Ciondolino di Luigi Bertelli detto Vamba

Copertina illustrata da
Vinicio Berti
Luigi Bertelli, detto Vamba, nacque a Firenze nel 1858. Lo pseudonimo Vamba, con cui firmò molti scritti, deriva dal nome di uno dei protagonisti di Ivanhoe di W. Scott. E’ conosciuto, principalmente per Il Giornalino di Gian Burrasca, ma un notevole successo lo ebbe anche con Ciondolino (1895)
Potersi trasformare in formica, questo il desiderio di Gigino, da tutti soprannominato Ciondolino per via di un pinzo della camicia che gli fuoriesce dai pantaloni come fosse una piccola coda. Gigino vuol diventare formica per evitare di andare a scuola e dover studiare il latino; la sorella Giorgina non ama la geometria e alla fine della fiaba scopriamo, insieme a Ciondolino (che per tutta la fiaba è ignaro della trasformazione della sorella) che è stata trasformata nel bruco geometra.
Il mondo sotterraneo delle formiche, però, è assai ben ordinato, ciascun gruppo collabora alla realizzazione e alla vita del formicaio, nessuno è inutile, tanto che Ciondolino comincia a fare supposizioni che lo preoccupano: 
[…] queste formicole sono balie, istitutrici, minatori, ingegneri, soldati, muratori,scultori, architetti e perfino pastori! Piaccia a Dio che sbagli, ma qua dentro va a finire che ci trovo anche un professore di latino! 
E, infatti, per sfortuna di Ciondolino, esiste anche la scuola e con essa il suo rappresentante: il professore in cattedra.
Qui il professore si rischiarò un po' la voce, e riprese:
- Noi apparteniamo al più illustre ordine degli insetti, all'ordine degli imenotteri, a quell'ordine che vanta i due insetti più ingegnosi, più laboriosi e più civili: l'ape e la formica. Il nostro popolo è sparso per tutto il mondo in migliaia e migliaia di razze diverse, dalla piccola e industriosa formica bruna al gigantesco Citone rapace, dalla tranquilla formica flava all'audace formica amazzone, che vive di furto. Noi fortunate, mie care, che possiamo vantarci di vivere, costituite in civili repubbliche, col nostro lavoro, tutte sottoposte agli stessi doveri, tutte investite dei diritti medesimi, in una società basata sulla reciproca stima e sull'amore fraterno. -
- Spesso io, nelle gravi meditazioni della mia vecchiaia, mi lascio trasportare da un roseo sogno e vedo lontano lontano un avvenire più grande e più luminoso per i nostri popoli. Noi siamo oggi, per false tradizioni e per falsi interessi, divisi in tante tribù condannate a far guerra l'una contro l'altra: noi non conosciamo la dolcezza dell'ospitalità, e mettiamo crudelmente a morte qualunque formica straniera osasse penetrare nel nostro villaggio. Ebbene, chi sa! forse verrà giorno in cui tutte le formiche del mondo riconoscendo i loro antichi errori e meglio intendendo i loro interessi e la loro missione, uniranno le loro forze, e sparite le assurde inimicizie, diverranno il primo popolo fra gli insetti. Allora noi vedremo le razze più diverse, dalla "Lasius" europea all'americana "Atta Cephalotes"...
- Ohi, ohi, ohi... -
L'interruttore era Gigino, al quale quel "Lasius" e specialmente quel “Cephalotes" eran rimasti sullo stomaco, e che si contorceva da tutte le parti.
