giovedì 30 maggio 2013

Il tappeto volante: volo da fiaba!

Niente di più efficace, per passare da un luogo inospitale ad un altro accogliente, che saltare su un tappeto volante che ti trasporta in un baleno in un luogo amico. Simile alla bacchetta magica per la sua capacità di rivoltare la situazione, ma mentre con l’incantesimo della bacchetta, il protagonista non è consapevole della trasformazione, sul tappeto volante, il protagonista partecipa al viaggio, sa di lasciare un luogo e di raggiungerne un altro, a volte sconosciuto. Non solo, spesso il tappeto volante esegue gli ordini del passeggero principale che così dimostra il suo potere nel far volare il tappeto.
Il tappeto magico o volante fa pensare immediatamente al mondo arabo delle fiabe de Le Mille e una notte, tuttavia, sembra che la sua origine sia da ritrovare in Russia e che, sia stato inserito ne Le Mille e una Notte solo in stesure successive. In questa raccolta il tappeto volante è introdotto nel racconto di del principe indiano Hussain che viaggia nella zona allora nota come Bisnagar e così descritto: Chiunque sieda sul tappeto e desideri passare da un luogo ad un altro sarà, in un batter d'occhio, trasportato in un luogo, vicino o distante, altrimenti difficile da raggiungere se non con molti giorni di cammino.
Nessun tappeto volante è menzionato nel manoscritto Galland, il manoscritto più antico contenente la prima versione della fiaba 282 delle 1001 storie. Nella versione originale di Aladino e la lampada magica, Aladino ordina il rapimento della principessa Badroulbadour e il suo sposo la prima notte di nozze non su un tappeto, ma nel loro letto nuziale, che viene sostenuto attraverso l'aria con il genio della lampada. Il tappeto magico appare per la prima in molte versioni moderne della storia, in particolare nel Walt Disney film d'animazione Aladdin del 1992.
Contrariamente all'opinione popolare, ci sono molto pochi tappeti volanti nelle storie de Le Mille e una Notte. In realtà, nessun tappeto volante è menzionato affatto nel manoscritto Galland, il manoscritto più antico contenente la prima 282 del 1001 storie. Nella versione originale di Aladino e la lampada magica, Aladino ordina il rapimento della principessa Badroulbadour e il suo sposo la prima notte di nozze non su un tappeto, ma nel loro letto nuziale, che viene sostenuto attraverso l'aria con il genio della lampada. Il tappeto magico appare per la prima in molte versioni moderne della storia, in particolare nel Walt Disney film d'animazione Aladdin dal 1992. Il tappeto disneyano però, non fa pensare ad un potere insito in Aladino, ma è un tappeto che guida il “trasportato” verso un futuro migliore; è il tappeto che lo condurrà in una caverna piena d'oro e gioielli; ed è sempre il tappeto che lo aiuterà a corteggiare e conquistare il cuore della figlia del Sultano.

sabato 25 maggio 2013

Peter Pan e l'infanzia negata

 “Non ho una madre” disse Peter. 
Non solo non aveva una madre, ma non aveva il minimo desiderio di averne una. 
Pensava che fossero persone sopravvalutate. 
Wendy, tuttavia, sentì subito odore di tragedia.
J. Barrie, Peter e Wendy

