste il luogo inaccessibile (una grotta - nelle viscere della terra o nelle profondità del mare -, una stanza oscura o un luogo incantato). Cosa custodirà quel luogo?
Si apre una porta e si oltrepassa così la soglia, il confine tra il mondo conosciuto e il mondo sconosciuto, il mondo accessibile solo ad alcuni.

"Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore, 
per me si va tra la perduta gente. 

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate, 
la somma sapienza e 'l primo amore. 

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro. 
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". 

Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta; 
per ch'io: "Maestro, il senso lor m'è duro". 

Ed elli a me, come persona accorta:
"Qui si convien lasciare ogne sospetto; 
ogne viltà convien che qui sia morta. 

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose 
c'hanno perduto il ben de l'intelletto". 

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai, 
mi mise dentro a le segrete cose.
(Divina Commedia, Canto III dell'Inferno, 1-21, D. Alighieri)



Ci vuole un Virgilio, un maestro che sia ritenuto persona accorta, una guida che ti conduca tra le segrete cose.
Si apre una stanza e come aprendo il vaso di Pandora si diffondono i mali e il dolore sull’umanità, così aprire la stanza proibita porta dolore e punizione a chi disubbidisce al Dio del tempo: l’uomo. L’apertura della porta da parte della giovane moglie di Barbablù e della giovane serva di Naso d’Argento simboleggiano la volontà femminile di autodeterminarsi in una società patriarcale che le vuole soggiogate a un ruolo di moglie, madre, figlia e sorella. Allo stesso tempo le azioni delle due donne celano la volontà di scavare nelle proprie paure, nel proprio inconscio alla ricerca della conoscenza di se stesse.
Vedi post: Barbablù e le donne senza traccia
Trama di Naso d'Argento

La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci. La Storia illustrata de Il Gatto con gli Stivali

Le Maître chat, ou le Chat bottè, così è il titolo con cui Perrault indica le vicende del Gatto con gli Stivali nei suoi Contes; ma questa volta, non possiamo in alcun modo dire che la fiaba su questo splendido e scaltro felino che indossa distintamente dei grossi stivali (figg. 34, 35), possa essere stata scritta per primo da Perrault. Viene, infatti, attribuita a Giovanni Francesco Straparola ne Le piacevoli notti, con il titolo Costantino fortunato (Fiabe, Ida Porfido). La maggior parte di noi conosce la storia del Gatto con gli Stivali con personaggi di sesso maschile, all’infuori della principessa ovviamente; ma se leggiamo Costantino fortunato, scopriamo che il Gatto è una Gatta e che ai tre giovani non viene lasciata l’eredità dal padre, ma dalla madre. Per il resto le varie versioni hanno molti punti; il fatto stesso dell’eredità, per esempio, è un inizio che ci suggerisce tali affinità: al figlio più giovane, umile di cuore in proporzione a quanto povero, viene lasciato un gatto, che parlando con il suo padrone gli rivela le sue intenzioni, promettendogli di farlo ricco.
1. illustrazione di Carl Ohhterdinger
Nelle illustrazioni di Crane e di Carl Offterdinger viene evidenziata quest’umiltà di cui parlo e si vede il giovane attento ad ascoltare quel che il Gatto ha da dire. Con Offtenrdinger, siamo all’interno di un’abitazione dall’arredamento piuttosto povero (fig.1), mentre con Crane siamo all’esterno, e alle spalle del giovane vediamo i due fratelli intenti ognuno col dono ereditario che ha ricevuto, abbiamo quindi un quadro generale della situazione (fig. 2).
2. Illustrazione di Walter Crane, 1860
Altri punti in comune tra Le Chat Bottè, Costantino fortunato e altre versioni de Il Gatto con gli Stivali, si ritrovano nell’udienza con il re; nel bagno nel fiume del ragazzo che ha ereditato il gatto, o la gatta, e nei successivi interventi del Gatto (o Gatta) per dimostrare che il suo padrone è un uomo ricco con molte proprietà. È durante queste dimostrazioni che l’animale fa il suo incontro con un orco, ma Straparola non accenna alla grande creatura. Sta di fatto che nei Contes si parla di un orco con poteri magici che possiede un enorme castello. Il Gatto decide d’ingannarlo così da poter dare al suo padrone tutto ciò che l’Orco possiede. Per  farlo, punta proprio sulla sua magia.
 3-4 Edmund Morin 
 <<M’hanno assicurato,- disse il Gatto,- che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie di animali, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.>> (I Racconti di Mamma Oca, Charles Perrault).