In questo brano, ma del resto, in tutto il libro, è evidente l’intento educativo dell’autore, sia da un punto di vista nozionistico - siamo in un’Italia dove la scuola è accessibile a pochi fortunati - ma anche un’educazione della polis, dove la coscienza civica di una collettività è la base per la formazione di un Paese. Lo stesso Ciondolino, integrato nella sua nuova dimensione di formica, apprezzerà questo mondo così ben strutturato per il benessere comune, tanto da esclamare:
- A diventar formicola mi par d'essere diventato un grand'uomo! –
Post "Anche le formiche nel loro piccolo sono delle grandi" su Kokoro

A volte s’incontrano...Con Luigi Pruneti nella Toscana del piccolo popolo - Prima parte: Gli elementali

Quattro elementi che costituiscono la vita, ma prima di diventare vita sono spiriti: lo spirito dell’acqua, del fuoco, della terra e dell’aria si congiungono e si trasformano; il piccolo popolo, gli elementali dello spirito-acqua s’infiltrano nello spirito- terra, lo spirito-acqua evapora a contatto dello spirito- fuoco ed ecco che s'innalza lo spirito-aria. Impossibile che tutto questo possa smettere di vivere, impossibile che questi spiritelli si fermino, no loro non si fermeranno mai, loro sono il vero respiro della Vita. Da sempre…
Il più celebre studioso dell’argomento (gli elementali) fu Paracelso, autore del Liber de nymphis, sylphis, pygmeis et salamandris et caeteris spiritibus. Egli affrontò la complessa materia, asserendo che gli spiriti elementari o “elementali” si dividono in quattro categorie, a seconda dell’elemento al quale appartengono; teoria, la sua, ripresa dagli scritti di autori classici fra i quali Aristotele, Empedocle di Agrigento e Cicerone. Per Paracelso esistevano essenze dell’aria, dette silfi, silfidi o silvestri, dell’acqua, chiamate ondine o ninfe, vi erano poi gli gnomi o pigmei abitanti della terra ed infine le salamandre o vulcani, creature del fuoco.
Una certa curiosità per gli elementali la mostrò anche il grande Leonardo da Vinci; egli più che altro fu affascinato dall’entità in assoluto più misteriosa: la salamandra. Come i suoi contemporanei la considerò un’essenza alimentata dal fuoco, convenne, inoltre che avesse un aspetto simile alle lucertole o a piccoli ramarri e che, al pari dei rettili, mutasse pelle, avvalendosi dell’energia fornita dalle fiamme.(*)
Sembra che la città di Firenze non fosse solo frequentata dalle grandi menti artistiche quali appunto Leonardo, ma piuttosto, battuta anche dai nostri elementali e, gioco forza vuole che capitasse che spirito di artista e spirito di folletto si incontrassero, come accadde a Giotto di Bondone, secondo, infatti, quanto riporta Luigi Pruneti:
Incubo di Johann Heinrich Füssli, 1781
"Di notte il Linchetto, il più celebre elementale della Toscana, si trasforma in
un incubo e si pone sullo sterno di chi dorme, rendendo la respirazione
difficoltosa e donando al malcapitato una nottataccia popolata da pessimi sogni"(*).
un folletto di indole benevola, dimorerebbe, tuttora, nel campanile  della Cattedrale. Sarebbe quest’ultimo uno spirito silvestre che avrebbe accompagnato Giotto di Bondone per tutta la vita e dopo la sua morte avrebbe preso stabile domicilio nel celebre capolavoro architettonico del grande artista medievale. La sua presenza sarebbe percepita come un refolo improvviso di vento o la sensazione del frullare di minuscole ali. Questa leggenda è particolarmente suggestiva, degna di una vera e propria fiaba. Quando Giotto di Bondone era un umile e povero pastorello del Mugello, passava le sue giornate in solitudine a sorvegliare il gregge. Aveva come unico compagno di giochi un agnellino. Si trattava di una bestiola assai strana, dotata di una straordinaria intelligenza e di una sensibilità quasi umana. Poco prima del fatidico incontro con Cimabue, la creatura si ammalò e in punto di morte, con una vocina appena percettibile, avvertì l’amico di non disperarsi, egli avrebbe cambiato forma  e sotto mutate spoglie lo avrebbe seguito ovunque. L’agnellino era, infatti, un folletto silvestre che da quel giorno accompagnò l’artista per tutta la vita. A volte assumeva l’aspetto di una farfalla, in altri casi era del tutto invisibile e si manifestava come un improvviso soffio di vento. Non lo abbandonò mai e standogli vicino lo consigliava o discuteva con lui su come affrontare le opere che gli erano state commissionate. Insieme elaborarono il progetto del campanile di Santa Maria del Fiore e il pittore, fattosi ingegnere, su un suo suggerimento previde di terminare la costruzione con “una piramide quadra alta braccia cinquanta”, opera mai eseguita giacché giudicata dagli “architettori moderni” “cosa tedesca e di maniera vecchia”Fu accanto a Giotto anche nel momento della morte avvenuta il 3 gennaio 1336, quando il giovane pittore era da poco rientrato dalla Lombardia, dove “il nostro Comune l’aveva mandato al servizio del signore di Milano”. Il folletto da allora abita nello svettante edificio fiorentino creato dall’artista e, se salendo i gradini del campanile si avverte una brezza strana o si percepisce per un attimo il frullare di minuscole ali, non c’è da preoccuparsi: è lo spiritello amico di Giotto.(*)
"A volte s'incontrano...
