venerdì 28 marzo 2014

Viaggio dentro il ventre della "balena" (seguito)

Maria Luisa Gasparri, Nel ventre della balena,
Tecnica mista, 2013 Fonte
Dopo la prima parte dedicata ad un viaggio sulla Luna, il percorso assiale dei protagonisti della Storia Vera di Luciano di Samosata (Samosata, 120 circa – Atene, tra il 180 e il 192) prosegue per mare fino a svolgersi nello scenario della pancia-caverna della balena: 
Come fummo dentro la balena, dapprima era buio, e non vedevamo niente; ma dipoi avendo essa aperta la bocca, vediamo una immensa caverna larga e alta per ogni verso, e capace d'una città di diecimila abitanti. Stavano sparsi qua e là pesci minori, molti altri animali stritolati, e alberi di navi, e ancore, e ossa umane, e balle di mercanzie. Nel mezzo era una terra con colline, formatasi, come io credo, dal limo inghiottito; sovr'essa una selva con alberi d'ogni maniera, ed erbe e ortaggi, e pareva coltivata; volgeva intorno un dugento quaranta stadi, e ci vedevamo anche uccelli marini, come gabbiani e alcioni, fare i loro nidi su gli alberi.
Un luogo buio ma ricco di pesci, relitti di navi e ossa umane, Luciano paragona le sue dimensioni a quelle di una città di diecimila abitanti. Presi dallo sconforto gli uomini dell’equipaggio si disperano ma, in seguito, accendono un fuoco e cucinano il pesce che il ventre della balena offre loro in abbondanza, scopriranno che altri uomini abitano la balena, uomini che a loro dire “ci par d’essere morti, e pur sappiamo di vivere”.
Se il luogo dello stomaco rappresenta il loculo che accoglie morte apparente e vita che aspetta di prendere una nuova dimensione, non può che essere un luogo ricco di oggetti e cibo, corredo necessario ad accompagnare il defunto nell’aldilà. 
Un luogo ricco come quello che appare a Nennella nella favola VII della V giornata del Pentamerone o Lo Cunto de li cunti di Giambattista Basile,1634
Solo Nennella[…] scampò questo pericolo perché proprio in quel momento si trovò vicino alla barca un grande pesce fatato, che, aprendo un grande buco di bocca, se l'inghiottì. Ma quando la ragazza credeva di avere finito i suoi giorni proprio allora trovò cose incredibili nella pancia di questo pesce, perché c'erano campagne bellissime, giardini deliziosi, una casa signorile con tutte le comodità, dove se ne stava da principessa.

E dallo stesso pesce fu portata, presso il palazzo dove era vissuto il fratello Nennillo. Nennella, lo vide attraverso la golaccia del pesce e gridò: “fratello mio fratello mio”. […]
E Nennillo si avvicinò al pesce e quello, poggiata la testa sopra uno scoglio e aperti sei palmi di bocca, ne fece uscire Nennella, così bella che sembrava proprio una ninfa che, in un intermezzo, usciva, per incanto di qualche mago, da quella bestia. E, quando il re chiese cosa fosse questa faccenda, Nennella cominciò a raccontargli qualche episodio dei loro guai e l'odio della matrigna, ma non riuscivano a ricordare il nome del padre né il luogo della casa.
Nennella dentro lo stomaco del pesce è diventata bella e splendente come una ninfa. Ha vissuto reclusa, ricorda la Bella Addormentata nel Bosco, a sua volta reclusa nel sonno e protetta dalla boscaglia, e in questa reclusione, entrambe si sono trasformate sono cresciute in una nuova maturità.