Scarpe e fiabe

Nelle fiabe, dove i nostri protagonisti viaggiano di regno in regno e camminano attraverso i boschi, i piedi sono in un certo senso “indispensabili”. Se il campo d’azione del protagonista è breve: un palazzo, un luogo dove il protagonista (di solito una giovane donna) è prigioniero, allora i piedi di solito, ballano. Ballano i piedi di Cenerentola, ballano le Scarpette Rosse e ballano le 12 fanciulle nella fiaba Le scarpe logorate dal ballo dei Fratelli Grimm. Anche la piccola Dorothy nel Mago di Oz possiede magiche scarpe d’argento che, battendo insieme i tacchi per tre volte, la riportano a casa. Perrault preferisce gli stivali, li fa indossare al Gatto con gli stivali, mentre all’orco di Pollicino o Puccettino fa calzare gli stivali delle 7 leghe, stivali magici che si adattano anche ai piedi di Pollicino, con i quali, indossatili, ritorna a casa insieme ai fratellini e alle ricchezze dell’orco. Tracce della fiaba di Cenerentola le ritroviamo nella cultura cinese dove esisteva, fino a pochissimi anni fa, il piede della bambina, veniva costretto da strettissime fasce, impedendone la crescita, in quanto il piede piccolo era segno di grazia, bellezza e qualità femminili, definite “loto d'oro” - anche nella versione originaria della fiaba le scarpette erano d'oro. Bruno Bettelheim ne Il mondo incantato ci narra il significato psicanalitico delle fiabe più conosciute, facendoci scoprire anche l'aspetto legato alla sessualità del calzare la scarpa da parte di Cenerentola, paragonabile ad un atto sessuale o al rito del fidanzamento; il piede di Cenerentola che lei infila nella scarpa offerta dal Principe corrisponde al mettere al dito l’anello di fidanzamento. Bettelheim cita la storia narrata da Strobone secondo il quale un’aquila fece cadere ai piedi del faraone il sandalo della bellissima cortigiana Rodope; il faraone la fece cercare per tutto il regno d’Egitto per poterla sposare. Questo racconto suggerisce come in certe circostanze la pantofola sia il simbolo di quanto di più desiderabile sia in una donna. In Donne che corrono coi lupi di C. Pinkola Estés troviamo un’analisi di Scarpette rosse fiaba della tradizione magiaro-germanica, ripresa e rielaborata da Andersen. 
Le scarpe fatte di stracci, messi insieme dalla ragazzina, simboleggiano il contatto profondo della bambina con le sue energie, la sua vitalità, il suo istinto. Ad un certo punto vi rinuncia perché attratta da una vita comoda e agiata, ma immobile, priva di possibilità di danzare.  Rinuncia così a se stessa e quando troverà altre scarpette rosse in pelle queste le porteranno solo emarginazione e senso di colpa da cui dovrà liberarsi, chiedendo aiuto ad un boia che, su sua richiesta, gli amputerà i piedi. Il simbolismo archetipo della scarpa è segno di autorità, persino ai giorni nostri la capacità di una persona viene giudicata dalle scarpe; il simbolo delle scarpe può anche essere inteso come metafora psicologica: proteggono e difendono ciò che ci tiene in piedi. Nel simbolismo archetipo i piedi rappresentano la mobilità e la libertà. In questo senso avere delle scarpe per coprire i piediè essere fermi nelle proprie convinzioni, è avere i mezzi per agire di conseguenza. (cit. Donne che corrono coi lupi).

Fiabe dove le scarpe fanno da protagoniste...

