Hansel e Gretel - Il ritorno a casa





Illustrazione di Offterdinge
Vedi i post precedenti:

In poche righe si concentra il ritorno alla libertà e alla casa di Hansel e Gretel:
Tutta la casetta era piena di perle e di pietre preziose: essi se ne riempirono le tasche e se ne andarono in cerca della via che li riconducesse a casa. Ma giunsero a un gran fiume che non erano in grado di attraversare:
“Non possiamo attraversarlo” disse Hansel, “non vedo l’ombra di un ponte”
"E' non c’è nemmeno una barchetta” disse Gretel “ma guarda là quell’anatra bianca: proverò a chiederle che ci aiuti”. E cantò:
“Cara anatrina, cara anatrrella,
Hansel e Gretel son fermi qua:
non c’è barchetta né passerella,
vupi tu portarli presto di la?”

Udite queste parole, l'anatrina si avvicinò nuotando e trasportò prima Gretel e poi Hänsel dall'altra parte del fiume. Dopo breve tempo ritrovarono la loro casa: il padre si rallegrò di cuore quando li rivide, poiché‚ non aveva più avuto un giorno di felicità da quando i suoi bambini non c'erano più. La madre invece era morta. Ora i bambini portarono ricchezze a sufficienza perché‚ non avessero più bisogno di procurarsi il necessario per vivere.
Adesso i bambini sono ricchi e liberi, si preparano, come tanti personaggi delle fiabe, a tornare a casa trasformati e portando un cambiamento, un’innovazione nel loro luogo di origine: la ricchezza. Il suo opposto, la sua mancanza, ovvero la povertà era stato il motivo del loro forzato allontanamento. 
I bambini giungono ad un fiume. Il fiume è un ostacolo ma, allo stesso tempo, è un mezzo per raggiungere un altro luogo, l’altra sponda. Secondo Bettelheim il passaggio dell’acqua rappresenta il passaggio ad un livello superiore per l’esistenza dei bambini; egli identifica questo passaggio con il battesimo che sancisce un nuovo inizio. Abbiamo già incontrato, in questa fiaba, la presenza dell’acqua, era nelle lacrime di Gretel, un fiume di lacrime. Lacrime che hanno spinto Hansel a tranquillizzarla, lacrime con cui ha invocato Dio, lacrime di terrore; lacrime che, come un racconto scorrono sulle sue guance a raccontarci le sue paure, la sua fame, la sua angoscia, con queste lacrime ha “lavato via” gli ostacoli e, con occhi più limpidi, ha proseguito il suo cammino, fino a dover oltrepassare il fiume.
Anche il questo caso la fiaba vede protagonista il femminile: l’acqua rappresenta il femminile, l’anitra è femminile e sarà Gretel (femmina) a chiamarla, cantando. Gretel adesso è dominante rispetto ad Hansel, non piange, non implora, non prega ma chiama l’anitra con decisione e questa le ubbidisce. Gretel sale per prima e oltrepassa il fiume, cosa che farà in seguito Hansel, così ognuno di loro toccherà la “nuova” terra, la loro nuova vita da soli, sancendo in questo modo la loro evoluzione di due distinti individui.
L’anitra bianca, sarà il ponte simbolico (“non vedo l’ombra di un ponte” dice Hansel) che condurrà i bambini all’altra sponda del fiume, come due giovani esploratori sbarcheranno nel mondo sconosciuto, dove loro stessi arrivano cambiati, sono maturati e pronti per vivere la loro vita rinata. Quando poseranno il piede sulla nuova terra, il viaggio di trasformazione sarà concluso.
Secondo Diann Rusch-Feja (The Portrayal of the Maturation Process of Girl Figures in Selected Tales of the Brothers Grimm, 1995) l’anitra rappresenta un surrogato della madre tipico delle tradizioni della Germania che vedono nell’oca e nel cigno la rappresentazione della madre, per di più l’anitra fu aggiunta dai Grimm che del folklore della loro terra erano grandi studiosi.
In questa nuova vita la madre è morta e sarà il padre ad accogliere i due figli. E’ morta, chissà, forse di fame e stenti, quella fame che temeva e per cui ha voluto l’allontanamento dei figli; è morta proprio adesso che la fame è un incubo lontano poiché Hansel e Gretel ritornano alla casa del padre, portando ricchezza. Il padre viene così assolto dai Grimm, nonostante sia stato complice della madre.
Alcuni critici hanno ipotizzato che la morte della strega e della madre-matrigna siano avvenute nello stesso momento, anche se sembrerebbe una forzatura, voluta da chi ritiene che la strega sia l’altra faccia della madre.
Illustrazione di Jamsan