Folletti, gnomi e oscure
presenze in Toscana e
nel mondo"
di Luigi Pruneti,
ed. Le Lettere, 2012

(*) Estratti da: "A volte s'incontrano...Folletti, gnomi e oscure presenze in Toscana e nel mondo" di Luigi Pruneti (cap. "Origine e natura del piccolo popolo”, p. 32; “Folletti più o meno celebri nelle memorie toscane” p.103; “Gli elementali nelle leggende fiorentine” p. 110-111).
R
iprodotto per gentile concessione della casa editrice Le Lettere. Per il profilo e la bibliografia dell'autore:  www.lelettere.it

La Rubrica continua...
Seconda parte: Gli spauracchi dei bambini
Terza parte: Fate ed Arpie

Hansel e Gretel - L'abbandono e il viaggio nel bosco

The walk to paradise garden, di
W. Eugene Smith, 1946
La casa di Hansel e Gretel si trova ai margini di un gran bosco. Ai margini, dove le luci e le ombre della vita del bosco sono ancora sconosciute ai due bambini. E’ una casa in attesa che avvenga qualcosa, che avvenga, forse, l’allontanamento dei due bambini e poi attenda il loro ritorno. All’interno i bambini con i genitori (in una prima versione la madre è la madre naturale; nella successiva revisione i Fratelli Grimm sostituiranno la madre con una matrigna per rendere meno negativa la figura materna). Il padre è un taglialegna, per il quale fin dall’inizio c’è una sorta di “comprensione”, descritto come povero nonostante gli sforzi per guadagnare cibo per la famiglia. E’ una notte insonne quella che precede l’addio alla casa paterna, il padre è sveglio per i troppi problemi, la madre cerca la soluzione che salvi lei e il marito, i bambini sono svegli per la fame. E il bosco è là fuori, oscuro che aspetta paziente. 
Seguendo quanto ritenuto dalla psicanalisi di Jung, il bosco sarebbe la rappresentazione del principio femminile e si identifica con l’inconscio, il bosco per di più, rappresenterebbe il lato oscuro dell’inconscio. Il fatto che il padre dei due bambini, come troviamo in molte altre fiabe, sia un taglialegna, ci vuole forse indicare che il padre ha la capacità e la responsabilità di “incidere” profondamente sull’inconscio dei figli, come confermano le osservazioni psicologiche? 
La Matrigna e la fame sono i due moventi che portano all’abbandono dei due fratellini. Bisogna dire che anche il movente della fame è stato aggiunto in una versione successiva, insieme alla matrigna. L'aggiunta della matrigna e della fame, nella stessa versione, ha fatto supporre a studiosi come Bettlheim che l’abbandono dei due bambini sia una trasposizione dello svezzamento e del conseguente allontanamento da parte dei genitori. 
