La foresta magica

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

“Mi ritrovai per una selva oscura
“Ché la diritta via era smarrita.
“Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
“Esta selva selvaggia ed aspra e forte
“Che nel pensier rinova la paura…”

Per Dante è il luogo che rappresenta l’opposto della strada “diritta” e conosciuta; Dante la incontra a metà della sua vita, ad un punto cruciale. La selva, la foresta rappresentano spesso, nella letteratura e nella fiaba, questo: il punto cruciale della trama. E’ il luogo che per secoli ha dato alimento e sostentamento agli uomini: cibo sottoforma di cacciagione, erbe, frutti, sorgenti di acqua; legname per costruzione, per riscaldarsi e cucinare. Questa foresta è stata dispensatrice generosa ma anche luogo intricato dove, spesso, chi vi entrava poteva non uscirne più per i pericoli che essa riserva. Chi vi moriva (o vi si perdeva) spesso non veniva più ritrovato e per il villaggio che rimaneva in attesa, la foresta diventava il luogo del disperso, dove lo spirito del defunto vagava alla ricerca della via del ritorno o dell’eterno riposo. Dante riprende la tradizione mitologica e classica che nella foresta oscura colloca l’aldilà o il confine con il regno dei morti. L’uomo, d’altronde, è nato e si è nutrito nell’ambiente della foresta e questa non può non rimane la parte più intima della sua natura e della sua cultura spirituale. Nei tempi antichi le piante venivano considerate manifestazione concreta della divinità e ad esse gli uomini si rivolgevano per chiedere protezione e conforto, facendo in questo modo fiorire attorno ad esse miti, fiabe e leggende. Ad ogni pianta venivano attribuite caratteristiche che rispondevano alla compartecipazione tra natura e divino. Se pensiamo al termine “druido” (l'antico sacerdote celtico) esso è costituito da una radice greca druid, quercia, e un suffisso indoeuropeo, wid, sapere, scienza, e starebbe quindi a significare “coloro che sanno per mezzo della quercia”.
Oltre ai Celti sono molte altre le civiltà in cui la foresta o bosco è luogo sacro: presso i Germani, i Romani, i Greci (dimora delle Muse sul Parnaso oppure la foresta di Dodona in Epiro). Anche in Dante la foresta, oltre che oscura sarà illuminata, sempre nella Divina Commedia, infatti, la foresta sarà descritta come "divina foresta spessa e viva" (Purgatorio - Canto XXVIII vv. 2-21) 
In tempi a noi più vicini (1935) Dino Buzzati ci riporta in questa magia, mai persa nell’uomo, pubblicando Il segreto del Bosco Vecchio, romanzo allegorico, in forma di fiaba infantile. Uno dei principali protagonisti è il vento Matteo:
Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto agli inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limitar del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava. 
La foresta formata da migliaia di alberi, simbolo della linfa vitale dell'universo e della capacità rigenerativa della natura non può che essere simbolo della sacralità della vita e con la capacità rigenerativa anche della morte stessa. A causa dell'intrico della vegetazione e dell'oscurità che la pervade, la foresta è stata però spesso considerata dimora di creature mostruose (forse la personificazione stessa di quegli esseri che in essa si sono persi), creature malefiche e benefiche allo stesso tempo, capaci di punire ma anche di aiutare il “disperso” a ritornare a casa, “disperso” a cui può essere donato un oggetto magico che, spesso, ha in sé la forza magica della foresta e della terra (pensiamo a delle pietre nascoste nella profondità della terra o alle spade forgiate dal ferro e dal fuoco). La luce che nelle fiabe filtra attraverso i rami degli alberi, indica la speranza di un luogo finalmente sicuro, quella luce che spesso indica la casetta nel bosco che accoglierà (nel bene o nel male) il viandante. Spesso questo attraversamento si risolve in modo positivo, con il ritorno a casa e un miglioramento nella propria vita, come per esempio in Hansel e Gretel (solo per citare uno dei più noti). Di aspetto assai diverso dalla casetta è il castello incantato che, s’innalza inaspettato tra i grovigli del bosco, che sorge come oasi misteriosa e, spesso, salvatrice. Il castello incantato conserva la Bella Addormentata, custodisce la sorgente dall’acqua dell’eterna giovinezza, nel castello incantato il tempo si ferma o può essere ritrovato.

