martedì 31 dicembre 2013

Podio 2013

Non voglio mettere in competizione i miei post tra di loro (sono destinati a convivere a lungo, quindi meglio non suscitare in loro dell'arido antagonismo); è solo una statistica tanto per fare un sunto dell'anno.
Ecco, quindi, i post che hanno conquistato il podio in questo 2013:

1. La Ragazza Mela (fiaba di Italo Calvino), con 1142 visite.
2. Animali nelle fiabe: l'Asino, con 845 visite.

sabato 21 dicembre 2013

L'ultimo sogno della vecchia quercia

Trecentosessantacinque anni sono passati da quando una vecchia quercia era una piccola ghianda; trecentosessantacinque anni trascorsi con le sue radici ben radicate nella profondità del terreno. Questa è la lunga vita della protagonista della fiaba di Andersen L’ultimo sogno della vecchia quercia.
Muore nella notte di Natale, come la Piccola Fiammiferaia muore, immaginando di raggiungere la nonna in cielo, nella notte dell’ultimo dell’anno, così la quercia muore in un giorno di festa, un giorno solenne. La morte per Andersen, credente, è quasi sempre una liberazione, un’ascesa a una esistenza più piacevole e degna dell’uomo. O della quercia, appunto.
La quercia sogna o forse vive il momento della sua morte (si sta sradicando da terra a causa di una forte tempesta nel cuore della notte della vigilia di Natale) e rivede tutta la sua lunghissima vita:
"Era quasi il giorno di Natale quando la quercia fece il suo sogno più bello: ascoltiamolo!
Ebbe la sensazione che quella fosse una giornata di festa, le sembrò di sentire tutte le campane delle chiese suonare a festa e le sembrò anche che fosse un bel giorno estivo, tanto l'aria era calda e mite; la quercia allargava il suo fitto fogliame, fresco e verde, i raggi del sole giocavano tra i rami e le foglie, l'aria era piena del profumo delle erbe e dei cespugli, le farfalle variopinte giocavano "a prendersi" e le effìmere ballavano, era come se tutto esistesse affinché potessero ballare e divertirsi. Tutto quello che l'albero aveva vissuto e visto nei suoi lunghi anni di vita, gli sfilò davanti, come in un corteo".

mercoledì 4 dicembre 2013

La conciliazione della nostra duplice natura (Fratellino e Sorellina)

Articolo gentilmente concesso da Sara Foti Sciavaliere e pubblicato su Ripensandoci.com

Già i primi filosofi consideravano l’uomo come composto da una natura umana e una natura animale. E nella fiaba dei fratelli Grimm “Fratellino e Sorellina”, come in altre che narrano le avventure di due fratelli, i protagonisti rappresentano le diverse nature dell’Es, dell’Io e del Super-io. 
Il messaggio primario di queste storie è che per raggiungere la felicità è necessario integrare queste tre dimensioni della psiche. Di fatto quando non riesce a raggiungere o mantenere la propria integrazione interiore, significa che le due nature sono in conflitto tra loro.
Illustrazione  di Franz Müller-Münster (1867)
"Queste fiabe iniziano con un’originaria mancanza di differenziazione tra i due fratelli: essi […] sono inseparabili. Ma poi, a certo punto del processo di crescita, uno di loro comincia a vivere un’esistenza animale, e l’altro no. Alla fine della storia l’animale riprende la forma umana; i due fratelli si ricongiungono, per non separarsi più. È questo il modo simbolico della fiaba di esprimere gli elementi essenziali dello sviluppo della personalità umana: in un primo tempo la personalità del bambino è indifferenziata; poi dallo stato indifferenziato si sviluppano l’Es, l’Io e il Super-io. In un processo di maturazione essi devono essere integrati, nonostante tensioni contrarie"(B.Bettelheim, “Il mondo incantato”, p. 79)

domenica 17 novembre 2013

La strega e la stufa

Smarritasi nel bosco, una principessa incontra una stufa di ferro in grado di muoversi e di parlare, poiché trattasi in realtà un principe stregato. Quest'ultimo indica alla fanciulla la strada per tornare al castello paterno, facendole promettere di ritornare, liberarlo dalla stufa e sposarlo; la principessa promette e ritorna al castello. Il re, però, non vuole permettere che la sua unica figlia sposi una stufa, così manda una sua serva con indosso gli stessi abiti della principessa, ma la stufa la rimanda indietro. La giovane, messa alle strette, decide di mantenere la parola data, nonostante la riluttanza del padre. Giunta nel bosco, la principessa raschiando il ferro con un pugnale, riesce a liberare il principe, ma non gli promette di sposarlo, poiché, nonostante il giovane sia gentile e di bell'aspetto, ella non conosce i suoi veri sentimenti nei suoi confronti. (da La stufa di ferro, dei fratelli Grimm)
La stufa e la strega.
La strega è spesso inserita in un ambiente domestico: la casetta o capanna, il cibo che prepara all’ospite ignaro, la stufa, il pentolone da cui escono fumi di selvaggina o di pozioni magiche. Secondo l’analisi di Vladimir Propp, la strega offre, ritualmente, il cibo al visitatore che bussa alla porta della sua capanna: può essere il visitatore che la strega vuole aiutare donandogli oggetti magici o l’ospite che la strega è intenzionata a trasformare in un pranzetto; Propp cita le fiabe russe in cui il Principe viene accolto dalla strega e prima di essere da questa interrogato, lei gli offre del cibo, dicendo che solo dopo aver mangiato sarà giusto interrogarlo e sapere qualcosa riguardo alle sue avventure. Nell’ambito europeo non possiamo non pensare alla strega di Hansel e Gretel che apre la porta (di una casetta già appetitosa, in quanto fatta di pan pepato) a due bambini perduti ed affamati che la strega vede come cibo; e anche qui la stufa ricopre un ruolo importante soprattutto nel nostro immaginario.
Hänsel e Gretel in una illustrazione di Theodor Hosemann
Secondo l’analisi di Propp, la stufa (strettamente legata al fuoco che purifica) fa parte di un processo iniziatico. Tra gli aborigeni australiani era uso, per sancire il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, interrare il giovane fino a lasciare fuori solo la testa; questa cavità è proprio la “stufa”. Altri due uomini, accovacciati a terra celebravano il rito della cottura del giovane dentro la stufa. Giunto al termine della “cottura” il bambino era simbolicamente morto ed era nato l’adulto.

Nelle isole del Pacifico credevano che (cita Propp) "l’anima fosse cotta o arrostita in una stufa di terra così come i maiali vengono cotti nella terra e che successivamente fosse messa in un cesto di foglie di palma e portato al dio che il defunto aveva venerato da vivo. Egli doveva essere mangiato ora da quella deità cannibalesca e successivamente, grazie ad un processo inspiegabile, il defunto dilaniato emanava dal corpo della deità e diventa immortale”. In una fiaba russa di Novgorod, un bambino viene mandato a scuola dal “nonnino-del-bosco”; qui le nipoti del nonno accendono la stufa dove il bambino verrà gettato per tre volte perchè solo alla terza volta, quando la stufa raggiunge l’incandescenza, il bambino avrà “compreso” e quindi superato la prova. In un’altra fiaba russa il vecchio del bosco si rifiuta di consegnare il figlio al padre poiché spiegherà: “devo ancora cuocerlo nella pentola”. In entrambe queste fiabe i bambini imparano a trasformarsi in animali e a capirne il cinguettio. Nelle isole Hervey si narra che le anime cadessero nella rete di un essere mostruoso la strega Miru, detta Rossa, per il colore incandescente del suo volto ustionato dal calore della stufa nella quale la strega cuoceva le anime dopo averle nutrite e fatte ingrassare (come il povero Hansel).La stufa, oltre a cucinare e trasformare l'Hansel di turno, cucina e trasforma anche il cibo. Cibo che la strega, come abbiamo detto all'inizio del post, offre all'ospite, Principe, eroe o bambino che sia. Anche l'offerta del cibo riconduce ad un rito di passaggio legato al mondo dei defunti. Pensiamo per esempio alla "tavola delle offerte", che troviamo nel culto egizio, dove veniva collocato il cibo da donare al defunto prima di essere posto nella cripta; al posto del morto veniva utilizzata una statua alla quale, a fine pasto, veniva aperta la bocca, questo faceva simbolicamente affermare che il morto si fosse trasformato in spirito e avesse acquisito le caratteristiche dell'altro mondo. La strega, depositaria di questa ritualità, offre cibo prima di chiedere al suo ospite chi esso sia e quale viaggio stia percorrendo: verso la vita o il mondo dei morti? E' un personaggio da trasformare in una sua personale evoluzione o il suo percorso termina in quella capanna, trasformato nel pranzetto della strega?
Altro post: Il cibo nelle fiabe