Dopo il latte, l’altro elemento base per la vita è sicuramente il pane, cibo che dà vita alla famiglia del taglialegna, ma sembra, che sia ormai finito, siano rimaste solo le…briciole. E le briciole sono determinanti per il ritorno a casa di Hansel e Gretel. Il pane è la base di ogni pasto e costituisce la sopravvivenza e le briciole preannunciano carestia. Certo è che, al di là del simbolismo, la storia ci dice che l’abbandona dei bambini nel bosco era una pratica assai diffusa in tempo di carestia. 
Hansel si guarderà indietro due volte: la prima vedrà il suo gattino bianco sul tetto; la seconda volta vedrà, sempre sul tetto, un piccolo piccione; anche i due animali sono dei piccoli che come Hansel e Gretel appartengono al mondo dell’infanzia. Il bambino e la casa si guardano, ma è visibile solo il tetto, come deduciamo dal fatto che si vedono soltanto il piccione e il gatto, il bambino è quindi già lontano, non vede più la base della casa e la porta che sembra averlo chiuso fuori. 
Il gatto è associato al femminile, in questo caso il gatto sul tetto rappresenta la morte della madre biologica soprattutto considerando che gatto e matrigna furono aggiunti insieme in una versione successiva. 
Il fuoco è, insieme alla luna piena, la sola luce presente nel bosco durante le notti dell’abbandono; la luna, simbolo femminile, e il fuoco, simbolo maschile, sostituiscono la figura materna e paterna che in quel momento sono lontane dai due bambini; abbandonati dalla persone fisiche del padre e della madre, rimangono accuditi dalla “famiglia” natura. 
I due bambini viaggiano nel bosco alternando, nell’arco della fiaba, la loro leadership, infatti, all’inizio è Hansel che rassicura Gretel, spesso in lacrime, prendendosi cura di lei e confortandola. Successivamente, però, nel periodo della prigionia di Hansel, Gretel vedrà aumentare la propria forza, tanto da liberare il fratello, uccidendo la strega, ed infine, lo precederà in groppa all’oca nell’attraversamento del fiume per ritornare a casa.
Cammineranno per 3 giorni, fino a quando, arriveranno alla casetta di marzapane guidati fin là da un uccellino. Per l’importanza degli uccelli in questa fiaba vi rimando al postIl Signor Dettofatto e la riconoscenza degli animali”.

Biancarosa e Rosella. Fiaba dell'orso e della primavera

C'era una volta una povera vedova, che viveva in una modesta casetta con le sue due bambine. Le aveva chiamate Biancarosa e Rosella perché erano simili ai boccioli rossi e bianchi dei rosai che crescevano davanti a casa sua: esse erano buone, pie, laboriose e gentili. 
La fiaba prosegue descrivendo il mondo idilliaco in cui vivono le due bambine: accolte ed amate dagli animali del bosco in cui possono trascorrere la notte da sole senza correre alcun rischio, amorevoli ed ubbidienti verso la mamma che aiutano in modo diligente nella conduzione della casa. 
Una sera d' inverno bussa alla loro porta un orso congelato dal freddo che chiede alla mamma e alle due bambine di poterlo ospitare per la notte; accettano di accudirlo e così faranno per tutto l’inverno, fino a quando, con l’arrivo della primavera, l’orso se ne andrà, ringraziando e spiegando che:
"Sono costretto a stare nella foresta per custodire i miei tesori dai nani cattivi. Durante l'inverno, quando il gelo indurisce la terra, essi se ne devono stare rintanati nelle loro grotte e non possono uscire, ma ora che il sole ha riscaldato la terra e l'ha ammorbidita, i nani scavano lunghe gallerie e rubano tutto quello che trovano. Ciò che è passato nelle loro mani e che essi nascondono nelle loro grotte non si può riavere facilmente."