domenica 16 marzo 2014

La gatta maimona e la Grande Madre della Val Nervia

Donna con gatto e bambino,
di Novella Parigini
Una madre e due figlie di nome Maria e Teresa. Maria umile, ubbidiente e buona con tutti. Mentre Teresa era decisamente l'opposto. Un giorno la mamma chiede alle figlie chi volesse andare a chiedere in prestito lo staccino per la farina alla gatta maimona che abitava nel bosco. Teresa si rifiuta e così Maria parte. Il castello è di vetro e vi si accede da una scala di cristallo, Maria bussò piano alla porta. Vennero ad aprire dei gattini e le domandarono cosa volesse. Maria chiese se le potevano prestare lo staccino ed essi andarono a chiedere alla loro mamma. In una sala si trovavano alcuni gattini che pulivano con piccole scope e Maria, vedendoli si intenerì e disse: "Date a me, faccio io, cari micetti." Essi furono così contenti che corsero subito a raccontarlo alla gatta maimona. E così li aiutò in altre faccende, tanto che i gattini la portarono dalla mamma gatta. La gatta maimona era al centro della sala, seduta sul trono dorato, risplendente di luce fosforescente. La chiamò a sé ringraziandola, e disse: “Ti voglio fare un piccolo dono”. Si rivolse quindi ai suoi gattini: "Andate per tutto il castello e cercate il più bel vestito che ci sia, con campanelli che suonano e oro luccicante." Maria non voleva indossarlo, perché quel vestito era troppo di lusso per lei, ma i gattini la vestirono lo stesso. La gatta volle ricompensarla ancora e le disse: "Senti Maria, ricordati due cose tornando a casa: quando sarai nel bosco, sentirai ragliare l’asino; non voltarti per vedere dov’è. Quando invece sentirai cantare il gallo, guardalo." Maria si incamminò e seguì i suggerimenti della gatta maimona. Si voltò a guardare il gallo cantare e sentì crescerle una cosa in fronte a forma di stella. Arrivò a casa e la mamma, sentendo ciò che Maria le diceva, pianse lacrime di gioia. Cercò di toglierle la stella e cominciò a grattare, grattare, ma più grattava e più polvere d’oro scendeva. Vedendo ciò la mamma disse alla figlie: "Siamo diventate ricche, la gatta maimona ci vuole molto bene. Bisogna tornare a ringraziarla e a riportare lo staccino. Ci torni tu Maria o vai tu, Teresa?" Teresa rispose: "Si, andrò io, così avrò anche io quello che ha avuto Maria." Fece tutto il contrario di Maria: salì con gli zoccoletti e ruppe gli scalini di cristallo, impastò i gattini col pane, li bastonò con le scope e li buttò giù dai lettini. Essi tutti spaventati e piangenti corsero dalla mamma a raccontarle tutto e la gatta maimona si infuriò e volle punire Teresa per ciò che aveva fatto. Chiamò a sé i gattini e disse loro: "Correte a prendere il vestito più brutto e stracciato che trovate e mettetelo a Teresa." Le fece comunque le stesse raccomandazioni che aveva fatto a Maria riguardo all’asino e al gallo che avrebbe trovato nel bosco. Però Teresa disubbidì, quando sentì il gallo non si voltò e guardò invece l’asino che ragliava. Sentì una cosa dura e pelosa crescerle sulla fronte e corse a casa piangendo. Col passare dei giorni, Teresa non usciva più di casa, era triste e infelice, piangeva sempre e la mamma soffriva nel vederla così, nonostante sapesse che era tutta colpa sua. La mamma invecchiava ed era molto preoccupata nel vedere le due figlie così diverse e un giorno chiamò a sé Maria e le chiese di andare al castello a domandare il perdono per sua sorella. La gatta maimona sentendo che Teresa era pentita per le sue cattive azioni si commosse e le tolse la cosa pelosa dalla fronte. Maria felice tornò a casa e le due sorelle da quel giorno vissero felici e contente.
Donna con gatto, vetrata realizzata da Diego Tolomelli
per Iko Studio
E adesso, un ritorno all'attualità con un estratto di questo articolo, firmato da Andrea Eremita e pubblicato su Voce Intemelia in data 25 maggio 08 (nel blog potete leggere l'articolo completo):
"Relitti di Paganesimo in Val Nervia Mai Mona (Grande Madre) divinità terapeutica e fecondatrice delle acque."
[...]
Fonti letterarie dello storico romano Frontinio vissuto nel I secolo d. C. ci informano con una nota di scetticismo: "Le genti si recano in processione alle fonti oggetto di culto nella speranza di guarire i corpi malati''. Padre Benoit, parroco nel dopoguerra del santuario di Notre Dame a Briga, ricorda nei suoi scritti "le sette sorgenti nei pressi del santuario continuavano ad essere la meta di malati e donne sterili ''.