La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci. La storia illustrata di Barbablù


1. illustrazione di Edmund Dulac per Barbablù.
The Sleeping Beauty and others tales,
Sir Quiller-Couch, London, Omega Books, 1910
Le Barbe Bleue è una fiaba dei Contes di Perrault, che come per Le Petit Chaperon Rouge e La Belle au bois dormant, l’autore trascrisse nel 1697. Non si sono trovati racconti precedenti alla versione di  Perrault,  lo  scrive  anche  Bruno  Bettelheim  nel  suo  Il  mondo  incantato  (Uso,  importanza  e significati psicoanalitici delle fiabe); trova comunque una certa affinità sul tema della disobbedienza e curiosità femminile ne L’uccello di Fischer dei fratelli Grimm. In entrambi i casi abbiamo un uomo (mago, nel caso della fiaba dei Grimm), che consegna qualcosa d’importante alla donna (una chiave in Barbablù e un uovo in L’uccello di Fisher) per mettere alla prova la sua fedeltà.  
Ancora la curiosità femminile prevale; quella curiosità che la mette nei guai e che ci ricorda molto altre figure femminili che disobbedirono a una richiesta che era loro stata fatta: Eva che mangiò la mela offerta dal serpente; Pandora che aprì il vaso che contiene tutti i mali esistenti; e Psiche, che desiderosa di vedere il volto del suo amato Amore, gli ustiona per errore il volto, facendo cadere una goccia dalla lampada a olio che aveva con sé (Ida Porfido, Fiabe, Venezia, Marsilio, 2002). In ognuna di queste storie, la donna viene messa alla prova e fallisce sempre, per venir poi punita dall’uomo, ma, dato che, di Barbablù stiamo parlando, entriamo nello specifico di questa fiaba.
2. John Austen, Barbablù, Jennifer Mulherin, Favorite fairy tales,
 London, Granada, 1982
La giovane donna, dopo giorni di corteggiamento da parte di Barbablù, accetta di diventarne la sposa, nonostante le terribili voci che corrono su di lui, e lo segue nella sua casa. Dulac, con la sua splendida  illustrazione  ci  immerge  da  subito  in  un’atmosfera  orientale,  con  un  Barbablù  che sembra gentile verso la sua sposa (fig.1). Passato qualche tempo Barbablù le dice di dover partire e affida a lei l’intera casa. 
Qui lascia il mazzo di chiavi di tutta la casa, sempre ben rappresentate; tra queste, ve n’è una che non deve essere usata: apre una porta la porta di una stanza non bisogna entrare, per nessun motivo. È affascinante notare il tono più repertorio o meno di Barbablù, nel  momento  della  consegna,  a  seconda  dell’artista  che  lo  raffigura.  Quello più espressivo di tutti, a mio parere, è nell’illustrazione di Dorè. 
3. Le Barbe Bleue, Gustave Dorè, 1862. Perrault Fairy Tales.
With thirty-four fulla page illustration by Gustave Dorè,
New York, Dover, 1969
fig 5. Le barbe Bleue di Hermann Vogel





















L'Ombra nella fiaba di Andersen

Senza di lei, l’ombra, non saremmo completi. La nostra ombra non ci dice come abbiamo gli occhi, l’ombra non ha occhi è solo una sagoma del nostro corpo. Se abbiamo un neo sulla guancia, nell’ombra non c’è. L’ombra toglie le imperfezioni, toglie le nostre caratteristiche che ci contraddistinguono dagli altri; certo anche la sagoma dice molto del nostro aspetto. Secondo Jung l’archetipo dell’Ombra è la prima tappa del processo di individuazione (le altre due sono l’Anima e il Vecchio Saggio) che ciascuno di noi deve affrontare per crescere come individuo. Questa ombra è costituita da tutti quegli aspetti di noi stessi che non conosciamo, che un tempo avevamo ma che sono state rimosse per l’educazione ricevuta e rimangono nascosti dalla nostra Persona, la maschera che pensiamo di essere, con la quale ci poniamo di fronte agli altri; la parte ombra, riaffiora nei sogni sotto forma di incubi, mostri, simboli di figure demoniache, nei sogni compare sotto forma di una persona dello stesso sesso del sognatore. Le fiabe, secondo Jung, riflettono e svelano i processi dell’inconscio collettivo (l’ombra collettiva); la fiaba è scarsamente rivestita di materiale culturale e dunque rappresenta gli archetipi nella loro forma più pura, riflettendo chiaramente i modelli fondamentali della psiche. Attraverso la via dell’immaginario, la fiaba accomuna e avvicina civiltà e culture lontanissime, dimostrando come nell’intimo di ciascun uomo alberghino i medesimi pensieri, speranze, bisogni, aspirazioni. Ci guardiamo e non ci troviamo simili, poi ci conosciamo, ci sveliamo reciprocamente le nostre ombre e ci accorgiamo di essere tutti uguali, con le stesse paure, gli stessi dubbi e speranze. Le ombre delle fiabe sono quindi personificate dalla strega, dall’orco, dal lupo, i folletti personaggi ombra che il protagonista deve affrontare e vincere per raggiungere la fine del suo viaggio e poter dire di essere cresciuto, diventato individuo. L’ombra, tuttavia, non abbandonerà mai l’individuo: altre paure, altre prove attenderanno l’essere umano. L’Ombra, protagonista della fiaba di Andersen ad un certo punto lascia il corpo a cui appartiene; come l’ombra di Peter Pan, perduta nella casetta di Wendy e, che una notte, l'eterno bambino va a riprendere insieme a Trilli (Campanellino).