Quando, il 1° maggio del 1912, fu presentata la statua di Peter Pan nei Giardini di Kensington, come omaggio al personaggio fiabesco, il suo autore James Matthew Barrie commentò: "Non vi traspare il demone che è in Peter". E chi, meglio di lui, poteva conoscere il carattere e le dinamiche della sua creatura? Eppure il vero Peter Pan è fuggito dalle intenzioni del suo autore ed è stato interpretato in modo opposto: gioioso, gentile, difensore dei bambini condizionati dagli adulti. Aiuta i bambini scomparsi (morti) a passare nell’aldilà, un giovane, piccolo traghettatore di anime. Bellissimo l’episodio, dove all’interno dei giardini di Kensington trova una bambina, Maimie Mannering, l’unico essere umano oltre a lui, ma la bambina è morta e lui vuole portarla con sé. La bambina desidera vedere la madre, ma sa che se seguirà Peter Pan non potrà più vederla, Peter Pan la lascia andare e la bambina torna alla vita, dopo essere rimasta, forse per una notte, nei giardini di Kensington. Manderà in dono a Peter una capra.
In questi Giardini sono presenti due lapidi che riportano i nomi di una bambina, Phoebe Phelps e di un bambino, Walter Stephen Matthews (in realtà sono due pietre miliari con le inziali W St. M e PP ad indicare le due parrocchie di Westminster St. Mary e Paddington), entrambi caduti dalle carrozzine e Peter, che li aveva trovati, aveva inciso i loro nomi sulle lapidi. Phoebe di 13 mesi e Walter, probabilmente più piccolo, morti prima dei due anni che, come ci dice Peter Pan, “i due anni sono il principio della fine…” ossia quell’età in cui i bambini cominciano a dimenticare come si svola (in Peter Pan i bambini prima di venire al mondo sono degli uccelli che vivono nei giardini di Kensington), smettono di credere nelle fate (sempre presenti nei Giardini) e, forse per questo, la fantasia di Barrie colloca Walter e Phoebe lì: non erano ancor stati “contaminati” dalla crescita. Ma perché questa attenzione per i bambini non cresciuti, non per loro volere, ma per decisione del destino?
Come spesso accade la risposta è nell’infanzia dell’autore. All’età di 6 anni James Barrie perse il fratello di 13 anni, David. Era il preferito dalla madre la quale, dopo la morte del prediletto, si chiuse per un lungo periodo in un silenzio che il piccolo James cercò di abbattere indossando l’identità del fratello: indossava i suoi vestiti, cominciò a fischiettare come faceva lui e così facendo, forse, uccise il piccolo Matthew James Barrie che non divenne mai adulto. Il giorno in cui morì David, in realtà, morì anche James. Rifiutato dal dolore della madre, dolore che ricordava come lui non fosse il preferito. Francesco Cataluccio, nel saggio "Immaturità - La malattia del nostro tempo" (Einaudi) definisce così le caratteristiche comportamentali di Peter Pan: "Irresponsabilità, ansia da abbandono, solitudine, narcisismo sono le caratteristiche del personaggio Peter Pan". Stesse caratteristiche riscontrate in Barrie, vittima del dolore della madre e poi vittima del culto della madre con cui Barrie instaurò un rapporto quasi di simbiosi. Il primo tra i bambini perduti, dell’Isola che non c’è, è proprio l’autore. Nel mondo degli adulti Peter salva, e non sempre, soltanto le mamme. Peter Pan è a capo di un gruppo di bambini perduti, per i quali è alla continua ricerca di una mamma, che troverà in Wendy; cerca qualcosa per gli altri bambini che nemmeno lui ha avuto: una madre che lo avrebbe fatto crescere e diventare adulto, questo potrebbe essere il demone a cui si riferisce J. Barrie, la parte adulta che non è riuscita a compiersi ma è rimasta incatenata al dolore dell'infanzia.

Un Peter Pan "muto":
 Peter Pan (1924) di Herbert Brenon
...e il Peter Pan "cantato" nel post di AlmaCattleya