domenica 3 novembre 2013

La Bella addormentata, Biancaneve e ... tutti dormono felici e contenti

“L'uomo moderno vive nel sonno; nato nel sonno, egli muore nel sonno. […] che cosa può conoscere un uomo che dorme? Se ci pensate, ricordandovi nello stesso tempo che il sonno è la caratteristica principale del nostro essere, subito vi diverrà evidente che un uomo, se vuole realmente conoscere, deve innanzi tutto riflettere sulla maniera di svegliarsi, cioè sulla maniera di cambiare il suo essere.” Da Frammenti di un insegnamento sconosciuto di P.D. Ouspensky.
Illustrazione di Benjamin Lacombe
Cosa può conoscere l’uomo nel sonno? Sicuramente può conoscere il sogno, l’altra sua dimensione legata alla conoscenza del suo inconscio. Non molto dissimile il significato dell’incantesimo nelle fiabe: permettere all’uomo di svolgere, assecondando i suoi tempi, la propria evoluzione; ciò accade quando nelle fiabe un personaggio incontra esseri che sono incantati, imprigionati negli elementi della natura, egli viene preso dall’anelito di liberazione che queste creature gli esprimono. Un esempio celebre è la Bella addormentata che, durante il suo sonno/incantesimo sviluppa consapevolezza della sua femminilità, trasformandosi da “bella addormentata” in una donna pronta ad una vita matrimoniale. Biancaneve e la Bella addormentata nel bosco, tra le più “assonnate” cadono addormentate per l’azione di un maleficio, rappresentato dalla strega cattiva, e si risvegliano alla vita grazie ad una potenza luminosa, rappresentata dal principe. Il bacio del Principe ha il potere di risvegliare, e di riportare alla realtà vera della fiaba la protagonista che era caduta in un mondo oscuro, da dove ritorna rigenerata da un sonno ristoratore. Il sonno ti porta in un'altra dimensione, tanto che quella della resistenza al sonno è una delle più difficili prove che protagonisti, anche di miti classici, devono superare nella lotta per la conquista dell’immortalità; ricordiamo Ulisse, che per essersi addormentato proprio in vista di Itaca si perde di nuovo in un vagare pieno di insidie. Addormentato arriverà ad Itaca e lì si sveglierà, potrebbe essere stato tutto un sogno se non fosse che la sua terra è profondamente cambiata. E’ questo che succede nei miti e nelle fiabe: al risveglio tutto è nuovo, diverso. Si rinasce, si ricomincia.
Ipno e sua madre la Notte
Ipno, il Sonno, era fratello gemello di Tanaos (Morte). Fu Ipno a dare ad Endimione la facoltà di dormire ad occhi aperti, immagine che ricorda la persona ipnotizzata. Oggi si ricorre molto spesso all’ipnosi per guarire o alleviare malattie dolorose; ma la pratica dell’ipnosi è antica e praticata da tempi lontani: riti magici, suoni ritmati, danze propiziatrici inducono, dall'alba dell'umanità gli uomini in stato di trance ipnotica per il raggiungimento dei loro obiettivi ed il potenziamento delle loro risorse; nel mondo animale esistono esempi tra i rapaci che fissando sulle loro prede lo sguardo “ipnotizzano” piccoli uccelli per poterli catturare. E l'incantesimo? Come il sonno e come l’ipnosi, dalla quale non sembra distaccarsi molto, anzi sembra essere la stessa cosa, l’incantesimo ha un termine; termine che di solito viene stabilito dall’antagonista del mago/strega che lo ha indotto. È il principe, è l’eroe che ha vinto infinite prove di coraggio ed astuzia che saprà liberare (di solito l’oggetto amato) dall’incantesimo. La parola incantesimo deriva da incantare, ossia recitare formule magiche - da canere, cantare; stessa radice del sinonimo francese "charme", derivato da carmen canto, poesia, profezia. L'incantesimo, rito magico, pone l'accento sulla parola - prima magia dell'uomo; un tempo la parola era ritenuta sacra e curativa. 

mercoledì 23 ottobre 2013

Da Leonardo a Cenerentola: la zucca nelle fiabe

La pianta della zucca si presenta rigogliosa con lunghi tralci dalla quale esplodono zucche enormi, spesso dal colore giallo-arancio, sarà per questa esplosione, che la zucca sembra il risultato di una magia. Se questo è vero, è vero solo in parte.  La zucca arriva nelle fiabe, passando la mitologia e la tradizione, nella fiaba niente è casuale. La zucca in molte mitologie è legata all’acqua, alla fertilità, alla nascita e all’origine della vita. In America centrale è celebre la storia di un uomo chiamato Iaia, il cui unico figlio morì improvvisamente. Il padre decise di seppellire il figlio in una grande zucca, come in una sorta di bara e lo pose ai piedi di un albero; dopo qualche anno tornò sul posto e, aperta la zucca, non trovò più i suoi resti ma solo tanta acqua dove nuotavano pesci d’ogni tipo. Sconvolto da tale visione ricoprì la zucca e ritornò al villaggio dove la notizia, passando da l’uno all’altro, arrivò alle orecchie di quattro uomini che decisero di rubarla, pensando che dentro vi fosse nascosto un tesoro. Sorpresi da Iaia medesimo, si spaventarono e nella fuga fecero cadere la zucca che si spaccò in tanti pezzi. La leggenda narra che da essa uscirono torrenti d’acqua che inondarono copiosamente la terra, formando gli oceani e i mari. 
La zucca è protagonista anche nel diluvio universale: seconda una leggenda dell’Indocina solo un fratello e una sorella si salvarono dal Diluvio, rinchiudendosi in una zucca. Dai due nacque la nuova umanità, infatti la donna partorì una zucca e i suoi semi, sparsi per la pianura e la montagna, diedero origine alle varie razze umane. 
Nei poemi epici Ramayana e Mahbharata della religione induista è narrata la nascita dei figli di Sagara, re di Ayodhya: il re aveva due mogli, una partorì un figlio e l’altra partorì una zucca. Dal cielo una voce ammonì Sagara a non gettare via la zucca e a porre ogni seme della zucca in una giara piena di burro: da ognuna di quelle giare (non meno di sessantamila) uscì un ragazzo. La zucca per il suo colore giallo simile al sole e alla sua forma di contenitore (per molto tempo è stata utilizzata come recipiente per l'acqua) è stata associata alla fertilità.


"Va in giardino e portami una zucca." Cenerentola subito andò a cogliere 
la più bella che le riuscì di trovare, e la portò alla comare, senza capire 
come mai quella zucca l'avrebbe fatta andare al ballo. La comare la vuotò, 
e quando non fu rimasta che la sola scorza, la percosse con la sua bacchetta, 
e la zucca fu subito mutata in una bella carrozza tutta dorata. 
(Charles Perrault)

Una zucca legata alla morte è quella che troviamo nella favola di Leonardo Da Vinci, Il salice, la gazza e i semi della zucca. Un salice, oppresso dai tralci delle viti e di altre piante che si aggrappavano ai suoi rami, tirandoli giù e impedendo loro di potere gioire della vista del cielo e del sole, cerca una pianta che cresca senza doversi aggrappare ai suoi rami ma anzi che li possa sostenere. Decide per la zucca; chiede ad una gazza di procurargli semi di zucca che poi seminerà ai suoi piedi (ossia radici). In breve tempo la pianta di zucca occupa tutti i rami del salice, con le sue grandi foglie gli toglie la luce e i suoi frutti pesanti prostrano a terra i lunghi rami del salice; così, dopo aver invocato aiuto alla gazza invocherà l’aiuto del vento affinché con la sua forza scuota le zucche e le faccia cadere, ma il salice, ormai vecchio e appesantito, non riuscirà a contrastare il vento che, dividerà il tronco del salice in due parti. Il povero salice così capì che era nato per non provare mai bene.
Anche in Jean de La Fontaine (1621-1695), troviamo la zucca come protagonista di uno dei suoi apologhi morali, La ghianda e la zucca.
Un giorno un contadino osservava un’imponente quercia e una pianta di zucca. “Mi pare - diceva - che il Signore Iddio abbia commesso un grosso sbaglio. Il frutto della zucca, così grosso e pesante, dovrebbe essere della quercia, e la piccola ghianda sarebbe assai appropriata alla pianta della zucca”. Poi si sdraiò all’ombra della quercia e continuava le sue riflessioni sulle cose create. Ad un tratto si staccò una ghianda dall’albero e andò a battere proprio sul naso del contadino, il quale si alzò irritato ed esclamò: “Iddio Creatore non ha sbagliato, non sbaglia mai. Se fosse caduta una zucca, che cosa sarebbe accaduto al mio povero naso?” (La Fontaine)

sabato 12 ottobre 2013

C'era una volta... Italo Calvino (a 90 anni dalla sua nascita)