Immagine tratta dal film Andersen. Una vita senza amore. 
Una sera lo straniero era seduto sul balcone; alle sue spalle nella stanza brillava la luce e quindi era del tutto naturale che la sua ombra si posasse sulla parete della casa di fronte, anzi si trovava proprio tra i fiori di quel balcone, e quando lo straniero si mosse, anche l'ombra si mosse, perché di solito succede così. «Credo che la mia ombra sia l'unica persona vivente che si vede laggiù!» disse quell'uomo istruito. «Guarda come sta seduta con garbo tra i fiori, la porta è socchiusa; adesso l'ombra dovrebbe essere tanto accorta da entrare, guardarsi intorno, e poi tornare a raccontarmi quello che ha visto. E già, dovresti farmi questo piacere!» disse scherzando. «Su, da brava, entra! Su, vai?» e intanto fece cenno all'ombra e l'ombra gli rivolse lo stesso cenno. «Sì, sì, vai, ma poi torna!» Lo straniero si alzò e anche la sua ombra sul balcone di fronte si alzò, lo straniero si voltò e l'ombra si voltò, ma se qualcuno avesse fatto attenzione, avrebbe visto molto chiaramente che l'ombra entrò in quella porta socchiusa di quel balcone di fronte, proprio nel momento in cui lo straniero rientrò nella sua stanza e lasciò cadere la tenda dietro di sé. Il mattino successivo quell'uomo istruito uscì per bere il caffè e leggere il giornale. «Che succede?» esclamò, quando fu al sole «non ho l'ombra. Allora ieri sera se n'è proprio andata e non è ritornata più; che rabbia!» (L’Ombra, fiaba di Hans Christian Andersen).

La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci. La storia illustrata di Cappuccetto Rosso


La più antica versione della fiaba di Cappuccetto Rosso è la versione scritta da Perrault nei Contes (Le Petit Chaperon Rouge); in questa versione la bambina viene mangiata dal lupo. Il suo destino non può che essere questo. Il tema di questa fiaba è la contrapposizione tra la sicurezza della proprio casa e il pericolo che si può incontrare all’esterno. Perrault, come per ogni sua fiaba, ci offre una morale: 

“Qui si vede che i bimbi, ed ancor più le care 
Bimbe, così ben fatte, belline ed aggraziate, Han torto di ascoltare persone non fidate, 
Perché c’è sempre il Lupo che se le può mangiare. Dico il Lupo perché non tutti i lupi 
Son d’una specie, son d’una specie, e ben ve n’è di astuti 
Che, in silenzio, e dolciastri, e compiaciuti, Inseguon le imprudenti 
Fin nelle case. Ahimè, son proprio questi 
I lupi più insidiosi e più funesti!“ 

Già lo sapete, ci sono state molte discussioni su quello che Perrault intendesse realmente con queste parole e tra le più attendibili risulta essere, almeno per quanto mi riguarda, quella del lupo come metafora dell’uomo silenzioso, dolciastro e compiaciuto, come scrive Perrault. Quell’uomo che all’apparenza è ben vestito e fa il galante, ma che in realtà non vuole altro che “mangiarti”. Ebbene sì, l’altra metafora, secondo gli studi della tradizione orale sta in questa parola “mangiare”, come se in realtà intendesse “abusare”. Fatta questa premessa veniamo alla storia iconografica della piccola Cappuccetto Rosso.

