La "nuova" fiaba di Hans Andersen, La candela di sego

Il manoscritto della fiaba La candela di sego di Hans Andersen
(AP Photo/POLFOTO, Martin Bubandt)
Ritrovata alla fine del 2012, sembra essere la prima fiaba scritta da Andersen; sulla prima pagina si legge: “Alla signora Bunkeflod, dal suo devoto H.C. Andersen”
La signora Bunkeflod, è stata identificata come una vedova vicina di casa del giovane Hans dalla quale riceveva spesso libri da leggere.
La candela di sego (1822-1826)
Sfrigolava e sibilava mentre le fiamme infiammavano il calderone… era la culla della candela di sego, e dalla culla calda venne fuori una candela perfetta. Solida, di bianco splendente, e sottile, era formata in modo che chiunque la vedesse potesse credere nella promessa di un futuro brillante e raggiante, una promessa che chi la guardava avrebbe voluto veramente mantenere e realizzare.
La pecora – una bella pecorella – era la madre della candela, mentre suo padre era il crogiolo. Sua madre le aveva dato un corpo bianco e lucido e una vaga idea della vita, ma suo padre le aveva donato il desiderio del fuoco fiammeggiante che le avrebbe attraversato le ossa e il midollo, e per cui avrebbe brillato tutta la vita. (Qui sembra che Andersen parli di se stesso, nato da una madre fragile e vittima dell'alcol e da un padre che gli ha trasmesso il fuoco sacro dell'arte, precisamente della musica e del canto).
Così era nata e così era cresciuta. E con le migliori e più brillanti aspettative si era buttata nella vita. Qui incontrò molte, molte strane creature con cui iniziò ad avere a che fare, desiderosa di imparare qualcosa sulla vita e forse trovare il posto dove si sarebbe sistemata meglio. Ma aveva troppa fiducia nel mondo, che si preoccupava soltanto di se stesso e per niente della candela fatta di sego. Un mondo che non aveva compreso il valore della candela e la usava per il suo vantaggio e la teneva nel modo sbagliato; dita nere che lasciavano macchie sempre più grandi sulla sua bianca innocenza, che alla fine scomparve completamente, ricoperta dallo sporco di un mondo circostante che era diventato troppo vicino. Troppo vicino perché la candela potesse sopportarlo, e non era in grado di distinguere la sporcizia dalla purezza, nonostante la candela fosse rimasta pura e incontaminata al suo interno.

Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie attraverso l’arte di Yayoi Kusama

Articolo pubblicato su gentile concessione dell'autrice Silvia Colombo (tratto da Nèura)

Illustrazione tratta da Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie attraverso l’arte di Yayoi Kusama, orecchioacerbo, Roma 2013
Uscito nelle librerie italiane a gennaio, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie attraverso l’arte di Yayoi Kusama promette bene, sin dalla copertina. L’artista giapponese si cimenta, testa a testa, con l’illustrazione del romanzo di Lewis Carroll, già reinterpretato più volte dal cinema e su carta. Quale sarà l’esito? Si potrebbe definire un’epifania editoriale. Apparso come dal nulla nella vetrina del Libraccio che si affaccia sui Navigli milanesi, in una delle prime giornate invernali realmente assolate e luminose, il volumetto ha attirato a sé il mio sguardo grazie alla copertina. Una bicromia vivace, uno scontro tra i colori primari rosso e blu, costellati dagli immancabili pois bianchi e neri: intuibile senza difficoltà la presenza dell’artista giapponese Yayoi Kusama. Lo conferma il titolo Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie attraverso l’arte di Yayoi Kusama.(…)
Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie è l’opera più conosciuta di Lewis Carroll, data alle stampe nel 1865. Il romanzo, una storia fantastica apparentemente destinata ai più piccoli, racchiude in realtà un universo ricchissimo, dove si celano regole di logica, matematica e sottili esercizi linguistici. 
Illustrazione di John Tenniel (1865)
La vicenda che vede protagonista Alice, giovane fanciulla sprofondata in un mondo tanto meraviglioso quanto inquietante e ricco di sorprese, si presta alle più disparate reinterpretazioni, ora librarie, ora cinematografiche. Probabilmente l’atmosfera incantata (dove però il pericolo e l’enigma si nascondono dietro l’angolo) ha avuto una presa così forte da riuscire a moltiplicarsi, e moltiplicarsi ancora, nella produzione culturale di oltre un secolo. 
Già in una prima versione, incompleta, il testo è corredato da una serie di illustrazioni eseguite dallo stesso Carroll, mentre la prima edizione della versione definitiva esce con immagini a firma di John Tenniel. Nel corso del tempo, la storia di Alice prende sempre più piede nell’immaginario collettivo e diventa fonte di ispirazione per i più: solo per fare un esempio, nel 1969 Salvador Dalí realizza alcune opere di grafica dedicate al romanzo, riuscendo a coniugare in maniera simbiotica linguaggio surrealista e contenuto fantastico.