Cesare Pavese sarà il primo che, riferendosi allo stile di Italo Calvino, lo definirà uno stile dal tono fiabesco e questo prima ancora che uscisse la raccolta Fiabe Italiane. Un segno del destino quindi, una strada intravista da un illustre collega.
Già ne Il Sentiero dei nidi di ragno ed altri racconti, Calvino aveva lavorato su fonti raccolte da testimonianze orali come farà per le Fiabe, ma erano già al suo attivo anche racconti come Il visconte dimezzato dove la narrazione è fortemente legata all’immaginazione (il protagonista è un uomo tagliato a metà e ognuna delle quali ha una propria vita indipendente.)
Non è quello di Calvino un puro esercizio di sperimentazione della scrittura e dei suoi vari registri ma, probabilmente, una sua fede innata nella fiaba se egli stesso dice: “le fiabe sono vere […] sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi di un destino.” Fiabesco è anche lo schema che Calvino trova ne I Promessi Sposi: c’è un obiettivo da raggiungere (il matrimonio) con personaggi che ostacola l’obiettivo e altri che cercano di aiutare i due protagonisti a realizzarlo; identificando, tra questi, fra’ Cristoforo come “l’aiutante magico che nelle fiabe spesso prende l’aspetto di un animale benefico, destinato al sacrificio.”
La fiaba è quindi il destino dell’uomo, di una collettività. Così in Fiabe Italiane sono raccolte 200 fiabe di tutte le regioni o zone geografiche d’Italia, la zona viene indicata accanto al titolo ma come ci dice Calvino nella prefazione ciò non vuole indicare che la fiaba è di quel luogo poiché le fiabe sono uguali dappertutto, dire di dove sono non ha molto senso. La fiaba viene indica appartenente ad un luogo in quanto di questo luogo ha acquisito un abito, un modo di dire che fa decidere l’autore di darle una collocazione geografica precisa. Calvino non registra le fiabe dal racconto degli abitanti del luogo ma le riprende dalle tante raccolte folcloristiche che arricchivano il patrimonio delle biblioteche italiane; un patrimonio vasto e "aggrovigliato" un pescare in un mare sconosciuto ma ricco di varietà, da questo viaggio nasce, nel 1956, Fiabe Italiane.
Dalla prefazione di Fiabe Italiane: "Ora, il viaggio tra le fiabe è finito, il libro è fatto, scrivo questa prefazione e ne son fuori: riuscirò a mettere i piedi sulla terra? Per due anni ho vissuto in mezzo ai boschi e palazzi incantati, col problema di come meglio vedere in viso la bella sconosciuta che si corica ogni notte al fianco del cavaliere, o con l'incertezza se usare il mantello che rende invisibile o la zampina di formica, la penna d'aquila e l'unghia di leone che servono a trasformarsi in animali. E per questi due anni a poco a poco il mondo intorno a me veniva atteggiandosi a quel clima, a quella logica, ogni fatto si prestava a essere interpretato e risolto in termini di metamorfosi e incantesimo: e le vite individuali, sottratte al solito discreto chiaroscuro degli stati d'animo, si vedevano rapite in amori fatati, o sconvolte da misteriose magie, sparizioni istantanee, trasformazioni mostruose, poste di fronte a scelte elementari di giusto o ingiusto, messe alla prova da percorsi irti d'ostacoli, verso felicità prigioniere d'un assedio di draghi; e così nelle vite dei popoli, che ormai parevano fissate in un calco statico e predeterminato, tutto ritornava possibile: abissi irti di serpenti s'aprivano come ruscelli di latte, re stimati giusti si rivelavano crudi persecutori dei propri figli, regni incantati e muti si svegliavano a un tratto con gran brusio e sgranchire di braccia e gambe. Ogni poco mi pareva che dalla scatola magica che avevo aperto, la perduta logica che governa il mondo delle fiabe si fosse scatenata, ritornando a dominare sulla terra. Ora che il libro è finito, posso dire che questa non è stata un'allucinazione, una sorta di malattia professionale. È stata piuttosto una conferma di qualcosa che già sapevo in partenza, quel qualcosa cui prima accennavo, quell'unica convinzione mia che mi spingeva al viaggio tra le fiabe; ed è che io credo questo: le fiabe sono vere". (Italo Calvino)
Per finire vi lascio con una definizione della scrittura secondo Calvino: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto” non vi sembra che sia lo stesso meccanismo della fiaba?

domenica 22 settembre 2013

Il porcellino di bronzo, a Firenze con Andersen


La scritta posta nella Loggia del porcellino per il 200° anno della
nascita di H.C. Andersen

Nella città di Firenze, non lontano da Piazza del granduca, si trova una traversa che credo si chiami Porta rossa; qui, davanti a una specie di bancarella di verdura, sta un porcellino di bronzo, di bella fattura; fresca e limpida acqua scorre dalla bocca di quell'animale, che a causa dell'età è tutto verde scuro solo il grugno brilla, come fosse stato tirato a lucido, e questo si deve alle molte centinaia di bambini e di poveretti che vi si afferrano per avvicinare la bocca a quella dell'animale e bere. È come un quadretto vedere quel bel porcellino di bronzo abbracciato da un grazioso fanciullo mezzo nudo, che accosta la fresca boccuccia al suo grugno.

Chiunque, quando arriva a Firenze, è in grado di trovare quel luogo; basta che chieda del porcellino di bronzo al primo mendicante che incontra, e lo troverà di sicuro.


Era una tarda sera d'inverno, le montagne erano coperte di neve, ma c'era il chiaro di luna e il chiaro di luna in Italia dà un chiarore che è come quello di un buio giorno invernale al nord anzi è meglio, perché l'aria stessa brilla, l'aria dà sollievo, mentre al nord il freddo cielo plumbeo preme contro la terra, la gelida e umida terra che un giorno premerà sulle nostre bare.

Nel giardino del castello granducale, ai piedi dei pini, dove migliaia di rose fiorivano nel periodo invernale, era rimasto per tutto il giorno un ragazzetto vestito di stracci, un ragazzetto che poteva rappresentare l'Italia, così bello, così sorridente, eppure così sofferente. Aveva fame e sete, nessuno gli diede un soldo, e quando venne buio e il giardino dovette essere chiuso, il custode lo cacciò via. Così rimase a lungo sul ponte che passava sul fiume Arno a sognare, a guardare le stelle scintillanti nell'acqua.
Si avviò verso il porcellino di bronzo, si chinò in avanti e gli gettò le braccia intorno al collo; poi mise la bocca vicino al grugno splendente e bevve a grandi sorsate quella fresca acqua. Lì vicino si trovavano alcune foglie di insalata e qualche castagna: quella fu la sua cena.
Non c'era un'anima per strada; era tutto solo, così montò sul dorso del porcellino di bronzo, si allungò in avanti in modo che la testolina ricciuta riposasse su quella dell'animale, e prima ancora di accorgersene, si addormentò.
A questo punto, allo scoccare della mezzanotte il porcellino prende vita - spesso, nelle fiabe di Andersen, esseri inanimati cominciano ad agire e ad avere sentimenti umani proprio allo scoccare della mezzanotte - e comincia a correre per le strade di Firenze con il bambino aggrappato al suo grosso collo. E' un vero e proprio tour turistico quello descritto da Andersen, forse un omaggio alla città di Firenze che tanto amava. Il bambino rimarrà meravigliato dai quadri esposti agli Uffizi, in particolare dalla Discesa agli Inferi del Bronzino; affascinato dalle tombe, in particolare quella di Galileo, che vedrà nella chiesa di Santa Croce.

domenica 15 settembre 2013

1° anno di Fiabe in Analisi (dentro la fiaba)


Fiabe in analisi compie il suo primo anno di vita virtuale, nato con poca convinzione da parte mia in quanto blog monotematico, ha superato ogni mia aspettativa (non era difficile, considerando che non mi aspettavo grandi risultati!). Ringrazio tutti i lettori del blog e, in particolare, tre “personaggi” che hanno collaborato in questo anno:
Tiziana Ricci, diplomata all’Accademia di Belle Arti e che ha realizzato la Galleria delle Fiabe dedicata alle fiabe di Charles Perrault;
Chagall che mi ha coinvolto nella prima traduzione integrale in italiano (realizzata da lui) dell’Uccello Blu;
Rita Gherghi, amica dal cui sito sul Counseling ho attinto più volte per entrambi i miei blog; per Fiabe in analisi ha scritto il post Fiaba, mito e filosofia.