Fig.1 Vignetta a guazzo. Anonimo
Questa ricerca parte proprio dal suo nome. Perché Cappuccetto Rosso? All’epoca di Luigi XII il cappuccio era simbolo della più bassa borghesia e nel XVII secolo, invece, era già fuori moda. Già da qui si può forse dedurre il perché la bambina abitasse in un villaggio poco fuori dal bosco. Inoltre, da sempre, nelle illustrazioni la bimba viene rappresentata con una mantellina fornita di un pezzo di stoffa per ripararle il capo, che sembrerebbe essere proprio un cappuccio. Per quanto riguarda il colore rosso, non si fa altro che continuare la nostra ricerca nella storia. Si ipotizza infatti, che le donne avevano l’abitudine di risvoltare il cappuccio tanto da farne vedere la fodera, che era sempre di colore rosso (Ida Porfido, Fiabe, Venezia, Marsilio, 2002). Fatto sta che il colore rosso attira molto l’attenzione e una bambina, pure se in mezzo a un fitto bosco, è facilmente visibile a qualunque lupo.
Figg.2 e 3. Gustave Dorè per Le Peit Chaperon Rouge in
Les Contes de me mère l'Oye, Charles Perrault, 1697
Fig.4 Gustave Dorè
Ogni fiaba ha delle scene clou. In Cappuccetto Rosso possiamo individuare: la mamma con la bambina; il Lupo che mangia la nonna; l’incontro tra Cappuccetto Rosso e il Lupo, e Cappuccetto Rosso e il Lupo nel letto della nonna. Nella mia galleria vi offrirò un’illustrazione per ognuna di queste scene, ma ora sono le ultime due sulle quali voglio concentrarmi: l’incontro tra Cappuccetto Rosso e il Lupo, e i due nel letto, sono in assoluto le più rappresentate.
Figg. 6,5 The Blue Beard Picture Book, illustrazioni di Walter Crane, ed G. Routledge c. 1875

C'è una casetta nel bosco...e una bara (parte seconda)

