martedì 13 maggio 2014

Biancarosa e Rosella. Fiaba dell'orso e della primavera

C'era una volta una povera vedova, che viveva in una modesta casetta con le sue due bambine. Le aveva chiamate Biancarosa e Rosella perché erano simili ai boccioli rossi e bianchi dei rosai che crescevano davanti a casa sua: esse erano buone, pie, laboriose e gentili. 
La fiaba prosegue descrivendo il mondo idilliaco in cui vivono le due bambine: accolte ed amate dagli animali del bosco in cui possono trascorrere la notte da sole senza correre alcun rischio, amorevoli ed ubbidienti verso la mamma che aiutano in modo diligente nella conduzione della casa. 
Una sera d' inverno bussa alla loro porta un orso congelato dal freddo che chiede alla mamma e alle due bambine di poterlo ospitare per la notte; accettano di accudirlo e così faranno per tutto l’inverno, fino a quando, con l’arrivo della primavera, l’orso se ne andrà, ringraziando e spiegando che:
"Sono costretto a stare nella foresta per custodire i miei tesori dai nani cattivi. Durante l'inverno, quando il gelo indurisce la terra, essi se ne devono stare rintanati nelle loro grotte e non possono uscire, ma ora che il sole ha riscaldato la terra e l'ha ammorbidita, i nani scavano lunghe gallerie e rubano tutto quello che trovano. Ciò che è passato nelle loro mani e che essi nascondono nelle loro grotte non si può riavere facilmente."
Illustrazione di Alessandra Fusi
Sappiamo che nelle fiabe colui che ha ricevuto del bene, di solito, ritorna a ricambiare e così, infatti, accade: nel momento in cui le bambine si troveranno in grave pericolo, l’orso tornerà a salvarle. Ma qual' è il pericolo delle bambine? Lo stesso nemico dell’orso: un nano. Dopo che le bambine gli hanno salvato la vita per ben tre volte, il nano non riconoscente quanto l’orso, le aggredisce, ed ecco, a questo punto entra in scena l’orso che uccide il nano. Con la morte del nano il bene trionfa: l’orso era in realtà un principe che, con un incantesimo, il nano aveva trasformato in orso per impossessarsi dei suoi tesori.
Infranto l’incantesimo, sentiamo una voce: 
"Sono il figlio di un re," disse, "ed ero stregato da quel nano cattivo che aveva rubato tutti i miei tesori, condannandomi ad errare in questa foresta sotto forma di orso finché la sua morte non mi avesse liberato. Ora ha finalmente ricevuto il castigo che si meritava." Così se ne tornarono alla casetta: Biancarosa sposò il bel principe e Rosella il fratello di lui, e si divisero l'immenso tesoro che il nano aveva raccolto.
L’orso è un animale legato ai passaggi delle stagioni, come infatti, lo è nella fiaba: al termine dell’inverno lascia la casa delle tre donne e torna nel bosco per difendere i tesori sotto terra che durante l’inverno sono custoditi dalla terra gelata. E’ la terra che durante l’inverno custodisce i germogli che in primavera spunteranno, donando nuova vita. Il legame tra orso e stagioni lo ritroviamo ancora oggi nelle feste popolari, in Italia, per esempio, viene ricordata e festeggiata la festa dell’orso il 2 febbraio, giorno della Candelora. Secondo un antico proverbio, proprio il giorno della Candelora, l’orso ha la possibilità di prevedere l’andamento del clima e la durata dell’inverno, sulla base di una “logica carnevalesca” ossia “rovesciata”: se in quel giorno il tempo è buono, l’orso “si costruisce” il “pagliaio” per difendersi dalle imminenti intemperie, se invece è cattivo, abbandona le preoccupazioni, perché sa che il clima sarà buono. 
Ad Urbiano, nello stesso giorno, un uomo mascherato con delle pelli di orso, viene catturato e trascinato per le vie del paese. Durante il viaggio deve subire scherzi, derisioni da parte della folla; una volta "domato", viene lasciato libero di scegliere la ragazza più bella del paese con cui balla fino a conclusione della manifestazione. Tali usanze si possono interpretare come una trasposizione antropica dell'invero che, una volta incatenato e domato è offerto in ballo ad una bella ragazza (la Primavera) che in questo modo vince su di lui. Tradizione che risale nelle zone alpine dell'Europa medioevale quando, nella notte tra il 1° e il 2 di febbraio, l'Orso si risveglia dal suo letargo invernale ed osserva il cielo: se è illuminato (plenilunio) rientra nel suo giaciglio, perché l'invernata durerà ancora quaranta giorni; se invece il cielo è scuro (novilunio), allora l'Orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l'inizio della primavera. L’orso di questa fiaba sembra, inoltre, riassumere le caratteristiche attribuite a questo animale, per certi aspetti materno e per altri spietato guerriero. Quest’ultima caratteristica è riscontrabile nei riti di iniziazione che ritroviamo sempre nel nord Europa dove il giovane era chiamato a combattere corpo a corpo con un orso per dimostrare il suo coraggio; chi riusciva ad uccidere, colpendolo al cuore, l’orso ne acquisiva tutta la forza e il coraggio fino ad allora posseduto dall’orso. Prima di ogni battuta di caccia il cacciatore si cibava di carne di orso e beveva il suo sangue per continuare a nutrirsi del coraggio ursino. Per lo stesso motivo, in culture successive, si verificava che dei guerrieri combattessero indossando pelli di orso: acquisirne il coraggio e la ferocia e intimorire il nemico. Le sue movenze, tuttavia, lo rendono apparentemente pacifico e pacioccone, un po’ sornione, collegandolo alla protezione e all’accudimento materno. Da Aristotele sappiamo che i cuccioli dell'orso appena nati non hanno forma definitiva, ma è grazie alla madre che, leccandoli accuratamente dà loro una forma definitiva. In breve, l'orsa che plasma i figli con la bocca diviene il simbolo della Chiesa che forma il cristiano per mezzo del battesimo.
La fiaba si conclude con l'immagine dei rosai:  
...i rosai che stavano davanti alla casetta furono trapiantati davanti al palazzo, e ogni anno diedero delle bellissime rose rosse e delle rose bianche ancora più belle... 
l'orso ha ucciso il nano che saccheggiava i tesori della terra (i germogli) e la natura torna ad essere rigogliosa come in ogni primavera.


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