Illustrazione di Alessandra Fusi
Sappiamo che nelle fiabe colui che ha ricevuto del bene, di solito, ritorna a ricambiare e così, infatti, accade: nel momento in cui le bambine si troveranno in grave pericolo, l’orso tornerà a salvarle. Ma qual' è il pericolo delle bambine? Lo stesso nemico dell’orso: un nano. Dopo che le bambine gli hanno salvato la vita per ben tre volte, il nano non riconoscente quanto l’orso, le aggredisce, ed ecco, a questo punto entra in scena l’orso che uccide il nano. Con la morte del nano il bene trionfa: l’orso era in realtà un principe che, con un incantesimo, il nano aveva trasformato in orso per impossessarsi dei suoi tesori.
Infranto l’incantesimo, sentiamo una voce: 
"Sono il figlio di un re," disse, "ed ero stregato da quel nano cattivo che aveva rubato tutti i miei tesori, condannandomi ad errare in questa foresta sotto forma di orso finché la sua morte non mi avesse liberato. Ora ha finalmente ricevuto il castigo che si meritava." Così se ne tornarono alla casetta: Biancarosa sposò il bel principe e Rosella il fratello di lui, e si divisero l'immenso tesoro che il nano aveva raccolto.
L’orso è un animale legato ai passaggi delle stagioni, come infatti, lo è nella fiaba: al termine dell’inverno lascia la casa delle tre donne e torna nel bosco per difendere i tesori sotto terra che durante l’inverno sono custoditi dalla terra gelata. E’ la terra che durante l’inverno custodisce i germogli che in primavera spunteranno, donando nuova vita. Il legame tra orso e stagioni lo ritroviamo ancora oggi nelle feste popolari, in Italia, per esempio, viene ricordata e festeggiata la festa dell’orso il 2 febbraio, giorno della Candelora. Secondo un antico proverbio, proprio il giorno della Candelora, l’orso ha la possibilità di prevedere l’andamento del clima e la durata dell’inverno, sulla base di una “logica carnevalesca” ossia “rovesciata”: se in quel giorno il tempo è buono, l’orso “si costruisce” il “pagliaio” per difendersi dalle imminenti intemperie, se invece è cattivo, abbandona le preoccupazioni, perché sa che il clima sarà buono. 
Ad Urbiano, nello stesso giorno, un uomo mascherato con delle pelli di orso, viene catturato e trascinato per le vie del paese. Durante il viaggio deve subire scherzi, derisioni da parte della folla; una volta "domato", viene lasciato libero di scegliere la ragazza più bella del paese con cui balla fino a conclusione della manifestazione. Tali usanze si possono interpretare come una trasposizione antropica dell'invero che, una volta incatenato e domato è offerto in ballo ad una bella ragazza (la Primavera) che in questo modo vince su di lui. Tradizione che risale nelle zone alpine dell'Europa medioevale quando, nella notte tra il 1° e il 2 di febbraio, l'Orso si risveglia dal suo letargo invernale ed osserva il cielo: se è illuminato (plenilunio) rientra nel suo giaciglio, perché l'invernata durerà ancora quaranta giorni; se invece il cielo è scuro (novilunio), allora l'Orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l'inizio della primavera. L’orso di questa fiaba sembra, inoltre, riassumere le caratteristiche attribuite a questo animale, per certi aspetti materno e per altri spietato guerriero. Quest’ultima caratteristica è riscontrabile nei riti di iniziazione che ritroviamo sempre nel nord Europa dove il giovane era chiamato a combattere corpo a corpo con un orso per dimostrare il suo coraggio; chi riusciva ad uccidere, colpendolo al cuore, l’orso ne acquisiva tutta la forza e il coraggio fino ad allora posseduto dall’orso. Prima di ogni battuta di caccia il cacciatore si cibava di carne di orso e beveva il suo sangue per continuare a nutrirsi del coraggio ursino. Per lo stesso motivo, in culture successive, si verificava che dei guerrieri combattessero indossando pelli di orso: acquisirne il coraggio e la ferocia e intimorire il nemico. Le sue movenze, tuttavia, lo rendono apparentemente pacifico e pacioccone, un po’ sornione, collegandolo alla protezione e all’accudimento materno. Da Aristotele sappiamo che i cuccioli dell'orso appena nati non hanno forma definitiva, ma è grazie alla madre che, leccandoli accuratamente dà loro una forma definitiva. In breve, l'orsa che plasma i figli con la bocca diviene il simbolo della Chiesa che forma il cristiano per mezzo del battesimo.