Ed ecco, di seguito, alcuni compleanni "fiabeschi":

Un regalo di compleanno da Robin Hood...

Il compleanno di Pluto...

E un Buon Non Compleanno...

martedì 3 settembre 2013

Sharhazad

Quante volte moriamo perché nessuno ci racconta più niente? Ne sanno qualcosa le persone anziane, ma non solo. Il re Shahriyar era morto nei confronti delle donne, delle pulsioni positive verso queste per le quali nutriva solo odio e sete di vendetta. Vendetta indiscriminata: colpire tutte per vendicarsi di una o poche più. Ma Shahrazad gli parla, gli racconta di altri mondi e altre persone, lo porta in un mondo di magia. Sharhazad non salva solo se stessa ma anche il re. E’ una salvezza totale perché non egoistica. La parola si dice che possa ferire ma la parola ha anche poteri magici come testimoniano i rituali o la preghiera dove le parole evocano legami con ciò che non è materia ma spirito o ideale o, forse, noi stessi.
Mille e una notte di parole che portano in viaggio, lontano dall’idea della vendetta, lontano dalla probabile morte di Sharhazad e sempre più vicino alla rinascita del re. La parola e meglio ancora, la fiaba trasforma la paura in coraggio, l’odio in amore, la fame in un banchetto nuziale.
Sharhazad non morirà all’alba, al sorgere del sole (elemento maschile) ma continuerà a vivere grazie al suo “approfittare” della notte (legata al mondo femminile e della creatività); di notte Sharhazad emerge nella buia visione del re come una luna piena che crea il domani che, in questo caso, non è prerogativa del Sole. La Luna prepara così il sorgere del Sole, del nuovo giorno del re.

domenica 25 agosto 2013

Animali da fiaba: l'Oca e Mamma l'Oca di Perrault

Geb dio egizio della terra che,
trasformato in oca, 
fa nascere
 il sole covando un uovo.
Un tempo l'oca veniva preferita ai cani per la sua innata propensione nel prevedere pericoli ed invasioni di estranei, era spesso alla guardia di una casa (pensiamo alle celebri oche del Campidoglio) da sempre a contatto con l’uomo, ha però mantenuto la sua aggressività e la sua regalità.  
Tra gli Egizi, l'oca è fra i volatili "da cortile" più comuni - lo stesso cigno è detto "oca del Nilo" – e, forse per il candore delle sue piume la si definisce "figlio di re", facendone il simbolo geroglifico del ka del faraone. Riesce a destreggiarsi fra tre delle quattro aree cosmiche: cielo (è volatile), terra (instancabile camminatore) e acqua (è nuotatore). Il suo lento e cauto volo servì da paragone al primo grado dell’ascesi buddista, divenne simbolico attributo della ninfa Ercina:
un giorno, giocando con Proserpina nel bosco sacro di Trofonio, si lasciò scappare un'oca con cui Proserpina era solita dilettarsi. Ercina inseguì l'oca che andò a nascondersi sotto una pietra. Tolta la pietra, Ercina notò che cominciò a sgorgare dell'acqua il cui flusso formò poi una sorgente e quindi un fiume a cui fu dato il nome di Ercina. In questo punto fu in seguito costruito un piccolo tempio con un simulacro di Ercina con in mano l'oca (da wikipedia).

giovedì 15 agosto 2013

La Ragazza Mela, Italo Calvino (trama ed analisi)

C’erano una volta un re e una regina che non avevano figli. La regina camminando per il giardino e vedendo un bellissimo melo, si chiedeva sempre perché lei non potesse fare figli, come il melo faceva le mele. Successe che alla regina nacque una mela, così bella e colorata come non se n’erano mai viste. Il re la mise in un vassoio d’oro sul suo terrazzo. Di fronte al palazzo di questo re ce n’era un altro, abitato anche questo da un re. Questi, un giorno che stava affacciato alla finestra, vide, sul terrazzo del re di fronte, una bella ragazza bianca e rossa come una mela che si lavava e pettinava al sole. Lui rimase a guardarla a bocca aperta, perché non aveva mai visto una ragazza così bella. La ragazza però, appena si accorse di essere guardata, entrò in una mela e sparì. Il re se n’era innamorato. Pensa e ripensa andò a bussare al palazzo:
“Maestà, avrei da chiederle un favore “
“ Volentieri !Se tra vicini si può essere utili “ disse la regina 
“Vorrei quella mela che avete sul terrazzo “
“Ma che dite maestà ? Non sapete che io sono la madre di quella mela e che ho sospirato tanto perché nascesse? “
Il re tanto insistette che non gli si potè dir di no, per mantenere l’amicizia. Così lui portò la mela a casa sua e le preparò tutto per lavarsi e pettinarsi. La ragazza tutti i giorni usciva dalla sua mela per lavarsi e pettinarsi; il re la guardava. Altro non faceva la ragazza: non mangiava e non parlava, solo si lavava e si pettinava, poi tornava nella sua mela. Quel re abitava con una matrigna, la quale, vedendolo sempre chiuso in camera, incominciò ad insospettirsi e a chiedersi perché il figlio stesse sempre nascosto.Venne l’ordine di guerra e il re dovette partire; gli piangeva il cuore al pensiero di lasciare la sua mela. Chiamò il suo suddito più fedele e gli lasciò la chiave della sua camera raccomandandogli di non far entrare nessuno nella stanza. Il servitore preparò tutti i giorni l’acqua e il pettine per la ragazza della mela. Appena il re fu partito la matrigna si diede da fare per entrare nella sua stanza. Fece mettere dell’oppio nel vino del servitore e, quando si addormentò, gli rubò la chiave. Aprì e frugò tutta la stanza e più la frugava meno trovava. C’era solo quella mela in una fruttiera d’oro. La regina prese lo stiletto e si mise a trafiggere la mela. Da ogni trafittura uscì un rivolo di sangue. La matrigna si prese paura, scappò e rimise la chiave nella tasca del servitore addormentato. Quando il servitore si risvegliò, non si raccapezzava di cosa fosse successo. Corse nella camera del re e la trovò allagata di sangue. 
"Povero me! Cosa devo fare?"

mercoledì 7 agosto 2013

A oriente del sole e ad occidente della luna

A oriente del sole e a occidente della luna è una fiaba classica della Norvegia, raccolta dallo scrittore e studioso di folclore Peter Abjornesen (1812-1855) e dal vescovo ed esperto di teologia Jorgen Engerbrestsen Moe (1813-1882), considerati i “Grimm della Norvegia”.
“Un giovedì sera alla fine dell’autunno”, un grosso orso bianco bussa alla casa di un contadino molto povero e con una famiglia molto numerosa. Chiede di portare con sé la bella figlia minore con la promessa di donare grandi ricchezze a tutta la famiglia. Il contadino, ascoltata la figlia, la consegnerà all'orso. A cavallo dell’orso, la ragazza arriverà in uno splendido palazzo, dove viene servita e trattata con premura. Ogni sera, dopo che si è coricata, qualcuno la raggiunge nella sua stanza e dorme accanto a lei, ma se ne va prima dell’imbrunire e lei non può vederlo in volto. Quando un giorno, la fanciulla è condotta a far visita ai genitori e ai fratelli, la madre le consiglia di verificare che non sia un troll quello che la raggiunge ogni notte. Benché l’orso l’abbia messa in guardia contro i consigli materni, la notte successiva lei illumina con una candela l’uomo addormentato, un uomo tanto attraente che non può fare a meno di baciarlo, ma alcune gocce di cera gli cadono addosso e lo svegliano. Deluso, le svela che se solo avesse atteso un anno l’incantesimo che lo trasformava in orso di giorno si sarebbe rotto. Ora invece, è condannato a sposare la figlia della sua matrigna troll. La ragazza non può trattenerlo, le è concesso solo di cercarlo “ a oriente del sole e a occidente della luna, e lei non sarebbe mai arrivata”. A questo punto inizia la ricerca per amore: “Dopo essersi stropicciata gli occhi e aver pianto a lungo, si mise in marcia e camminò per molti, molti giorni, finché…” incontra, una dopo l’altra, tre vecchie donne che le donano rispettivamente una mela d’oro, un arcolaio d’oro e una conocchia d’oro. Chiederà aiuto ai venti che la mandano dall'uno all'altro l’uno all’altro e la conducono per un tratto del suo viaggio verso il luogo impossibile – perché quale mai può essere il posto a est del sole e a ovest della luna? Dopo il vento dell’est, quello dell’ovest e quello del sud, è il più forte e anziano vento del nord che conosce quel luogo. Così, la ragazza trova il palazzo arriva al palazzo dove si trovano il principe e la sua promessa sposa troll, la quale, incuriosita dagli oggetti dorati dono delle tre vecchie, baratta una notte con il principe per ciascuno di essi pur di averli. Furba, però, dà al giovane un potente sonnifero; così, durante le prime due notti, la ragazza non riesce a svegliarlo e farsi riconoscere. Solo la terza notte ci riuscirà perché lui viene avvisato da un gruppo di prigionieri cristiani. Il resto è presto detto e la conclusione della fiaba corre per poche righe. Come da tradizione, il principe mette alla prova la sua futura sposa: deve lavare proprio la camicia sporca di cera. La principessa troll naturalmente è maldestra e non ci riesce, e lei e sua madre scoppiano letteralmente dalla rabbia. Prima di andarsene, il principe e la sua sposa non dimenticano di liberare i cristiani prigionieri. (la trama completa)
La cognizione del tempo nei Paesi nordici è sicuramente diversa da quella dei Paesi dell’area mediterranea, la luce del giorno e il buio della notte sono diversi e, di conseguenza, questo si rispecchia nella cultura popolare. Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale dice a proposito di Tule (isola identificata a volte con parte della Groenlandia a volte con l’Islanda) così descrive quei luoghi:

domenica 28 luglio 2013

Il Mondo Sottoterra, da La novellaja fiorentina (Napoli 1871) di Vittorio Imbriani

Tre figli rimasti orfani, si mettono in viaggio in cerca di fortuna; durante il viaggio si imbattono sull’inaspettato e come sappiamo, nelle fiabe l’inaspettato apre infinite possibilità. Ma che cosa è questo oggetto inaspettato? Semplicemente una lapide con su scritto: “Il Mondo Sottoterra”. Un segno o un segnale che indica una via da prendere, verso un mondo sconosciuto e misterioso.
Il Vecchio e il Bambino, opera di Roberto Metz (il
sito dell'autore)
Accettare di intraprendere questo percorso sconosciuto richiede audacia. Dopo vari tentativi, solo il Fratello minore avrà il coraggio di raggiungere il fondo del mondo sotterraneo dove incontra un vecchio che lo istruisce sul come comportarsi e quali pericoli corre: nel palazzo abita un gigante che tiene prigioniera una Regina, ma, se il giovane sarà coraggioso, riuscirà ucciderlo e a liberare la fanciulla. Il vecchio consegna al giovane le chiavi per aprire le sette porte del palazzo ed una falce per ammazzare il gigante. La figura del vecchio è onnipresente nelle fiabe: qui è il vecchio che tramanda le sue conoscenze al giovane inesperto; lo invita a mettere attenzione lì dove il giovane potrebbe, per l’età, agire con incoscienza. E’ il vecchio che cede, come in una sorta di eredità, o passaggio di testimone, i mezzi per poter raggiungere con successo la sua impresa: sette chiavi (per la simbologia del n° 7 vedi post su Biancaneve e i 7 nani) ed una falce. Prima dona le chiavi e poi la falce perché è in questa sequenza che andranno utilizzate, la loro utilità sarebbe nulla se il giovane non seguisse questa successione.
Così il giovane apre sette porte con le chiavi magiche, incontra il gigante, lo uccide con la falce. Libera quindi la Regina prigioniera, raccoglie le ricchezze del palazzo, e carica tutto nella cesta con cui è stato calato giù dai fratelli. Ma i fratelli, tirati su la donna e l'oro, dividono tra loro il bottino e abbandonano il fratello minore al suo destino.

domenica 7 luglio 2013

Enrichetto dal Ciuffo e lo spirto gentil...


Immagine tratta da Il mio Amico ed Garzanti 1960
Enrichetto dal Ciuffo nasce brutto, talmente brutto che a stento si riesce a capire se si tratti di un essere umano. Ma l’“umano” che interessa alle fiabe non si rispecchia nell’aspetto fisico ma nell’essere interiore. La bellezza non può essere esclusivamente estetica ma anche, forse soprattutto, etica. In Enrichetto l’etica è generosità: nasce brutto ma di raffinate doti morali le quali saranno trasmesse, incondizionatamente, a colei che lo amerà, questo gli predice una fata presente il giorno della sua nascita. La fata, è legata al destino, prevede e, come una delle Parche, trama i fili del nuovo essere umano venuto al mondo. Sarà la stessa fata, che assisterà alla nascita della futura sposa di Enrichetto, una bambina bellissima ma alla quale la Natura (o la Fata?) ha negato la grazia e l’intelligenza, a predire che s’innamorerà di un uomo che le trasmetterà tutta l’intelligenza - “spirito” - di cui lei è al momento sprovvista.
E così, Enrichetto sarà amato da una fanciulla bellissima ma stupida; il loro incontro darà origine ad una lei bella e raffinata ed un Enrichetto amato per la sua bellezza interiore, mentre la bruttezza fisica sparirà, ma solo agli occhi della futura sposa:
Fu detto fra le altre cose, che gli occhi di lui, che erano guerci, le parvero più brillanti; e che finisse col mettersi in testa che quel modo storto di guardare fosse il segno di un violento accesso di amore: e che perfino il naso di lui, grosso e rosso come un peperone, accennasse a qualche cosa di serio e di marziale.

domenica 16 giugno 2013

Fate e Serpenti

Il termine “Fata” deriva dal gaelico “faunoe” o “fatuoe” che nella mitologia pagana indicano le compagne dei fauni; tale parola viene fatta risalire anche al termine “fatica” che nel medioevo era sinonimo di “donna selvatica”, ovvero di donna dei boschi, delle acque, e in genere del mondo naturale. David Larkin, (Fate, 1978). Secondo altre fonti invece, il nome fata deriva dall'altro nome latino delle Parche, che è Fatae, ovvero coloro che presiedono al Fato (dal latino Fatum ovvero "destino"). 
Fatum, tuttavia ha anche altre traduzioni:
1. oracolo, predizioni. In Livio troviamo l’espressione fata Sibyllina per indicare gli oracoli della Sibilla. Caratteristica delle fate che, spesso, non dicono esplicitamente il futuro ma danno indicazioni perché questo si avveri.
Illustrazione Le Fate di Perrault
2. fato, destino, fatalità. L’incontro con la fata è un imbattersi “per caso” in una fata che ha diverse sembianze. Nella fiaba di Perrault Le Fate, la fata si presenta come una vecchietta che chiede a due giovani sorellastre di darle un po’ d’acqua: la sorella buona e gentile darà da bere alla vecchietta che in cambio le donerà la capacità di trasformare ogni sua parola in pietre preziose o rose; la seconda sorella arrogante e sgarbata rifiuterà la cortesia e la vecchietta/fata la condannerà a veder uscire dalla sua bocca parole trasformate in rospi o serpi.
3. volontà degli dei. La Fata che troviamo nei boschi, immersa nella natura ha poteri divini;
4. cattiva sorte, calamità. Così è la fata che condannerà la Bella Addormentata a cento anni di sonno.
La fata delle fiabe classiche mantiene le caratteristiche sia della fata legata alla terra e alla selva che le caratteristiche che la vogliono tessitrice del destino, della fortuna degli uomini ma anche dispensatrici di cattiva sorte. In questa accezione negativa la fata è spesso accompagnata dal serpente (che, come appena detto, compare anche ne Le Fate di Perrault).

sabato 8 giugno 2013

Il Gatto con gli Stivali e Mercurio il messaggero

Illustrazione di Walter Crane
Per altre immagini de Il gatto con gli stivali vai alla
Galleria delle Fiabe
La fiaba "Il Gatto con gli stivali" narra la storia di un’ eredità lasciata da un mugnaio ai suoi tre figli: il vecchio mulino al primogenito, al secondo un asino e al più giovane un gatto, dando a ciascuno la possibilità di vivere con questi mezzi. Il più giovane è dispiaciuto per la sua parte di eredità, ma il gatto della fiaba è un animale astuto e, ovviamente, dato che siamo in una fiaba, dotato di parola. Con astuzie ed inganni il gatto capovolgerà la vita del suo nuovo proprietario, fino a fargli sposare la figlia del re. Il gatto è la personificazione del senso di realizzazione, la vittoria. Saputo dell’eredità, così reagisce il figlio più giovane:"I miei fratelli [… ]potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune: ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame." Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso, gli disse con viso serio e tranquillo: "Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato trattato tanto male quanto forse credete". Da questo momento il gatto realizzerà la vita del suo padrone. Sarà l’artefice della sua fortuna senza che il proprietario debba fare niente ma solo ubbidire al gatto. 

giovedì 30 maggio 2013

Il tappeto volante: volo da fiaba!