Consiglio il post "Sul dorso di un'oca" del blog La Fata Centenaria

Animali da fiaba: il topo

Il gatto e il vecchio topo, Gustave Doré
per la fiaba di La Fontaine
Nella fiaba I 3 capelli d’oro del diavolo il topo rosicchia le radici dell’albero dalle mele d’oro, questo richiama alla mente la simbologia dei primi cristiani, per i quali il topo era collegato alla demoniaca vita degli inferi e, spesso, raffigurato mentre mangia le radici dell'albero della vita. Abitante del sottosuolo di cui percorre, con agilità, i bui tunnel si sarà mai incontrato faccia a faccia con il diavolo? E il suo movimento, il suo correre e scavare nel sottosuolo avrà mai per caso, o volutamente, provocato terremoti? C’è qualcosa che il topo non rosicchierebbe? Impossibile, nel Dakota, un tempo, si credeva che la luna calante fosse così perché rosicchiata dai topi. Divoratore delle provviste, custodite nei granai o nelle cantine, rubava e ruba ai poveri come ai ricchi – mai seguita la filosofia di Robin Hood “rubare ai ricchi per dare ai poveri” – no il topo rosicchia tutto. Così è ben presto associato al furto, nei sotterranei nasconde il suo bottino, corre veloce e in punta di piedi. Spesso, l’esistenza del topo si scopre perché si trovano dei resti di cibo o tessuti rosicchiati, ma aspettare sul luogo del delitto un topo è compito di grande pazienza; un esempio? Pensate a Tom & Jerry e alla pazienza di Tom che aspetta e tende trappole a Jerry, che sfugge sempre con velocità ed astuzia. 
Esopo utilizza il topo per dirci che anche i piccoli e deboli possono essere utili ai grandi: 
Mentre un leone dormiva in un bosco, topi di campagna facevano baldoria.
Uno di loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su quel corpo sdraiato.
Povero disgraziato! Il leone con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo.
Il topo supplicò clemenza: in cambio della libertà, gli sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta scoppiò a ridere e lo lasciò andare.
Passarono pochi giorni ed egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza del piccolo topo.
Cadde, infatti, nella trappola dei cacciatori e fu legato al tronco di un albero.
Il topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo averlo restituito alla libertà, gli disse:
- Tempo fa hai riso di me perché credevi di non poter ricevere la ricompensa del bene che mi hai fatto. Ora sai che anche noi, piccoli e deboli topi, possiamo essere utili ai grandi.
Ecco, Esopo ci dice che il piccolo e il grande sono entrambi utili alla società; mai ridere del piccolo, non si sa che cosa può nascondersi in ciascuno di noi al di là dell’apparenza. Chi di noi è grande e chi è piccolo? 
Una favola dove il topo non vince con la sua astuzia è Il topo e l’elefante di La Fontaine: 
La vanità, ch'è tutto un mal francese, fa ch'ogni sciocco e stupido borghese, un grand'uomo si creda in quel paese. Vani son gli Spagnoli e tuttavia, per quanto grande il lor difetto sia, è più che scipitezza una pazzia. L'esempio che vi conto vi dimostra la boria nostra, la qual su per giù non vale men di un'altra e non di più. Un Topolin piccino vide un grosso Elefante gigantesco, e rise di quel grande baldacchino pesante ed arabesco, con tre piani di sopra e una sultana seduta in mezzo di beltà sovrana, con cani e gatti e pappagalli suoi, e con tutta una casa che in viaggio andava ad un lontan pellegrinaggio. Rideva il Topolin perché la gente stesse a guardar quel coso stravagante, più che animale, macchina ambulante. - Bel merito, - dicea, - d'esser sì grosso, come se il bello fosse in un colosso... O gente sciocca, ov'è la meraviglia che ai ragazzetti fa levar le ciglia? Così piccino come son, un grano non valgo men di questo pastricciano -. E stava per aggiungere di più il Topo vanerello. Quand'ecco sul più bello un gatto salta giù e fric... in un istante mostrò che un Topo è men che un Elefante. 
Il Pifferaio magico di Hamelin “incantatore” di topi libera la cittadina dall’infestazione di topi che colpì l’Europa nel 1440, per questo approfondimento vi rimando al mio post Il pifferaio magico (analisi)
Associati alla peste, vista come punizione divina, i topi divennero, nel Medioevo, a tutti gli effetti, i portavoce e i mandanti di questa punizione. Ma nelle favole e nelle fiabe, come abbiamo visto sanno essere anche riconoscenti come, per esempio, nella fiaba della raccolta di Calvino, Il bastimento a tre piani, dove dei topi, abitanti dell’Isola dei Topi, sfamati generosamente dal protagonista che portava un carico di croste di formaggio, lo aiuteranno “rosiccchiando” una montagna per permettergli di raggiungere la Principessa sequestrata e nascosta in un’isola incantata.
Andando indietro nel tempo, troviamo che il topo era addirittura ritenuto sacro presso gli Egizi, mentre nell’antica Roma era simbolo di buona fortuna. In Grecia, un topo bianco, era emblema di Apollo e di Giove che, si presume, utilizzassero i topi per nutrire i serpenti degli dei.
Il topo all'assemblea degli animali, immagine di John Tenniel per
Alice nel paese delle meraviglie ed. 1866