domenica 19 maggio 2013

Premio Andersen 2013 a Sàrmede


Copertina del libro vincitore
Sàrmede, in provincia di Treviso, ha conquistato il Premio Andersen, massimo riconoscimento italiano per i libri destinati ai più piccoli. Il Premio Miglior libro 6/9 anni è stato conferito a  “Nel bosco della Baba Jaga. Fiabe dalla Russia”, progetto a cura di Monica Monachesi, con testi di Luigi Dal Cin e illustrazioni di Anna Castagnoli, Fabio Facchinetti, Artem Kostyukevich, Pep Montserrat, Clotilde Perrin, David Pintor, Sacha Poliakova, Valerio Vidali, Józef Wilkon, edito da F. C. Panini in collaborazione con la Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia.
Le Immagini della fantasia è una rassegna internazionale che ha l’obiettivo di dare visibilità ai linguaggi dell’illustrazione cercando di cogliere l’esemplarità del percorso creativo di ogni autore nel contesto mondiale. L’idea di realizzare la Mostra è nata nel 1982 dall’intuizione di Štěpán Zavřel, noto illustratore di Praga trasferitosi a Rugolo di Sàrmede. Da allora, confortata da un successo sempre crescente e dalla preziosa collaborazione di tanti artisti, la Mostra ha proposto ogni anno ai suoi visitatori oltre 300 opere provenienti da tutto il mondo, per offrire un favoloso viaggio nell’immaginario fantastico di ogni paese.
Il 26 ottobre 2013 si inaugurerà a Sàrmede la 31ª edizione de Le immagini della fantasia. La Mostra offre da sempre al pubblico di appassionati e professionisti, grandi e piccoli, un ampio sguardo sul mondo dell’illustrazione per l’infanzia, proponendo espressioni artistiche di spicco, per innovazione estetica e ricchezza narrativa. Un grande lavoro di ricerca e di intenso dialogo con il settore dà origine anche ad ulteriori sezioni espositive, che vengono utilizzate nei molteplici percorsi didattici, per capire Come nasce un libro, per incontrare un Ospite d’onore, e per scoprire le Fiabe dal Mondo; per far sì che da Sàrmede piccoli e grandi lettori possano partire per altre avventure, di libro in libro.
(Fonte: http://www.sarmedemostra.it/)
Illustrazione di Natalie Pudalov  per  il libro Il sonnellino degli enormi di Pep Bruno, Logos edizioni, 2012
E chi non vorrebbe abitare in un paese con mura dipinte da illustrazioni fantastiche? E' quello che si può osservare a Sàrmede. Sono più di cinquanta, infatti, gli affreschi e i dipinti murali realizzati da Štěpán Zavřel e da altri illustratori e da allievi della Scuola Internazionale d’Illustrazione di Sàrmede. 

di Štěpán Zavřel e collaboratori. Località: Sàrmede
Ubicazione: piazza Roma 5, sede della Pro-Loco di Sàrmede
Data: 1997.Misure: cm 435x370
Tecnica: affresco con aggiunta di pittura a secco
Soggetto: paesaggio fantastico. Il dipinto è visibile dalla Piazza di Sàrmede.
Per la passeggiata virtuale nel Paese della Fiaba vi rimando al link

Vedi altro mio post. Vassilissa la Belle e Baba Jaga

giovedì 16 maggio 2013

L'Usignolo dell'Imperatore e il Pifferaio Magico

La voce della Natura, tanto cara ad Andersen che per il suo animo sentiva e percepiva il respiro delle piante degli animali al contatto con le quali trascorreva gran parte del suo tempo, è elogiata nella fiaba de L’Usignolo dell’imperatore.
Un usignolo che con il suo canto unisce un intero Paese o Regno, il contadino come il nobile, il vecchio quanto il giovane. C’è, in questa fiaba, l’altra grande passione di Andersen, ossia la Musica.
Lo stesso Andersen cantava, da giovane, come soprano. E incantava come l’usignolo. Andersen vede sempre se stesso negli altri: nel brutto anatroccolo, nell’usignolo, nel soldatino di stagno e in tantissimi altri protagonisti delle sue fiabe. La domanda “che cosa farò da grande?” tipica dei bambini sembra che in Andersen abbia questa risposta: “Parlerò di me”.
L'Usignolo dell'Imperatore
illustrazione di Arianna Operamolla
fonte
L’usignolo, proprio per la grazia del suo canto, si ritrova imprigionato (anche se accolto con tutti gli onori e i servigi) nel castello dell’Imperatore cinese; ma un giorno venne sostituito da un usignolo meccanico, regalo dell’Imperatore del Giappone, cantava altrettanto bene, anche se ripeteva lo stesso canto sempre uguale. L’Usignolo vero sarà ignorato e rimandato nel bosco. Passano gli anni, fino a quando l’usignolo meccanico si rompe e comincia a cantare in modo stonato fino a che si fermerà.
Terminato il canto anche l’Imperatore si ammala gravemente e solo il vero usignolo che ritorna al palazzo riuscirà a guarirlo.
Il vero viene ripudiato dal falso, l’anima dell’usignolo viene allontanata per accogliere l’oro e le pietre preziose con cui è adornato l’usignolo meccanico.
Altro grande incantatore è il Pifferaio magico. Il Pifferaio magico libera con la sua musica la città infestata di topi; tornato nella città per riscuotere il compenso dovuto e negatogli, riuscirà, con la stessa musica a portare via i bambini, simbolo di speranza e futuro. C’è qui il potere della musica che libera dalle negatività (i topi) ma può catturare anche le “anime belle” (i bambini).
La domanda che lascia la fiaba del Pifferaio Magico è Dove sono stati portati i bambini? ossia, Dove porta la musica? Con la sua capacità di evocare e coinvolgere conduce sicuramente in luoghi mai esplorati, quelli dell’immaginazione, dell’inconscio; la  musica introduce spesso l’incantesimo, la formula magica.  Un tempo, la narrazione della fiaba era accompagnata dalla musica, la trasposizione scritta della fiaba ha poi eliminato questo aspetto, lasciando il suo ritmo e la sua musicalità negli incantesimi, nelle filastrocche e perfino negli indovinelli che spesso incontriamo nelle fiabe.