Alice nel Paese delle Meraviglie e Dorothy del Meraviglioso Mago di Oz

Dorothy e l'uomo di latta
Somewhere over the rainbow, da qualche parte oltre l’arcobaleno, questo il desiderio di Dorothy la bambina protagonista del Meraviglioso Mago di Oz, racconto scritto da Lyman Frank Baum (1856-1919); andare oltre l’arcobaleno, nel non conosciuto come se l’arcobaleno fosse il confine tra il qui e l’oltre. Cosa ci sarà dietro all’arcobaleno? Non è una domanda assurda, in fin dei conti l’arcobaleno è un arco ed essendo arco è come fosse una porta, un’entrata da oltrepassare, oltre il quale ci si aspetta sorga davanti a chi lo oltrepassa, un nuovo mondo, una nuova dimensione. La prima parte del film Il mago di Oz di Victor Fleming, è in bianco e nero ma, dal momento che la bambina (interpretata da Judy Garland) oltrepassa l’arcobaleno, il film diventa a colori, come se tutto si svolgesse nel mondo misterioso e magico dell’arcobaleno che regala i suoi colori al nuovo mondo di Dorothy. Un viaggio opposto a quello della protagonista di Alice nel Paese delle Meraviglie che cade in un pozzo e sprofonda nel meraviglioso, Dorothy invece vola via in alto o, per meglio dire, oltre. Oltrepassato l’arcobaleno, Dorothy entra in una dimensione divisa tra bene e male: le due streghe cattive vivono una ad Occidente ed una ad Oriente, ossia formano insieme una linea (di nuovo un arco ma questo è un arcobaleno nero-negativo, rappresenta l’opposizione tra Bene e Male) che sottolinea il sorgere e il tramontare del sole: luce ed oscurità.

Simboli nella fiaba "I 3 capelli d'oro del diavolo" (seconda parte)


Vedi post: I 3 capelli d'oro del diavolo (prima parte)
Crescono, vengono tagliati e crescono ancora, si infoltiscono e cadono, questo per tutta la vita, tanto da essere un po’ la nostra “vegetazione”, le nostre foglie. In alcune società i capelli scompigliati e lunghi sono indice di “demonio” pensiamo ai maghi agli stregoni ma certo anche ai saggi eremiti; i capelli scompigliati fanno immaginare che vi sia impigliato il vento, possono quindi suggeriscono un carattere ribelle e scontroso, irascibile. Certo molti movimenti, come per es. i figli dei fiori, adottarono capigliature lunghe come segno di ribellione. In molte religioni sono considerati la nostra parte superficiale “aerea” nonché di provocazione sessuale, così molti appartenenti ai vari cleri o ordini religiosi hanno le teste rasate, mentre le suore portano il velo che nasconde i capelli. Ma rappresentano, insieme ai peli del corpo, ciò che rimane della nostra “bestialità” dei nostri sensi più irrazionali, ossia la pelliccia che ci accomunava agli animali. Medusa al posto dei capelli è rappresentata avvolta da serpenti, simbolo dell’inganno della donna. 
Chi è passato alla storia per i capelli? Lady Godiva, Sansone, Medusa, e poi ci sono, nei nostri ricordi d’infanzia gli scalpi degli indiani perché spesso i capelli sono preziosi e ricchi di significato anche quando non sono più “vivi”, pensiamo anche ai capelli di martiri tenuti come reliquie. I capelli rappresentano, spesso, alcune virtù come la forza, la virilità, per esempio nel mito biblico di Sansone. 
Il taglio e la disposizione della capigliatura sono stati sempre un elemento determinante anche della funzione sociale e spirituale, individuale o collettiva.
L'acconciatura aveva un'estrema importanza nella casta guerriera nipponica. Anche in Francia, quando si diffuse l'uso di tagliarsi i capelli, soltanto i re e i principi mantennero il privilegio dei capelli lunghi, che erano un emblema di potenza. In Asia, il taglio o la modificazione della capigliatura è stato spesso uno strumento di dominazione collettiva, come il codino imposto ai Cinesi dai loro invasori della Manciuria.
E vediamo adesso il numero 3.
Il 3 è considerato il numero perfetto perché esso rappresenta la completezza; infatti se l’1 ha significato di genesi, il 2 rappresenta la materia, il 3 sintetizza il divenire della materia stessa che prende forma. Il 3 unisce al tangibile, lo spirito. La sua potenzialità esoterica si esplica nella sua capacità di collocarsi nelle filosofie più disparate e lontane tra loro, strettamente legate al concetto ternario del Divino che ritroviamo in molte religioni: il Dio cristiano è uno e trino, Padre, Figlio e Spirito Santo; i buddisti hanno la triade con Buddha, Dharma e Sangha; i taoisti esplicano il concetto con i tre elementi del Tao, i Libri e la Comunità; gli Induisti manifestano la loro triplicità divina con Shiva, Brahma e Vishnu e non dimentichiamo la trinità Iside, Osiride e Oro degli antichi Egizi o Zeus, Poseidone e Ades che componevano, congiungendosi, l’intera potenza dell’universo greco. Nella fiaba il 3 rappresenta delle prove: 3 sono i capelli che il protagonista deve strappare al Diavolo; 3 sono le domande a cui deve trovare risposta. Sono tre passi che deve compiere per evolversi dalla genesi del problema, al raggiungimento materiale dell’oggetto e della risposta fino all’appagamento del desiderio (essere accettato dal Re e risolvere i tre dilemmi che gli frutteranno riconoscenza e ricchezza).