Niente di più efficace, per passare da un luogo inospitale ad un altro accogliente, che saltare su un tappeto volante che ti trasporta in un baleno in un luogo amico. Simile alla bacchetta magica per la sua capacità di rivoltare la situazione, ma mentre con l’incantesimo della bacchetta, il protagonista non è consapevole della trasformazione, sul tappeto volante, il protagonista partecipa al viaggio, sa di lasciare un luogo e di raggiungerne un altro, a volte sconosciuto. Non solo, spesso il tappeto volante esegue gli ordini del passeggero principale che così dimostra il suo potere nel far volare il tappeto.
Il tappeto magico o volante fa pensare immediatamente al mondo arabo delle fiabe de Le Mille e una notte, tuttavia, sembra che la sua origine sia da ritrovare in Russia e che, sia stato inserito ne Le Mille e una Notte solo in stesure successive. In questa raccolta il tappeto volante è introdotto nel racconto di del principe indiano Hussain che viaggia nella zona allora nota come Bisnagar e così descritto: Chiunque sieda sul tappeto e desideri passare da un luogo ad un altro sarà, in un batter d'occhio, trasportato in un luogo, vicino o distante, altrimenti difficile da raggiungere se non con molti giorni di cammino.
Nessun tappeto volante è menzionato nel manoscritto Galland, il manoscritto più antico contenente la prima versione della fiaba 282 delle 1001 storie. Nella versione originale di Aladino e la lampada magica, Aladino ordina il rapimento della principessa Badroulbadour e il suo sposo la prima notte di nozze non su un tappeto, ma nel loro letto nuziale, che viene sostenuto attraverso l'aria con il genio della lampada. Il tappeto magico appare per la prima in molte versioni moderne della storia, in particolare nel Walt Disney film d'animazione Aladdin del 1992.
Contrariamente all'opinione popolare, ci sono molto pochi tappeti volanti nelle storie de Le Mille e una Notte. In realtà, nessun tappeto volante è menzionato affatto nel manoscritto Galland, il manoscritto più antico contenente la prima 282 del 1001 storie. Nella versione originale di Aladino e la lampada magica, Aladino ordina il rapimento della principessa Badroulbadour e il suo sposo la prima notte di nozze non su un tappeto, ma nel loro letto nuziale, che viene sostenuto attraverso l'aria con il genio della lampada. Il tappeto magico appare per la prima in molte versioni moderne della storia, in particolare nel Walt Disney film d'animazione Aladdin dal 1992. Il tappeto disneyano però, non fa pensare ad un potere insito in Aladino, ma è un tappeto che guida il “trasportato” verso un futuro migliore; è il tappeto che lo condurrà in una caverna piena d'oro e gioielli; ed è sempre il tappeto che lo aiuterà a corteggiare e conquistare il cuore della figlia del Sultano.

sabato 25 maggio 2013

Peter Pan e l'infanzia negata

 “Non ho una madre” disse Peter. 
Non solo non aveva una madre, ma non aveva il minimo desiderio di averne una. 
Pensava che fossero persone sopravvalutate. 
Wendy, tuttavia, sentì subito odore di tragedia.
J. Barrie, Peter e Wendy

Quando, il 1° maggio del 1912, fu presentata la statua di Peter Pan nei Giardini di Kensington, come omaggio al personaggio fiabesco, il suo autore James Matthew Barrie commentò: "Non vi traspare il demone che è in Peter". E chi, meglio di lui, poteva conoscere il carattere e le dinamiche della sua creatura? Eppure il vero Peter Pan è fuggito dalle intenzioni del suo autore ed è stato interpretato in modo opposto: gioioso, gentile, difensore dei bambini condizionati dagli adulti. Aiuta i bambini scomparsi (morti) a passare nell’aldilà, un giovane, piccolo traghettatore di anime. Bellissimo l’episodio, dove all’interno dei giardini di Kensington trova una bambina, Maimie Mannering, l’unico essere umano oltre a lui, ma la bambina è morta e lui vuole portarla con sé. La bambina desidera vedere la madre, ma sa che se seguirà Peter Pan non potrà più vederla, Peter Pan la lascia andare e la bambina torna alla vita, dopo essere rimasta, forse per una notte, nei giardini di Kensington. Manderà in dono a Peter una capra.
In questi Giardini sono presenti due lapidi che riportano i nomi di una bambina, Phoebe Phelps e di un bambino, Walter Stephen Matthews (in realtà sono due pietre miliari con le inziali W St. M e PP ad indicare le due parrocchie di Westminster St. Mary e Paddington), entrambi caduti dalle carrozzine e Peter, che li aveva trovati, aveva inciso i loro nomi sulle lapidi. Phoebe di 13 mesi e Walter, probabilmente più piccolo, morti prima dei due anni che, come ci dice Peter Pan, “i due anni sono il principio della fine…” ossia quell’età in cui i bambini cominciano a dimenticare come si svola (in Peter Pan i bambini prima di venire al mondo sono degli uccelli che vivono nei giardini di Kensington), smettono di credere nelle fate (sempre presenti nei Giardini) e, forse per questo, la fantasia di Barrie colloca Walter e Phoebe lì: non erano ancor stati “contaminati” dalla crescita. Ma perché questa attenzione per i bambini non cresciuti, non per loro volere, ma per decisione del destino?
Come spesso accade la risposta è nell’infanzia dell’autore. All’età di 6 anni James Barrie perse il fratello di 13 anni, David. Era il preferito dalla madre la quale, dopo la morte del prediletto, si chiuse per un lungo periodo in un silenzio che il piccolo James cercò di abbattere indossando l’identità del fratello: indossava i suoi vestiti, cominciò a fischiettare come faceva lui e così facendo, forse, uccise il piccolo Matthew James Barrie che non divenne mai adulto. Il giorno in cui morì David, in realtà, morì anche James. Rifiutato dal dolore della madre, dolore che ricordava come lui non fosse il preferito. Francesco Cataluccio, nel saggio "Immaturità - La malattia del nostro tempo" (Einaudi) definisce così le caratteristiche comportamentali di Peter Pan: "Irresponsabilità, ansia da abbandono, solitudine, narcisismo sono le caratteristiche del personaggio Peter Pan". Stesse caratteristiche riscontrate in Barrie, vittima del dolore della madre e poi vittima del culto della madre con cui Barrie instaurò un rapporto quasi di simbiosi. Il primo tra i bambini perduti, dell’Isola che non c’è, è proprio l’autore. Nel mondo degli adulti Peter salva, e non sempre, soltanto le mamme. Peter Pan è a capo di un gruppo di bambini perduti, per i quali è alla continua ricerca di una mamma, che troverà in Wendy; cerca qualcosa per gli altri bambini che nemmeno lui ha avuto: una madre che lo avrebbe fatto crescere e diventare adulto, questo potrebbe essere il demone a cui si riferisce J. Barrie, la parte adulta che non è riuscita a compiersi ma è rimasta incatenata al dolore dell'infanzia.

Un Peter Pan "muto":
 Peter Pan (1924) di Herbert Brenon
...e il Peter Pan "cantato" nel post di AlmaCattleya