A volte s'incontrano...Con Luigi Pruneti nella Toscana del piccolo popolo - Terza parte: Fate ed Arpie


Prima parte: Gli Elementali 
Le fate vivono in ogni angolo della Toscana e, a seconda dei casi, sono belle o brutte, minuscole o altissime, giovani o vecchie; sono, comunque, sempre misteriose e intrattengono buoni rapporti con gnomi, folletti e elfi. Dotate di poteri magici, possono assumere qualsiasi forma e hanno il dono dell’invisibilità e della profezia. Suscettibili e permalose, possono offendersi per un nonnulla e diventare vendicative.(*)
Tra le più permalose – e non aveva tutti i torti - la regina di Petorsola…

Le fate sarebbero state anche delle provette costruttrici: secondo una nota leggenda sarebbero state loro ad innalzare la splendida Abbazia di Sant’Antimo e a Santa Fiora il Sasso di Petorsola sarebbe stato un loro castello. L’edificio, meraviglioso come quello delle favole, aveva il nome della saggia e potente regina Petorsola, un essere alla mano anche se laconico. Le donne del luogo, particolarmente ciarliere, detestavano quel modo di fare e un giorno per forzarla a proferir parola afferrarono la figlioletta di Petorsola e fecero l’atto di gettarla nel forno. Si trattò di uno scherzo stupido e di pessimo gusto, ma pur sempre di uno scherzo. Tanto bastò, tuttavia, per offendere la regina delle fate, la quale, con aria corrucciata, si rivolse alle donne ed esclamò: “Questa è una cosa mai vista fare/la figlia di una fata voler infornare”, da quel giorno le fate sparirono, il castello si trasformò in masso e apparvero strani gatti dall’aspetto poco rassicurante: le fate erano diventate streghe.
Edward Munch, L'Arpia, 1899, Munch Museet di Oslo
In Garfagnana dimora la Fantasma; non è uno spettro femminile come sembrerebbe indicare il nome, ma “un’ombra di donna che cresce in statura mentre la si guarda”. Ha un aspetto mesto, frequenta di notte i quadrivi e quando incontra qualcuno lo segue. Siffatto comportamento può generare turbamento, in realtà la Fantasma non ha mai nuociuto ad alcuno; sembra che sia un’anima penitente, ansiosa di abbreviare la propria permanenza nel Purgatorio, per questo desidererebbe chiedere ai passanti preci e messe in suffragio, però, viene spesso fraintesa e chi la vede, reputandola una creatura malvagia, la fugge come la morte. In altre zone della Toscana è descritta come una donna vestita di bianco che si alza in volo fra gli alberi, levita per un po’ di tempo nell’aria e poi si dissolve. Vi è, al contrario, chi considera la Fantasma un incubo dall’aspetto di una scimmia particolarmente pelosa, entrerebbe di notte nelle abitazioni degli umani e come tutti gli incubi di questo mondo renderebbe difficile il riposo della vittima di turno.(*)
 Il cielo, tra tutti gli spettacoli della natura, è quello che più è capace di scuoterci profondamente, stimolando la riflessione sulla nostra natura e sul “senso” della nostra esistenza. Forse ciò è dovuto al fatto che, a differenza degli altri spettacoli naturali, il cielo è sentito come irraggiungibile. Il cielo genera in noi una mescolanza di sentimenti di ammirazione, e contemporaneamente di angoscia. Perché in cielo è la nostra testa, la nostra mente e tutto quello che nel cielo vediamo o vogliamo vedere ce lo trasferiamo noi continuamente: le costellazioni hanno i nomi che gli hanno dato gli uomini, i miti intorno ad esse li abbiamo creati noi per darci delle spiegazioni appaganti a domande troppo difficili da rispondere con la mente che ha dei limiti. E lì in alto abbiamo posto la minaccia e la salvezza per la nostra vita, dal cielo arriva il fulmine ma è sempre al cielo che ci rivolgiamo speranzosi. A volte, però, dobbiamo guardare bene, se non è fulmine e non è speranza, forse sono...
...gli elementali, entità straordinarie e mostri volanti che spesso si confondono fra le nuvole o si presentano sotto l’aspetto di folate improvvise di vento.
La Folata è un fantasma infestante dell’aria; di solito si percepisce come un refolo improvviso di vento, così freddo da far rabbrividire anche in piena estate. Non provoca danni diretti ma lo shock che causa è sufficiente a segnare una persona per tutta la vita.
Presenze ben più visibili e antichi sono le Arpie che, secondo la mitologia classica, furono generate da Tifone e Echidna o da Taumante e Elettra; avrebbero il volto di vergine e il corpo di uccello. Esseri simili sono stati avvistati in una ristretta zona della Garfagnana, comprendente i comuni di Gallicano e di Vergemoli. Secondo alcuni testimoni sarebbero dei bambini piccolissimi o delle donne minute e dalla faccia scavata, dotate di ali. Se siano le stesse arpie di Esiodo non lo sappiamo, è certo, comunque, che la somiglianza è notevole.(*)
 Vedi inoltre post "Fate e Serpenti".