Corpo senza l'anima (Italo Calvino).

Il leone nero gli s’avventò ma Giuanin era il leone più forte del mondo e lo sbranò. (Nel castello, il Mago “Corpo-senza-l’anima” si sentì girar la testa.) Aperta la pancia del leone, ne saettò fuori un cane nero velocissimo, ma Giuanin diventò il cane più veloce del mondo e lo raggiunse e rotolarono mordendosi finché il cane nero non restò a terra morto. (Nel castello, il Mago si dovette mettere a letto.) Aperta la pancia al cane, ne volò un’aquila nera, ma Giuanin diventò l’aquila più grande del mondo e insieme presero a girare per il cielo lanciandosi beccate e colpi d’artiglio, finché l’aquila nera non chiuse le ali e cadde a terra. (Nel castello, il Mago aveva una febbre da cavallo e stava rannicchiato sotto le coperte.)



François Lemoyne, Saturno con falce e clessidra
part. Apoteosi di Ercole
Questa ultima parte della fiaba Corpo senza l’Anima raccolta ne Le Fiabe di Calvino, mi ha fatto pensare ad un rito magico, un sorta di fattura; non sono molte le fiabe in cui è così chiara la corrispondenza tra un maleficio inflitto ad un essere animato (o un oggetto) che si ripercuote su di un essere vivente. Con la morte del leone nero, del cane nero e dell’aquila nera lo stato di salute del Mago Corpo-senza-l’anima vanno peggiorando fino a confinarlo a letto moribondo. Mi fermo a questo accenno ad una ipotetica analisi “magica” poichè non sono un’esperta in materia (ma si accettano, con piacere, suggerimenti ed interpretazioni) e mi soffermo sull’immagine dei tre animali.
Tutti e tre gli animali sono neri, caratteristica che, forse, deve essere eliminata per il buon esito della fiaba e, per eliminarla, deve essere annientato il suo portatore: l’animale. 
Il nero è il principale nemico del giovane Giuanin; è il colore attribuito a Saturno, ritenuto il pianeta delle prove, e già nelle prime righe della fiaba sappiamo che Giuanin deve superare una prova: crescere forte e robusto per poter abbattere il pino che si trova dietro casa e solo allora, la madre, gli darà il permesso per andare solo in giro per il mondo.
“… Giuanin, figlio di una donna vedova, vuole andare a cercare fortuna per il mondo, ma ha solo 13 anni e la madre lo ammonisce che, solo quando fosse stato in grado di “buttare giù il pino dietro la casa”, sarebbe potuto partire. Dopo quotidiani allenamenti, riesce a superare la prova dell’albero, Giuanin comincia il suo viaggio…”
A questa seguirà una seconda prova da superare: domare un cavallo che ha paura della propria ombra (ecco che compare il nero, sottoforma di ombra).
Saturno è anche la divinità che crea visioni demoniache come sembrano i tre animali, ma da dove escono questi esseri feroci? Forse sono la personificazione delle stesse paure di Giuanin? Governatore della fase della Nigredo, in cui avviene la dissoluzione e la putrefazione della materia per dare origine al rinnovamento, fase che, a livello psicologico, è un processo di ritrovamento dell’auto-coscienza che si ottiene usando e vivendo profondamente le emozioni. Una chiave di lettura psico-pedagogica vede questa fiaba come il momento in cui il bambino deve vincere le paure, le angosce della crescita e, considerando che Giuanin ha, probabilmente, da poco compiuto i 13 anni, età che nel passato sanciva il passaggio all’età adulta, anche questa interpretazione non è da trascurare.