domenica 19 maggio 2013

Premio Andersen 2013 a Sàrmede


Copertina del libro vincitore
Sàrmede, in provincia di Treviso, ha conquistato il Premio Andersen, massimo riconoscimento italiano per i libri destinati ai più piccoli. Il Premio Miglior libro 6/9 anni è stato conferito a  “Nel bosco della Baba Jaga. Fiabe dalla Russia”, progetto a cura di Monica Monachesi, con testi di Luigi Dal Cin e illustrazioni di Anna Castagnoli, Fabio Facchinetti, Artem Kostyukevich, Pep Montserrat, Clotilde Perrin, David Pintor, Sacha Poliakova, Valerio Vidali, Józef Wilkon, edito da F. C. Panini in collaborazione con la Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia.
Le Immagini della fantasia è una rassegna internazionale che ha l’obiettivo di dare visibilità ai linguaggi dell’illustrazione cercando di cogliere l’esemplarità del percorso creativo di ogni autore nel contesto mondiale. L’idea di realizzare la Mostra è nata nel 1982 dall’intuizione di Štěpán Zavřel, noto illustratore di Praga trasferitosi a Rugolo di Sàrmede. Da allora, confortata da un successo sempre crescente e dalla preziosa collaborazione di tanti artisti, la Mostra ha proposto ogni anno ai suoi visitatori oltre 300 opere provenienti da tutto il mondo, per offrire un favoloso viaggio nell’immaginario fantastico di ogni paese.
Il 26 ottobre 2013 si inaugurerà a Sàrmede la 31ª edizione de Le immagini della fantasia. La Mostra offre da sempre al pubblico di appassionati e professionisti, grandi e piccoli, un ampio sguardo sul mondo dell’illustrazione per l’infanzia, proponendo espressioni artistiche di spicco, per innovazione estetica e ricchezza narrativa. Un grande lavoro di ricerca e di intenso dialogo con il settore dà origine anche ad ulteriori sezioni espositive, che vengono utilizzate nei molteplici percorsi didattici, per capire Come nasce un libro, per incontrare un Ospite d’onore, e per scoprire le Fiabe dal Mondo; per far sì che da Sàrmede piccoli e grandi lettori possano partire per altre avventure, di libro in libro.
(Fonte: http://www.sarmedemostra.it/)
Illustrazione di Natalie Pudalov  per  il libro Il sonnellino degli enormi di Pep Bruno, Logos edizioni, 2012
E chi non vorrebbe abitare in un paese con mura dipinte da illustrazioni fantastiche? E' quello che si può osservare a Sàrmede. Sono più di cinquanta, infatti, gli affreschi e i dipinti murali realizzati da Štěpán Zavřel e da altri illustratori e da allievi della Scuola Internazionale d’Illustrazione di Sàrmede. 

di Štěpán Zavřel e collaboratori. Località: Sàrmede
Ubicazione: piazza Roma 5, sede della Pro-Loco di Sàrmede
Data: 1997.Misure: cm 435x370
Tecnica: affresco con aggiunta di pittura a secco
Soggetto: paesaggio fantastico. Il dipinto è visibile dalla Piazza di Sàrmede.
Per la passeggiata virtuale nel Paese della Fiaba vi rimando al link

Vedi altro mio post. Vassilissa la Belle e Baba Jaga

giovedì 16 maggio 2013

L'Usignolo dell'Imperatore e il Pifferaio Magico

La voce della Natura, tanto cara ad Andersen che per il suo animo sentiva e percepiva il respiro delle piante degli animali al contatto con le quali trascorreva gran parte del suo tempo, è elogiata nella fiaba de L’Usignolo dell’imperatore.
Un usignolo che con il suo canto unisce un intero Paese o Regno, il contadino come il nobile, il vecchio quanto il giovane. C’è, in questa fiaba, l’altra grande passione di Andersen, ossia la Musica.
Lo stesso Andersen cantava, da giovane, come soprano. E incantava come l’usignolo. Andersen vede sempre se stesso negli altri: nel brutto anatroccolo, nell’usignolo, nel soldatino di stagno e in tantissimi altri protagonisti delle sue fiabe. La domanda “che cosa farò da grande?” tipica dei bambini sembra che in Andersen abbia questa risposta: “Parlerò di me”.
L'Usignolo dell'Imperatore
illustrazione di Arianna Operamolla
fonte
L’usignolo, proprio per la grazia del suo canto, si ritrova imprigionato (anche se accolto con tutti gli onori e i servigi) nel castello dell’Imperatore cinese; ma un giorno venne sostituito da un usignolo meccanico, regalo dell’Imperatore del Giappone, cantava altrettanto bene, anche se ripeteva lo stesso canto sempre uguale. L’Usignolo vero sarà ignorato e rimandato nel bosco. Passano gli anni, fino a quando l’usignolo meccanico si rompe e comincia a cantare in modo stonato fino a che si fermerà.
Terminato il canto anche l’Imperatore si ammala gravemente e solo il vero usignolo che ritorna al palazzo riuscirà a guarirlo.
Il vero viene ripudiato dal falso, l’anima dell’usignolo viene allontanata per accogliere l’oro e le pietre preziose con cui è adornato l’usignolo meccanico.
Altro grande incantatore è il Pifferaio magico. Il Pifferaio magico libera con la sua musica la città infestata di topi; tornato nella città per riscuotere il compenso dovuto e negatogli, riuscirà, con la stessa musica a portare via i bambini, simbolo di speranza e futuro. C’è qui il potere della musica che libera dalle negatività (i topi) ma può catturare anche le “anime belle” (i bambini).
La domanda che lascia la fiaba del Pifferaio Magico è Dove sono stati portati i bambini? ossia, Dove porta la musica? Con la sua capacità di evocare e coinvolgere conduce sicuramente in luoghi mai esplorati, quelli dell’immaginazione, dell’inconscio; la  musica introduce spesso l’incantesimo, la formula magica.  Un tempo, la narrazione della fiaba era accompagnata dalla musica, la trasposizione scritta della fiaba ha poi eliminato questo aspetto, lasciando il suo ritmo e la sua musicalità negli incantesimi, nelle filastrocche e perfino negli indovinelli che spesso incontriamo nelle fiabe.

Qui il post di AlmaCattleya dedicato all'Usignolo dell'Imperatore.

mercoledì 1 maggio 2013

L'Uccello blu di Maurice Maeterlinck

Questo post nasce grazie all'invito rivoltomi dall'amico blogger Chagall (blog: Al peggio non c'è mai fine) di  scrivere un'analisi dell'opera, da lui tradotta dal francese, L'Uccello Blu. Questa sua traduzione è la prima versione integrale in italiano. Al link potete trovare l'e-book scaricabile gratuitamente. 


Perché mai la morte sarebbe altra cosa, 
e più morta, che la vita? 
Maurice Maeterlinck 