Qui il post di AlmaCattleya dedicato all'Usignolo dell'Imperatore.

mercoledì 1 maggio 2013

L'Uccello blu di Maurice Maeterlinck

Questo post nasce grazie all'invito rivoltomi dall'amico blogger Chagall (blog: Al peggio non c'è mai fine) di  scrivere un'analisi dell'opera, da lui tradotta dal francese, L'Uccello Blu. Questa sua traduzione è la prima versione integrale in italiano. Al link potete trovare l'e-book scaricabile gratuitamente. 


Perché mai la morte sarebbe altra cosa, 
e più morta, che la vita? 
Maurice Maeterlinck 

Siamo alla vigilia di Natale, dalla finestra due fratellini Tyltyl e Myltyl ammirano i giocattoli e i dolci che imbandiscono le tavole delle case altrui; immediato il collegamento alla scena de La piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen, dove la piccola, con i suoi pochi fiammiferi, illumina le stanze ricche di addobbi e cibo, che lei non aveva. Qui c’è anche la musica che inebria, che crea una sorta di magia e i bambini, seguendo questa magia, trasportati in una danza euforica partono per un viaggio immaginario, cominciando a gustare quei dolci come fossero veri. È questo viaggio della fantasia la premessa al viaggio centrale dell’opera, il viaggio iniziatico che durerà, apparentemente, una notte intera. È la vigilia di Natale, periodo di nascite solstiziali, ed ecco l’eterna lotta tra la Notte e la Luce. “Siamo tutti più buoni” si usa dire in questo periodo, in fondo, questa semplice affermazione cela la trasformazione legata a questo momento: non siamo gli stessi di sempre, siamo più buoni, quindi diversi, trasformati. Trasformazioni legate al solstizio d’inverno che si verifica, nell’emisfero nord della Terra, nei giorni che vanno dal 22 al 24 dicembre. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima, si verificano cioè la notte più lunga e il dì più corto dell’anno. È durante questa lunga notte che i due bambini viaggeranno, guidati da Luce, alla ricerca dell’Uccello Blu che porterà felicità nelle loro vite, non con grandi cambiamenti fisici ma donando loro la capacità di vedere la vita di sempre attraverso una nuova Luce. Saranno capaci di guardare con nuovi occhi le vecchie cose di sempre.
Copertina dell'e-book L'Uccello Blu, 
opera tradotta da Chagall. 
Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma appare più visibile il terzo o quarto giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse tenebre. Questa interpretazione “astronomica” può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro; pensiamo, per esempio, come nelle fiabe che rispondono ad archetipi comuni, il giorno di Natale appaia spesso come tempo che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti, per i quali, di solito, è prevista una rinascita, un miglioramento. Effettivamente, anche il viaggio di Tyltyl e Myltyl è un viaggio solstiziale: sembra sprofondare nelle tenebre, passando per i luoghi della morte, dove i bambini incontreranno i nonni da tempo defunti, per poi entrare nel Reame dell’Avvenire, dove incontreranno i bambini non ancora nati, tra questi il loro futuro fratellino. 
I bambini si trovano nella loro casa, è una casa povera, in cui si respira miseria, bisogni e desiderio ma, in realtà, ossia per meglio dire, dal punto di vista simbolico c’è tutta la vita: luce, fuoco, pane, latte, acqua e zucchero, un cane e una gatta (che presto subiranno un processo di personificazione); manca il male, ovvero la notte. C’è la gatta che è compagna della notte a far presente che il confine tra bene e male è sottile. Sarà Gatta, infatti che, pur di salvarsi la vita, chiederà aiuto a Notte, anche a costo della vita dei due bambini. È il gatto legato