Il post C’è una casetta nel bosco terminava con l’accenno alla “casa degli uomini”.
Secondo Vladimir Propp in Morfologia della Fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia, la “casa degli uomini” era un’istituzione tipica dell’ordinamento tribale e di un’economia basata sulla caccia e, con il totemismo, come suo rispecchiamento ideologico. Tale istituzione prevedeva che i giovani maschi che avessero raggiunta la maturità sessuale non vivessero più nella casa paterna ma che si trasferissero in grandi case costruite appositamente per gli uomini, vivendo in comunità. Non è un allontanamento che impoverisce la tribù o la comunità ma anzi, ne rinforza la tradizione: qui i giovani uomini conservano oggetti sacri e maschere tribali; danzano; praticano riti legati ai loro culti indigeni.
La fiaba ha conservato tracce di questa istituzione. Di solito la visione della casa, da parte del giovane maschio, suscita sorpresa. La prima sorpresa è la dimensione della casa, queste case per gli uomini erano enormi soprattutto rispetto alla casa paterna di provenienza; caratteristica rimasta nelle fiabe più antiche. La casa è spesso circondata da una recinzione, spesso sottoforma di cancellate di ferro dove capitava fossero inseriti dei teschi, il tutto per allontanare i malintenzionati e proteggere gli oggetti sacri contenuti nella casa. Spesso il recinto è formato da una siepe; Propp non trova nelle fiabe della sua terra (la Russia) reminiscenze di questa siepe ma ci indica un esempio di tale siepe viva nella fiaba della Bella addormentata nel bosco, intorno alla protagonista cresce infatti una selva di rovi per proteggerla. E in fondo, la casa della fiaba de La bella addormentata nel Bosco, è proprio la Bella Rosaspina; lei è la casa di se stessa, è in lei che, dormendo, avvengono dei cambiamenti. Forse sogna, forse percepisce che non è il momento di svegliarsi, percepisce che il Principe è ancora distante, chissà?! E’ lei il luogo sacro all’interno del bosco, è il suo sonno che fa muovere gli altri personaggi affinché il sonno termini e la Bella torni alla piena coscienza di sé.
Eh già, la bella addormentata nel bosco. Secondo Propp, ad un certo punto, nelle “case degli uomini” arriva una donna. Propp parla di “sorella”. La fanciulla arriva alla casa nella foresta per vari motivi: è stata cacciata dalla matrigna, è stata rapita, ha perso la strada di casa, ecc. qui, la “sorella” è amata come una sorella carnale, vive nelle casa si occupa della sua pulizia, di preparare i pasti, mentre gli uomini vanno a caccia o si dedicano al brigantaggio o varie attività poco lecite. In realtà, la donna presente nella casa degli uomini era di solito, la moglie di uno degli uomini o una donna alla mercé dei più giovani iniziati. Ad un certo punto questa donna usciva dalla casa o come moglie o tornando nel villaggio; sorgeva un problema: la donna era a conoscenza dei segreti della casa, aveva assistito alle danze, ai riti, ai racconti della tradizione, e adesso? Come poteva abbandonare la casa? Con la morte, la morte apparente, temporanea; Propp suppone che la donna, prima di essere allontanata dalla casa, venisse sottoposta al rito di iniziazione con il quale entrava in possesso di quei segreti “degli uomini” che giurava di non rivelare. Nella fiaba la donna muore, temporaneamente, tramite oggetti: schegge, aghi, spine oppure pettini e forcine; oggetti che possono essere ingeriti, come mele avvelenate o bevande. Affinché la giovane ritorni in vita è sufficiente eliminare l’oggetto che ha indotto il sonno. La bara di cristallo trasparente in cui la donna è collocata durante il suo sonno, sembra sia legata al fenomeno del sonno iniziatico, il sonno temporaneo; al cristallo venivano attribuite qualità magiche e questo elemento aveva un suo ruolo all’interno del rito di iniziazione. In questa visione, la Bella addormentata nel bosco, quale segreto porterà con sé al suo risveglio?

Andersen e l'Audace Soldatino di Stagno


Era il più piccolo di 25 fratelli: 
I soldatini si assomigliavano in ogni particolare, solo l'ultimo era un po' diverso: aveva una gamba sola perché era stato fuso per ultimo e non c'era stato stagno a sufficienza! Comunque stava ben dritto sulla sua unica gamba come gli altri sulle loro due gambe … 
Andersen, che non ama gli eroi, avrebbe potuto dire che il soldatino aveva una sola gamba perché l’aveva perduta in guerra come un eroe e creare fin dall’inizio un personaggio vincente, invece ci dice che aveva una sola gamba perché non era bastato lo stagno. Ci dice anche, però, che stava in piedi esattamente come gli altri che ne avevano due, aveva, quindi, la vera tenacia che ci si aspetta da un soldato. Gran parte della fiaba racconta il viaggio del soldatino, un viaggio in balia dell’acqua, una sorta di navigazione; l’acqua d’altronde, insieme al fuoco, è simbolo di purificazione. E, proprio nel fuoco, sarà  l' ultimo viaggio del soldatino.
Il Soldatino di Stagno
Illustrazione di Paola Andreatta.
Altre opere della stessa autrice
sono visibili nel blog:
http://paola19and.blogspot.com/ 
Il viaggio acquatico comincia con un improvviso acquazzone che fa muovere il soldatino di piombo, fino a quel momento immobile a terra; viaggio che comincia con acqua che viene dal cielo e che, come vedremo, lo porterà alla fine del percorso nell'acqua profonda, un viaggio quindi, non solo in orizzontale, ma anche in verticale, dall'alto verso il basso. Il soldatino si ritrova in un rigagnolo d’acqua fino a quando due bambini lo mettono in una barchetta di carta; la corrente lo trascina fin quasi dentro le fogne, acqua scura, minacciosa, simbolo di peccato dove vive un grosso topo che chiede al soldatino il passaporto per poter passare: il soldatino è uno sconosciuto in quel luogo, lui viveva nella stanza di un bambino e lì deve tornare; riesce a sfuggire al topo e quando l’acqua comincia ad essere tranquilla e il soldatino comincia a godersi il paesaggio dalla sua barca, ecco che, all’improvviso, altra acqua rumorosa e minacciosa: una cascata che cattura il soldatino e lo trascina con la sua barchetta di carta giù in fondo al lago (o al mare, non è specificato) e, nell’acqua calma del fondale, viene inghiottito da un grosso pesce. L’acqua non abbandona il soldatino che infatti non si adagerà sul fondale (la terra) ma verrà immediatamente ingoiato da un pesce. La terra simbolo di rinascita ma anche di morte non può ancora ingoiare nelle sue viscere il soldatino che non ha ancora concluso il suo viaggio di ritorno. Le uniche viscere che lo accoglieranno saranno quelle vive del pesce; abbiamo uno scambio vitale tra i due personaggi: in un primo momento il pesce inghiotte il soldatino, tenendolo vivo (come capita a Pinocchio nel pescecane) ma quando il pesce verrà pescato e portato nella cucina della casa, allora lì verrà sventrato e la sua morte lascerà libero e in vita il soldatino (e qui l'immagine ci riporta a Cappuccetto Rosso liberato dalla pancia del lupo). Tornato a casa però un altro bambino lo getterà nella stufa; la ballerina con un balzo (Andersen ci dice per un colpo di vento) lo raggiungerà nel fuoco dove il soldatino si sentiva sciogliere. Quando il giorno dopo la domestica toglierà la cenere, del soldatino troverà solo il cuoricino di stagno e della ballerina il lustrino (che teneva sul corpetto, n.d.a) tutto bruciacchiato e annerito.