La fiaba si conclude con l'immagine dei rosai:  
...i rosai che stavano davanti alla casetta furono trapiantati davanti al palazzo, e ogni anno diedero delle bellissime rose rosse e delle rose bianche ancora più belle... 
l'orso ha ucciso il nano che saccheggiava i tesori della terra (i germogli) e la natura torna ad essere rigogliosa come in ogni primavera.


La guardiana delle oche alla fonte

Peter Paul Rubens, Leda e il cigno
L'oca, l'anatra e il cigno ricorrono spesso
nel folklore e nelle leggende scambiandosi 
attributi e connotazioni.
"Guardati da quella vecchia, è furba come il diavolo, è una strega.", così, nella fiaba dei Grimm, La Guardiana delle oche alla fonte, viene apostrofata una vecchietta che, curva sotto il peso di un fascio d'erba appena raccolta e appoggiata alle stampelle provvede al sostentamento delle sue oche. Solo, un conte “contento e felice”, un giorno, vedendola schiacciata dal suo carico e con due cesti, uno di pere e uno di mele, accetta di aiutarla. D’altronde è assai difficile opporsi, il carattere della vecchia è scontroso e tiranno:
"Cosa aspetta," proseguì, "dai si muova. Quel fagotto non glielo toglie più nessuno." […] "Nonnina," disse, "non ce la faccio più debbo riposarmi un pò!"  "Niente affatto," rispose la vecchia, "quando saremo arrivati potrete riposarvi, ma ora si va avanti. Chissà che non vi faccia bene."  D'un tratto ella fece un balzo, saltò sul fardello, vi ci si accomodò bene e, secca e magra com'era pesava più d'una bella contadinotta. Al giovane tremavano le ginocchia, ma se non proseguiva, la vecchia lo picchiava sulle gambe con una verga o con delle ortiche. 
La vecchia abitava insieme ad una signora vecchia quasi quanto lei e dall’aspetto orribile, era la guardiana delle oche e la figlia della vecchia. La vecchia regala al conte una scatola di smeraldo dicendogli che gli porterà fortuna; partito per tornare a casa, il conte si perde tra i boschi fino a quando, il terzo giorno arriva in un paese sconosciuto e viene condotto al palazzo del re.
Il giovane conte dona la scatola alla Regina che, appena aperta, cade in terra svenuta: dentro la scatola, infatti, c’è una perla: la Regina racconta che sua figlia, scacciata dal padre, quando se ne andò piangendo versava lacrime che si trasformavano in perle uguali a quella contenuta nella scatola di smeraldo. I coniugi reali chiedono al Conte di condurli dalla vecchia.
Intanto la guardiana delle oche, come ogni notte di luna piena, si reca alla fonte che si trova vicino a tre querce e lì, sotto la luna, si toglie la vecchia pelle che la ricopre e torna a splendere in tutta la sua giovane bellezza. Lei è la giovane principessa scacciata dal Palazzo reale.
La regina arriva alla casa della guardiana delle oche e la vecchia li saluta allegramente, ma aggiungendo: "Avreste potuto risparmiarvi questo lungo cammino, se tre anni fa non aveste scacciato ingiustamente vostra figlia, che è tanto buona ed affettuosa. A lei non ho fatto alcun male, per tre anni ha dovuto custodir le oche, così non ha imparato nulla di male e ha mantenuto puro il suo cuore. Ma voi siete stati puniti abbastanza dall'angoscia nella quale siete vissuti." Poi si avvicinò alla stanza e chiamò: "Esci, piccina mia!." La porta si aprì e la principessa comparve nella sua veste di seta, coi suoi capelli d'oro e gli occhi come stelle, e parve che un angelo fosse sceso dal cielo.