Siamo alla vigilia di Natale, dalla finestra due fratellini Tyltyl e Myltyl ammirano i giocattoli e i dolci che imbandiscono le tavole delle case altrui; immediato il collegamento alla scena de La piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen, dove la piccola, con i suoi pochi fiammiferi, illumina le stanze ricche di addobbi e cibo, che lei non aveva. Qui c’è anche la musica che inebria, che crea una sorta di magia e i bambini, seguendo questa magia, trasportati in una danza euforica partono per un viaggio immaginario, cominciando a gustare quei dolci come fossero veri. È questo viaggio della fantasia la premessa al viaggio centrale dell’opera, il viaggio iniziatico che durerà, apparentemente, una notte intera. È la vigilia di Natale, periodo di nascite solstiziali, ed ecco l’eterna lotta tra la Notte e la Luce. “Siamo tutti più buoni” si usa dire in questo periodo, in fondo, questa semplice affermazione cela la trasformazione legata a questo momento: non siamo gli stessi di sempre, siamo più buoni, quindi diversi, trasformati. Trasformazioni legate al solstizio d’inverno che si verifica, nell’emisfero nord della Terra, nei giorni che vanno dal 22 al 24 dicembre. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima, si verificano cioè la notte più lunga e il dì più corto dell’anno. È durante questa lunga notte che i due bambini viaggeranno, guidati da Luce, alla ricerca dell’Uccello Blu che porterà felicità nelle loro vite, non con grandi cambiamenti fisici ma donando loro la capacità di vedere la vita di sempre attraverso una nuova Luce. Saranno capaci di guardare con nuovi occhi le vecchie cose di sempre.
Copertina dell'e-book L'Uccello Blu, 
opera tradotta da Chagall. 
Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma appare più visibile il terzo o quarto giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse tenebre. Questa interpretazione “astronomica” può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro; pensiamo, per esempio, come nelle fiabe che rispondono ad archetipi comuni, il giorno di Natale appaia spesso come tempo che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti, per i quali, di solito, è prevista una rinascita, un miglioramento. Effettivamente, anche il viaggio di Tyltyl e Myltyl è un viaggio solstiziale: sembra sprofondare nelle tenebre, passando per i luoghi della morte, dove i bambini incontreranno i nonni da tempo defunti, per poi entrare nel Reame dell’Avvenire, dove incontreranno i bambini non ancora nati, tra questi il loro futuro fratellino. 
I bambini si trovano nella loro casa, è una casa povera, in cui si respira miseria, bisogni e desiderio ma, in realtà, ossia per meglio dire, dal punto di vista simbolico c’è tutta la vita: luce, fuoco, pane, latte, acqua e zucchero, un cane e una gatta (che presto subiranno un processo di personificazione); manca il male, ovvero la notte. C’è la gatta che è compagna della notte a far presente che il confine tra bene e male è sottile. Sarà Gatta, infatti che, pur di salvarsi la vita, chiederà aiuto a Notte, anche a costo della vita dei due bambini. È il gatto legato alla notte ma anche al diavolo e alle streghe. Dalla finestra Myltyl e Tyltyl vedono arrivare due carrozze da cui escono 12 bambini o, forse, sono delle bambine, sembra che all’autore non interessi precisare se si tratti di maschi o di femmine. Sono forse anche questi dei simboli? Il 12 è un numero che torna più volte all’interno dell’opera: per l’esattezza 12 volte. L’opera stessa è divisa in 6 atti e 12 quadri; i 12 bambini escono da due carrozze a 6 cavalli (quindi in totale anche i cavalli sono 12). Che cosa rappresenta il numero 12? Subito pensiamo ai 12 mesi e ai segni dello Zodiaco, quindi termini relativi al tempo, coerentemente con l’importanza del collocare la vicenda in una notte di solstizio e al termine dell’anno. Il dodici, esotericamente, è associato alle prove fisiche e mistiche che deve compire l’iniziato; il superamento di tali prove porta ad un miglioramento. In molte culture i riti iniziatici si compiono all’età di dodici anni, dopo di che, il giovane viene riconosciuto appartenente all’età adulta. 
Luce che conduce Tyltyl e Myltyl ha una sua forma e intensificazione nel Diamante che viene donato a Tyltyl, collocato sopra un berretto che il bambino deve portare sempre addosso. Il Diamante con le sue sfaccettature dà visioni e prospettive diverse, oltre ad avere caratteristiche come durezza, tenacia e lucentezza. Simbolo di potenza spirituale, può rappresentare la tendenza all’illuminazione interiore. Secondo Plinio è un talismano contro tutti i veleni e tutte le malattie capace di allontanare gli spiriti malvagi e i brutti sogni. Con il Diamante sulla testa, i due bambini, che nel finale saranno definiti “predestinati”, ne acquisiscono tutte le caratteristiche. 
È quindi un viaggio iniziatico? Sembrerebbe di sì anche dalla risposta della Fata al dubbio di Tyltyl che non sa dove si trovi l’Uccello Blu e, quindi, dove cercarlo: 
Tyltyl: Ma non so dov’è. 
Fata: Nemmeno io. Per questo bisogna cercarlo. 
Una sorta di ricerca dell’ideale, che c’è, ma non sappiamo quale forma abbia e dove in realtà si trovi; il compito è cercarlo. Come già spiegato, alla fine dell’opera i due bambini saranno definiti “predestinati”. È da considerarsi un viaggio iniziatico soprattutto perché i viaggiatori sanno che alla fine del percorso dovranno morire; in realtà non moriranno: torneranno alla loro vita ma avranno una nuova visione della loro vecchia esistenza; la casa dei bambini non apparirà più povera ma sarà una casa ricca di amore. È la loro vecchia vita che è morta, non la loro vita fisica. La ricerca dell’Uccello Blu rappresenta questa ricerca, la ricerca della Felicità, ossia di una visione che getta luce sulle cose. 
Il contatto più esplicito con la morte accadrà quando i bambini incontreranno i loro nonni defunti. Saranno loro a regalare ai nipoti un uccello blu che però, all’esterno dalla dimensione morte, si rivelerà essere nero. 
In questo mondo di opposti (Luce-Notte, Acqua-Fuoco) se esiste il Regno della Morte non può certo mancare il Reame dell’Avvenire, dove Myltyl e Tyltyl incontreranno il loro fratellino che nascerà e dal quale sapranno che porterà sulla terra tre cose: la scarlattina, la pertosse e il morbillo, per poi morire. Qui Luce trova e cattura l’Uccello Blu. Ma arrivati a casa, Tyltyl avrà una certezza: Quello dei Ricordi è diventato tutto nero, quello dell’Avvenire è diventato tutto rosso, quelli della Notte sono morti e non ho potuto prendere quello della Foresta; è colpa mia se cambiano colore, se muoiono o se scappano? risponde Luce: Abbiamo fatto ciò che potevamo. Verrebbe da credere che non esista, l’Uccello Blu; o che cambi colore quando lo si metta in gabbia. 

lunedì 29 aprile 2013

Cappuccetto Rosso e il Club armato per la Libera Infanzia (terza parte)

Il lupo era stato ucciso inutilmente perché la nonna era già morta e poco aveva mangiato dalle sue ossa, il cacciatore aveva ucciso ma poi si era ricreduto e pentito, la Regina non aveva avuto il cuore di Biancaneve e il lupo non aveva mangiato Cappuccetto Rosso, tutto, insomma, era stato inutile o tutto era da rifare. Questo pensava Cappuccetto quando all’improvviso apparve il castello. Candido.
Pippi e Cappuccetto si fermarono al cancello. 
- E voi, cosa diavolo volete?! – 
- Ehm.. noi vorremo parlare con la Regina Biancaneve. 
- E se lei non volesse? Non può rispondere a chiunque si presenti … 
- Tu sei, per caso, Brontolo? 
- Certo che sono Brontolo, perché, vuoi togliermi questa certezza? 
- Oh, niente, era solo per non avere dubbi. 
In quel momento li raggiunge Dotto. 
- Brontolo, chi sono queste signore? 
- Scocciatrici! 
Rivolgendosi alle due ragazze: 
- Scusatelo per il suo temperamento burrascoso, Eolo ha starnutito tutta la notte e abbiamo dormito poco, così chi è già nervoso di carattere, oggi lo è ancora di più. Ma ditemi, cosa vi porta alla nostra proprietà? 
Bisbigliando: Vedi Cappuccetto, questo sarebbe un ottimo portavoce, trasformerebbe tutti i nostri discorsi e le nostre gaffe… 
- Parlare con la regina Biancaneve. 
- Oh, non è ancora Regina, è sempre Principessa. La Regina madre, quasi centenaria, non intende abdicare, sapete ... la…la tradizione. 
- I soliti vecchiacci, vorrai dire. 
- Ehm, se volete dire così. Andiamo vi accompagno da mia madre. 
Cappuccetto e Pippi scesero da cavallo e seguirono Dotto, mentre Brontolo accompagnava il cavallo da Mammolo per poterlo ristorare un po’. 
Porte che si affacciavano su altre porte che portavano su stanze perfettamente quadrate, caminetti senza fuoco e stanze senza fiori. Poi la videro. Esile, alta in contrasto con i figli Cucciolo e Pisolo. Ma dov’era il candore della pelle per il quale era diventata celebre? 
- Sei sicura, Pippi, che sia proprio lei? 
- Certo, succede questo a chi si sposa. 
- Mia mamma non aveva questo colore. 
- Tua mamma era vedova. Cappuccetto…se non entri nell’ottica della rivoluzione femminina, non riusciremo a  portare avanti la nostra battaglia. 
- Certo…hai ragione. 
- Benvenute – disse Biancaneve – avete chiesto di me, possibile? Mi conoscete? 
- Oh certo sì- disse Pippi. 
- Piacere…buongiorno – aggiunse Cappuccetto. 
- Siete due bambine o poco più… 
- Abbiamo 16 e 12 anni. 
- Quanti ne ho io mamma – urlò Pisolo – perché loro sono così alte?! 
- Scusatelo, non ha mai visto bambini della sua età, pensava fossero tutti come lui, adesso…ha capito. 
- Oh! Non sapeva di essere un nano? 
- Cappuccetto come si può sapere di essere nani quando non hai mai visto il tuo contrario? 
- Li metteremo in crisi. 
- In fondo siamo qui per questo. 
- Per mettere …in crisi i miei bambini?!- chiese Biancaneve un po’ turbata. 
- Oh nooo! Ma, in un certo senso…siamo qui per mettere in crisi il sistema. Creare una ribellione, liberare l’infanzia dagli adulti e tu sarai il nostro simbolo … 
- Io?! 
- Certo. Vedi io sono ribelle di natura, Cappuccetto si è ribellata alla fiaba che la voleva vittima del lupo e poi debitrice nei confronti del cacciatore, te invece non ti sei ribellata, hai subito la fiaba così come era stata decisa, mai un moto di ribellione di disubbidienza, insomma Biancaneve, te sei l’esempio negativo da non seguire… 
- Insomma Biancaneve, se tutte le bambine si comportassero come te non ci sarebbe progresso femminino… 
- Esatto Cappuccetto! 
Ecco, fu Biancaneve ad entrare in crisi; aveva sempre pensato che la sua vita fosse felice o, comunque, l’unica per lei e adesso queste due bambine che potevano essere sue figlie la consideravano l’esempio negativo per il progresso delle donne. Biancaneve cadde svenuta, come dormisse. Come avesse di nuovo mangiato la mela avvelenata.