La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci. La storia illustrata de La Bella Addormentata nel Bosco


Perché galleria delle fiabe? Certamente saprete che al mondo esiste una varietà impressionante d’illustrazioni e che ogni fiaba esistente offre più e più rappresentazioni relative alla stessa. Milioni d’illustratori e pittori si sono dati da fare per arricchire il patrimonio fiabesco in ogni parte del mondo e questo mi permette di donarvi una modesta galleria delle fiabe. Purtroppo mi sono dovuta limitare a una selezione ben precisa, le fiabe più conosciute e che, forse, presentano una più vasta rappresentazione. La mia scelta è caduta su alcune delle fiabe contenute anche nella raccolta Les Contes de ma mère l’Oye di Charles Perrault: La Bella addormentata nel  bosco  (La  Belle  au  bois  dormant),  Cappuccetto  Rosso  (Le  Petit  Chaperon rounge), Barba Blu (La Barbe Bleue), Il Gatto con gli stivali (Le Maître chat ou le Chat botté), Cenerentola (Cendrillon ou la Petite Pantoufle de verre)  e Pollicino (Le Petit Poucet). Nella mia galleria, in aggiunta a queste sei famose fiabe, avrò il piacere di presentarvi anche Biancaneve e La Bella e la Bestia, non trattate da Perrault. Come sappiamo sono state  raccontate  e  scritte  molte  versioni  di  queste  fiabe,  alcune,  prima  della  trascrizione secentesca di Perrault, ad eccezione di Cappuccetto Rosso cui va il pieno merito. Ogni fiaba nasconde  la  sua  storia,  la  sua  genealogia  e  se  ne  seguiamo  il  percorso  possiamo lentamente arrivare alle sue radici. Stessa cosa vale per le loro raffigurazioni: differenti interpretazioni da diversi illustratori e pittori che, lasciatisi ammaliare dal mondo fiabesco, hanno voluto immergervisi per trasmettere ad altri ciò che sentivano, hanno voluto raccontare attraverso l’illustrazione. Questa forma d’ispirazione artistica trova il suo apice dagli esordi del tardo barocco, con Perrault e Mme d’Aulnoy, protraendosi fino all’età romantica con i fratelli Grimm (Alle radici dell’iconografia della fiaba. Note sulle prime illustrazioni dei Contes, di Paola Pallottino in Special issue on Charles Perrault, Colorado, Merveilles & Contes, 1991). Il mondo delle fiabe e quello dell’illustrazione sono quindi in stretto legame, ed è a questi due mondi che dedico la mia galleria: un’analisi personale o derivante da quanto ho appreso sui libri, affiancata dalle curiosità che girano  attorno  alle  fiabe;  tutto  questo  accompagnato  da  una  modesta  e  mirata  ricerca iconografica. Ma adesso seguitemi nella mia galleria e "guardiamo" la prima di queste fiabe.