In Val Nervia, malgrado i tuoni e i fulmini lanciati dalla chiesa attraverso i secoli contro l'idolatria pagana, aspramente condannata dai concili, la toponomastica di alcune località, unita alle testimonianze raccolte fra le genti, rivelano che l'antico culto delle acque, assimilato alla Grande Madre era sopravvissuto alle persecuzioni trovando rifugio nel folto dei boschi.
A Dolceacqua nel vecchio libro dei ricordi degli anziani si racconta che lungo l'antico percorso della mulattiera che conduceva al monte Abelio, nella località Cima Mai Mona, che da un attento esame etimologico si traduce in (Cima della grande Madre), mai nel dialetto di Rocchetta e di Pigna ha il significato di grande, c'era incisa su una lavagna di roccia di arenaria la raffigurazione schematica di una figura femminile seduta con le mani posate sul grembo con a lato (un murtè) un mortaio. Una raffigurazione della Grande Madre andata perduta durante l'ultimo conflitto mondiale a seguito di uno sbancamento della parete rocciosa eseguito per allestire opere di difesa militare.
Nei primi anni del novecento era ancora consuetudine dei contadini e dei pastori che percorrevano la mulattiera, lasciare una offerta alla Grande Madre, un pezzo di pane, delle noci raccolte nel bosco e qualche fico secco. Ai bambini veniva fatto l'obbligo di inginocchiarsi e baciarle il volto, pena una punizione. Se nel mortaio c'era dell'acqua piovana, se ne riempiva un bottiglino. L'acqua di Mai Mona veniva portata a casa e in caso di malattia se ne beveva un sorso.
Un altro toponimo Lagu de Mai Mona (Lago di Mai Mona) ci informa che nel rio Oggia di Rocchetta, La Grande Madre aveva preso dimora all'interno di una grotta presso un laghetto alimentato da una cascata con intermittenza stagionale, un angolo di natura di una tale bellezza che nell'immaginario collettivo dei nostri lontani predecessori non poteva sfuggire al sentimento del sacro e del divino. Superata qualche reticenza, c'è chi ricorda tra gli anziani che una volta al lago di Mai Mona si recavano donne sterili per compiere ablazioni (pè avè i figlioi) per avere i bambini. Nei pressi del laghetto si conserva un "Murtè '' mortaio, un monolite alto 43 cm. con una vaschetta di 14 cm. di diametro e profonda 7 cm. dove un tempo le donne sterili e i malati deponevano le offerte alla Grande Madre.
Sono, forse, in questi luoghi le origine della fiaba della Gatta Maimona?
La Gatta maimona della fiaba vive nel fitto bosco, in un castello di vetro a cui si accede salendo gradini di cristallo. Vetro e cristallo potrebbero essere la materializzazione dell’acqua che con il vetro e il cristallo condivide la trasparenza e la limpidezza: un’antica cascata d’acqua potrebbe essere diventata, nel tempo e nella memoria popolare, una scalinata di cristallo. Se guardiamo ancora più indietro, arriviamo a identificare un rapporto stretto tra acqua e cristallo, infatti, un tempo, si pensava che il cristallo scacciasse le malattie dall'acqua, purificandola; da qui l’acqua, grazie al cristallo, diviene pura, potabile, quindi di nuovo fonte di vita. Credenze antiche possono facilmente averle attribuito qualità curative e legate alla fertilità.
Così, Maria e Teresa si recano al cospetto della Gatta maimona, come un tempo facevano le donne in cerca di un figlio; Maria sta cercando uno staccino per la farina e lo otterrà, insieme alla ricchezza (altro simbolo di fertilità); Teresa rimane “sterile” nella sua cattiveria (maltratta i gattini che rappresentano l’infanzia). Maria può portare a casa lo staccino per la farina, altro simbolo di vita, legato al grano e al pane, Teresa porta, in modo evidente sul suo corpo, i segni della sua incapacità di apprezzare la vita.
Nel suo articolo Andrea Eremita sottolinea come a Dolceacqua o presso il lago di Mai Mona siano stati rinvenuti dei mortai, dove le donne sterili che si recavano a chiedere di avere un figlio, deponevano delle offerte; anche il mortaio, come lo staccino, è legato al grano e alla farina, simboli di nutrimento e di vita.
La Gatta Maimona, simbolo quindi della grande madre, accoglie Maria nella sala, seduta sul trono dorato, non è più solamente la padrona di casa, la madre dei gattini ma è molto di più, è una divinità che siede su un trono dorato risplendente di luce fosforescente. Può chiedere e può esaudire i desideri di chi sta al suo cospetto.
La fiaba ha come protagoniste le donne, il mondo femminile, non ci sono elementi maschili, il bosco stesso è spesso ritenuto simbolo femminile che con i suoi folti rami non lascia filtrate a fondo i raggi del Sole, simbolo maschile. Il bosco è spesso, nelle fiabe, il regno delle donne che siano in questo abbandonate, recluse o venerate.