alla notte ma anche al diavolo e alle streghe. Dalla finestra Myltyl e Tyltyl vedono arrivare due carrozze da cui escono 12 bambini o, forse, sono delle bambine, sembra che all’autore non interessi precisare se si tratti di maschi o di femmine. Sono forse anche questi dei simboli? Il 12 è un numero che torna più volte all’interno dell’opera: per l’esattezza 12 volte. L’opera stessa è divisa in 6 atti e 12 quadri; i 12 bambini escono da due carrozze a 6 cavalli (quindi in totale anche i cavalli sono 12). Che cosa rappresenta il numero 12? Subito pensiamo ai 12 mesi e ai segni dello Zodiaco, quindi termini relativi al tempo, coerentemente con l’importanza del collocare la vicenda in una notte di solstizio e al termine dell’anno. Il dodici, esotericamente, è associato alle prove fisiche e mistiche che deve compire l’iniziato; il superamento di tali prove porta ad un miglioramento. In molte culture i riti iniziatici si compiono all’età di dodici anni, dopo di che, il giovane viene riconosciuto appartenente all’età adulta. 
Luce che conduce Tyltyl e Myltyl ha una sua forma e intensificazione nel Diamante che viene donato a Tyltyl, collocato sopra un berretto che il bambino deve portare sempre addosso. Il Diamante con le sue sfaccettature dà visioni e prospettive diverse, oltre ad avere caratteristiche come durezza, tenacia e lucentezza. Simbolo di potenza spirituale, può rappresentare la tendenza all’illuminazione interiore. Secondo Plinio è un talismano contro tutti i veleni e tutte le malattie capace di allontanare gli spiriti malvagi e i brutti sogni. Con il Diamante sulla testa, i due bambini, che nel finale saranno definiti “predestinati”, ne acquisiscono tutte le caratteristiche. 
È quindi un viaggio iniziatico? Sembrerebbe di sì anche dalla risposta della Fata al dubbio di Tyltyl che non sa dove si trovi l’Uccello Blu e, quindi, dove cercarlo: 
Tyltyl: Ma non so dov’è. 
Fata: Nemmeno io. Per questo bisogna cercarlo. 
Una sorta di ricerca dell’ideale, che c’è, ma non sappiamo quale forma abbia e dove in realtà si trovi; il compito è cercarlo. Come già spiegato, alla fine dell’opera i due bambini saranno definiti “predestinati”. È da considerarsi un viaggio iniziatico soprattutto perché i viaggiatori sanno che alla fine del percorso dovranno morire; in realtà non moriranno: torneranno alla loro vita ma avranno una nuova visione della loro vecchia esistenza; la casa dei bambini non apparirà più povera ma sarà una casa ricca di amore. È la loro vecchia vita che è morta, non la loro vita fisica. La ricerca dell’Uccello Blu rappresenta questa ricerca, la ricerca della Felicità, ossia di una visione che getta luce sulle cose. 
Il contatto più esplicito con la morte accadrà quando i bambini incontreranno i loro nonni defunti. Saranno loro a regalare ai nipoti un uccello blu che però, all’esterno dalla dimensione morte, si rivelerà essere nero. 
In questo mondo di opposti (Luce-Notte, Acqua-Fuoco) se esiste il Regno della Morte non può certo mancare il Reame dell’Avvenire, dove Myltyl e Tyltyl incontreranno il loro fratellino che nascerà e dal quale sapranno che porterà sulla terra tre cose: la scarlattina, la pertosse e il morbillo, per poi morire. Qui Luce trova e cattura l’Uccello Blu. Ma arrivati a casa, Tyltyl avrà una certezza: Quello dei Ricordi è diventato tutto nero, quello dell’Avvenire è diventato tutto rosso, quelli della Notte sono morti e non ho potuto prendere quello della Foresta; è colpa mia se cambiano colore, se muoiono o se scappano? risponde Luce: Abbiamo fatto ciò che potevamo. Verrebbe da credere che non esista, l’Uccello Blu; o che cambi colore quando lo si metta in gabbia.