mercoledì 27 febbraio 2013

La "nuova" fiaba di Hans Andersen, La candela di sego

Il manoscritto della fiaba La candela di sego di Hans Andersen
(AP Photo/POLFOTO, Martin Bubandt)
Ritrovata alla fine del 2012, sembra essere la prima fiaba scritta da Andersen; sulla prima pagina si legge: “Alla signora Bunkeflod, dal suo devoto H.C. Andersen”
La signora Bunkeflod, è stata identificata come una vedova vicina di casa del giovane Hans dalla quale riceveva spesso libri da leggere.
La candela di sego (1822-1826)
Sfrigolava e sibilava mentre le fiamme infiammavano il calderone… era la culla della candela di sego, e dalla culla calda venne fuori una candela perfetta. Solida, di bianco splendente, e sottile, era formata in modo che chiunque la vedesse potesse credere nella promessa di un futuro brillante e raggiante, una promessa che chi la guardava avrebbe voluto veramente mantenere e realizzare.
La pecora – una bella pecorella – era la madre della candela, mentre suo padre era il crogiolo. Sua madre le aveva dato un corpo bianco e lucido e una vaga idea della vita, ma suo padre le aveva donato il desiderio del fuoco fiammeggiante che le avrebbe attraversato le ossa e il midollo, e per cui avrebbe brillato tutta la vita. (Qui sembra che Andersen parli di se stesso, nato da una madre fragile e vittima dell'alcol e da un padre che gli ha trasmesso il fuoco sacro dell'arte, precisamente della musica e del canto).
Così era nata e così era cresciuta. E con le migliori e più brillanti aspettative si era buttata nella vita. Qui incontrò molte, molte strane creature con cui iniziò ad avere a che fare, desiderosa di imparare qualcosa sulla vita e forse trovare il posto dove si sarebbe sistemata meglio. Ma aveva troppa fiducia nel mondo, che si preoccupava soltanto di se stesso e per niente della candela fatta di sego. Un mondo che non aveva compreso il valore della candela e la usava per il suo vantaggio e la teneva nel modo sbagliato; dita nere che lasciavano macchie sempre più grandi sulla sua bianca innocenza, che alla fine scomparve completamente, ricoperta dallo sporco di un mondo circostante che era diventato troppo vicino. Troppo vicino perché la candela potesse sopportarlo, e non era in grado di distinguere la sporcizia dalla purezza, nonostante la candela fosse rimasta pura e incontaminata al suo interno.
Falsi amici scoprirono di non poter raggiungere il suo io interiore e la gettarono via con rabbia, ritenendola inutile. Lo sporco guscio esteriore tenne tutti i buoni a distanza: spaventati com’erano di essere insudiciati dallo sporco e dalle macchie, rimasero lontani. Così stava la povera candela di sego, solitaria e abbandonata, senza saper cosa fare. Rifiutata dai buoni, capì che era stata solo uno strumento per aiutare i malvagi. ("sei un ragazzo stupido, non combinerai niente di buono." questo gli ripeteva il suo insegnante: i suoi compiti erano ricchi di errori di ortografia, sembra fosse dislessico o avesse la Sindrome di Asperger. Dotato di una voce particolare fu però rifiutato dai teatri per il suo corpo troppo alto e troppo magro, un po' sgraziato. Periodo che, successivamente, Andersen definirà "un solo, lungo supplizio").
Si sentì così incredibilmente infelice perché la sua vita non aveva un lieto fine, di fatto forse aveva macchiato le parti migliori attorno a lei. Non poteva capire perché era stata creata o qual era il suo posto; perché era stata messa in questa terra: forse per finire a rovinare se stessa e gli altri. Rifletteva sempre di più e sempre più profondamente, ma più pensava a se stessa più si sentiva abbattuta perché non riusciva a trovare niente di buono, nessuna sostanza reale, nessun obiettivo per l’esistenza che le era stata data alla nascita. Come se il mantello di sporcizia le avesse coperto gli occhi. Ma poi incontrò una piccola fiamma, un acciarino. La conosceva meglio di quanto la candela di sego conoscesse se stessa. Il piccolo acciarino aveva una vista così chiara – dritta attraverso il guscio esteriore – e dentro trovò così tanto di buono. Si avvicinò e c’era una brillante aspettativa nella candela, l’accese e il suo cuore si sciolse. (Andersen scrive questa fiaba all'età di 17 anni quando ancora la sua fiducia negli incontri risolutori e illuminanti non è stata delusa. Successivamente gli incontri risolutori saranno più mistici: Dio, la morte, gli spiriti dei morti, gli angeli, il mondo ultraterreno).
La fiamma scoppiò, come la torcia trionfante di un matrimonio benedetto. La luce esplose luminosa e chiara tutto intorno, inondando la strada con la luce per quelli che le stavano attorno – i suoi veri amici – che ora erano in grado di vedere la verità nello splendore della candela.
Anche il corpo era abbastanza forte da dare sostegno alle fiere fiamme. Una goccia dopo l’altra, come i semi di una nuova vita, il sego colava giù per la candela rotondo e paffuto, coprendo il vecchio sporco. Non erano solo l’aspetto fisico, ma anche quello spirituale del matrimonio.
E allora la candela di sego trovò il posto giusto nella vita, dimostrando che era una vera candela. Continuò a splendere per molti anni, rendendo felice se stessa e quelli che le stavano intorno.

3 commenti:

  1. Che bella, anzi è di più, è straziante.
    Leggere le sue fiabe è un po' come leggere la sua biografia anche se reinventata.
    Un po' come è successo con La Sirenetta che è come una lettera d'amore al suo amato con il quale non ha potuto stare.
    a quella candela, ad Andersen desidero dedicare questo racconto. L'ho letto quando ero bambina e mi sono commossa ritrovandolo qualche giorno fa. Ho sempre ricordato la frase finale.
    "Non vuole proprio spegnersi"

    http://www.oasidelleanime.com/minisiti/cera-una-volta/fascicolo24/original5/candelina1.jpg

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    1. forse è meglio questo link per leggere tutto il racconto. è il quinto: http://www.oasidelleanime.com/minisiti/cera-una-volta/fascicolo24/index.htm

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    2. Grazie, anch'io la trovo vera come spesso uno scrittore scrive la prima opera: ci mette la sua parte più vera. Grazie per il link con la tenace candelina, mi ricordavo anch'io ma vagamente di questa fiaba.

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