Le vecchia non volle in cambio niente ma anzi disse: 
"io le dono le lacrime che ha pianto per voi, sono perle, più belle di quelle che si trovano nel mare, e valgono più di tutto il vostro regno! E in compenso dei suoi servigi le lascio la mia casetta." Detto ciò la vecchia sparì. Se poi le candide oche custodite vicino al castello fossero tutte fanciulle (nessuna se ne abbia a male) che la vecchia aveva tenuto con sé e che poi abbiano ripreso figura umana, e siano divenute ancelle della giovane regina, su ciò non so niente di preciso, ma credo proprio di sì.
Certo quella vecchia non era una strega, come la gente pensava, ma una vecchia saggia che faceva del bene. Probabilmente, alla nascita della principessa, era stato proprio suo il dono di pianger perle invece che lacrime. 
Herbert James Draper, Waterbaby
Il finale della fiaba ci svela che la vecchia, ritenuta strega, era in realtà una fata; sono, infatti, le fate che nelle fiabe portano doni ai nuovi nati: pensiamo alle fate invitate al battesimo della bella addormentata o alle due fate della fiaba di Enrichetto dal Ciuffo che donano a lui la raffinatezza e alla sua futura sposa la bellezza. La fata della guardiana delle oche dona la capacità di trasformare le lacrime in perle, si deduce che il destino della giovane sarà quello di piangere molto per riscattare le lacrime in perle, il dolore in felicità. “Le perle portano lacrime” sentenzia una credenza popolare, già Plinio dichiarò che le ostriche nel tempo degli amori “si aprono quasi sbadigliassero, si riempiono di rugiada che le feconda e partoriscono poi perle”, lacrime di rugiada, quindi, che diventano perle; lacrime e perle sono forse legate anche alla credenza che la conchiglia, una volta creata la perla morisse e che queste fossero le sue lacrime. In Sicilia si credeva che nelle perle e nelle calamite riposassero le anime dei bambini morti senza battesimo, forse è anche per questa credenza che la perla sia stato, per molto tempo, l’unico ornamento consentito alle donne durante i periodi di lutto.
Quando la guardiana delle oche, di notte vicino alla fonte, si lava la pelle che nasconde la sua bellezza cadono lacrime-perle dai suoi occhi, mentre la luna piena le illumina. 
Nel Physiologus (seconda metà del II secolo d.C.) è detto che, la perla si genera in questo modo: l’ostrica emerge dal mare nelle prime ore del mattino, e la sua conchiglia “apre la bocca, assorbe la rugiada celeste e il raggio del sole e della luna e delle stelle, e con la luce degli astri superiori produce la perla”.
Perle, Luna, Acqua (rappresentata dalla fonte) sono tutti elementi legati al femminile e tutti, nella fiaba, contribuiscono alla rinascita della piccola guardiana. Simboli tra l’altro di purezza, come le stesse oche che, come dirà la vecchia “…per tre anni ha dovuto custodir le oche, così non ha imparato nulla di male e ha mantenuto puro il suo cuore.”
Tre querce circondano la fonte, la quercia è quasi universalmente l’emblema della forza, pianta sacra a Zeus; inoltre secondo una credenza di tipo magico, un ramo di questo albero, posto presso una fonte in Arcadia, avrebbe combattuto la siccità. La quercia produce fiori di entrambi i sessi, per cui, portando con sè il seme maschile (il padre) e il seme femminile (la madre), possiede il dono di procreare un terzo (il figlio) che lei stessa è, ne consegue che il numero 3 le appartiene, come, appunto, tre sono le querce della nostra fiaba.

Fiabe "gemelle": Pelle d'Asino; La Principessa Pel di Topo.
Altri post: Mamma l'Oca
La Conchiglia di San Giacomo e la Venere di Botticelli.