1.  La Bella addormentata nel bosco


Fig.1 Xilografia anonima per The Sleeping Beauty, in
Histories or Tales of Past Times, told by Mother Goose,
Salisbury, B. Collins, 1777.
Come quasi ogni fiaba La Bella addormentata nel bosco tratta soprattutto il tema dell’amore. La versione più conosciuta è quella raccontata nei Contes di Perrault, una vecchia fata dimenticata lancia il suo maleficio alla principessina: ella si pungerà con un fuso e cadrà morta. Per fortuna, una delle fate buone rimedia al suo crudele destino: 
“[…] la Principessa si pungerà la mano con un fuso, ma invece di morirne, ella cadrà soltanto in un sonno profondo che durerà cent’anni e in capo al quale il figlio d’un re verrà a svegliarla.” (I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault, Milano, Einaudi, 1957). Proprio come si è detto, all’arrivo del Principe, la Principessa si risveglia e la fiaba continua in una seconda parte nella quale alla coppia  nascono  due  bambini,  Aurora  e  Sole,  e  la  madre  orchessa  del  Principe  tenta  di mangiare nuora e nipoti, ma è lei stessa a soccombere. La precedente variante di questa fiaba è reperibile né  Lo cunto de li cunti di Basile, dove la protagonista è la bella Talia, che da dormiente mette al mondo due bambini, Sole e Luna. Il tema della dama addormentata, però, è già presente in tempi più remoti: vediamo Brunilde nella Saga dei Volsunghi, o Zellandine nel terzo libro di Perceforest, che come per Basile affronta anche le questioni dello stupro e dell’infedeltà coniugale (La Histoire de Troylus et de Zellandine).
Fig.2 Gustave Doré, illustrazione per La Belle au dormant di
Charles Perrault, in Histoires ou Contes du Temps passè: Les
Contes de ma Mère l'Oye
(1697)
Una versione in parte simile alla prima metà della fiaba di Perrault è la successiva Rosaspina, fiaba facente parte dei Kinder un hausmärchen dei fratelli Grimm. Facilmente,  intuirete  come  sia  chiaro  che  da  così  diverse  fonti  nascano  altrettanto  differenti illustrazioni, di conseguenza avremo una grande varietà, per esempio, di uno dei punti cruciali de La  Bella  addormentata:  l’incontro  di  lei  con  il  principe.  La  prima  illustrazione (fig 1) che  vado  a presentarvi è una xilografia anonima del 1777, The Sleeping Beauty.
Fig. 3 Walter  Cane (1845 -1915). Cromolitografia
per The Sleeping Bauty, in Sixpenny Toybooks.
London, George Routledge, 1870-1874
Quest’illustrazione non è la prima a comparire per raccontarci le vicende della Bella Addormentata, ma altre comparvero in precedenza, nella raccolta dei Contes (La belle au bois dormant. Contes de ma mère l’Oye. 1695. Illustrazione anonima a guazzo. E La belle au bois dormant. Histoire ou Contes du temps passè, Paris, Barbin, 1697. Prima ed. a stampa. Incisione su rame attribuita ad A. Clouzier. Entrambe cit. in Alle radici dell’iconografia della fiaba di P. Pallottino). L’antica xilografia (fig. 1) mostra, come dicevo, l’esatto momento del risveglio della bella fanciulla e quindi il suo incontro con il principe, il suo vero amore, cui si affiderà per il resto della vita. Questo, probabilmente, pone l’accento sulla fragilità di questa figura femminile, ecco perché spesso il femminismo ha attaccato il mito de La Bella Addormentata tentando di distruggerlo, provando a toglierle quella sua passività e a darle, invece, un ruolo attivo nella società in cui vive.  
Fig.4 "Is That you, my prince? I have
waited for you very long." Illustrazione
di Arthur Rackham. Penna, inchiostro e
acquerelli, 1933. Collezione Privata.
Illustrazione per The Sleeping Beauty in
The Arthur Rackham Fairy Book.