lunedì 3 marzo 2014

Animali da fiaba: la volpe

Nelle favole il rapporto tra gatto e volpe è spesso basato sulla competizione, sull’ostentamento delle rispettive capacità e destrezze. Due furbi che vanno a braccetto solo per opportunismo e sopportandosi a vicenda. Sembra che Collodi abbia tenuto presente proprio la favola di La Fontaine nel proporre la coppia all’interno delle Avventure di Pinocchio. Solo che in Collodi i due “compari” trovano un punto di incontro:
"La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe"; due difetti che s’incontrano: la cecità in senso allegorico e simbolico corrisponde all’incapacità di vedere la realtà e quindi di riflettere e riferire il vero così come appare; dall’altra parte la volpe zoppa, simbolo dell’incapacità di mantenere un atteggiamento, un percorso morale corretto e senza cadute. 
I bestiari medievali descrivono la volpe come un animale molto furbo, fraudolento, astuto ed ingegnoso, falso e sleale. Il giudizio negativo è legato alle bizzarre indicazioni sul come riesca a procurarsi il cibo. Quasi tutti i bestiari narrano che quando la volpe ha fame e non ha nulla da mangiare va a cercare un luogo ove ci sia della terra rossa e vi si rotola per sembrare tutta insanguinata. Poi si getta a terra e resta immobile, come se fosse morta, trattiene il fiato e si gonfia tutta. Così gli uccelli che la vedono giacere, gonfia, tutta rossa di sangue e senza respiro, con la lingua di fuori, credendola morta, si avvicinano alla sua bocca. È così che lei, veloce quanto astuta, li afferra e li divora. Isidoro da Siviglia (VII secolo d.C.) nell’opera Ethimologiae, fa derivare il nome latino della volpe, vulpes o volupis dalle parole volvere + pes, cioè girare, ruotare le zampe; infatti, egli dice, “la volpe ha le zampe molto mobili e non corre mai in linea retta, ma con giri tortuosi”. Probabilmente anche da questo suo muoversi in modo “tortuoso” quindi non lineare e diretto ha portato la volpe ad essere il simbolo dell’astuzia.
Foto tratta da La Volpe e la Bambina
"Che cosa vuol dire addomesticare?" domandò il Piccolo Principe. 
Ne Il Piccolo Principe la volpe capovolge l’immagine tradizionale di tutte le volpi, chiedendo al piccolo Principe addirittura di essere addomesticata.
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…"
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma, se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo (…) La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…"
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: " Per favore … addomesticami", disse.
" Volentieri", rispose il piccolo principe, " ma non ho molto tempo, però.
Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose".
" Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe" gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "… Piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…"
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, " il colore del grano".