Occhio in fronte, fiaba della regione Abbruzzo

Due frati, che cercavano l’elemosina, riescono a trovare dove dormire la notte in una caverna. Rimasero bloccati nella grotta quando Fratone venne catturato dal gigantesco ciclope, che se lo mangiò allo spiedo, perché le pecore doveva risparmiarle per l’anno a venire. Fratino, per cercare di salvarsi, infilzò l’occhio di Occhio-in-fronte con lo stecchino gigante dello spiedo che era ancora in fiamme. Fratino si nascose sotto le pelli del montone che aveva scorticato, così il gigante avrebbe lasciato uscire anche lui con le pecore. Il ciclope, che si credeva astuto, regalò a Fratino un anello magico che gli impediva di scappare. Così, non riuscendo a toglierlo, si tagliò il dito, scappò e sopravvisse, senza essere mangiato da quel cattivo gigante affamato. (sunto tratto dal blog Fiabe di Calvino; nel post originale sono presenti i disegni di Andrea R.).
I Moai sono statue raffiguranti la testa ed il busto di esseri umani (alcuni, come nelle foto,
presentano un curioso “cappellino” rosso), sono costituite da tufo basaltico,
vanno dai 2.5 ai 10 metri di altezza per un peso che può arrivare fino alle 82 tonnellate.

Foto tratta da Archeomistero dove potete trovare un post sui Moai
In questa fiaba abruzzese in cui il riferimento alla vicenda di Ulisse e di Polifemo è evidente: una caverna abitata da un ciclope, caratterizzato dall’avere un solo occhio sulla fronte, tiene prigioniero Ulisse e i suoi amici; così i due frati: identico lo stratagemma con cui riescono a fuggire dalla ferocia di Polifemo. L’astuzia vince la forza bruta. Secondo Calvino, la storia di Polifemo si è conservata nei suoi elementi mitici nelle zone di pastori e nelle montagne (si trovano versioni in Sicilia, come nella zona del Bergamasco e questa, riportata da Calvino, che è appunto dell’Abruzzo, terra dove da sempre la pastorizia è molto diffusa,).

Cenere sei e cenere tornerai. La Cenere di Cenerentola

Cenerentola non è il nome proprio della protagonista della fiaba ma il soprannome che le viene dato dalla matrigna e dalle sorellastre; è il nome che avrà dopo la morte della sua vera mamma: “…doveva giacere vicino al focolare, tra le ceneri. Appariva sempre così impolverata e sporca che iniziarono a chiamarla Cenerentola”. 
Immagine di Arthur Rackham
Segui il link alla Galleria delle Fiabe per una rassegna sulle
più belle illustrazioni della fiaba di Cenerentola

Le ceneri sono simboli di mortalità (cenere sei e cenere tornerai), sono il risultato di ciò che rimane della vita, di un corpo che non c’è più. Cosparsa e ricoperta di cenere, Cenerentola porta avanti la sua personale Quaresima. 
Nella versione dei Grimm, Cenerentola è aiutata costantemente dalla madre morta, mentre nella versione di Perrault abbiamo la fata madrina come sostituta della vera madre.