(*)Estratto da "A volte s'incontrano...Folletti, gnomi e oscure presenze in Toscana e nel mondo" di Luigi Pruneti (cap. “Fate ed altri elementali minori” pag 123 e 127; “Esseri infestanti di dubbia natura” pag 142; “Esseri volanti poco raccomandabili e rettili da incubo”  pag 135). Riprodotto per gentile concessione della casa editrice Le Lettere. Per il profilo e la bibliografia dell'autore:  www.lelettere.it

Hansel e Gretel - La casetta della strega

Illustrazione di Jamsan





Finalmente dopo 3 giorni di cammino e di fame, i due bambini giungono alla casetta di pane e zucchero. Ci arrivano, in una seconda versione redatta dai Grimm, guidati da un uccellino bianco che incontrano nel bosco. Apparentemente una figura positiva, dato il colore bianco; immaginiamo nella fantasia infantile cosa possa rappresentare una creatura bianca che vola, probabilmente, un qualcosa molto simile ad un angelo o una fata. In realtà l’ “angelo” altro non è che un’esca per portare i bambini nella casa della strega. La casetta, nelle prime versioni della fiaba, è di pane, focacce e zucchero, successivamente diventerà di pan di zenzero, alimento, allora, sempre più presente nelle tavole dei popoli germanici.
Ma come si presenta questa strega cannibale? Con una canzoncina:
"Chi mi mangia la casina
zuccherosa e sopraffina?"
I bambini risposero:
"E' il vento che piega ogni stelo,
il bel bambino venuto dal cielo."
Ma d'un tratto la porta della casa si aprì e una vecchia decrepita venne fuori piano piano. 
Arthur Rackam
Nonostante lo spavento dei bambini la “vecchia decrepita” si finge gentile e li accompagna in casa, li fa mangiare: latte, frittelle, mele e noci e poi li mette a letto, felici i due bambini credono di essere in Paradiso, come fossero ancora sulla scia di quella sensazione salvifica che li aveva spinti a seguire l’uccellino bianco/angelo.
Appena i due fratellini cadono in un sonno profondo, i Grimm ci spiegano che “la vecchia era una strega cattiva che attendeva con impazienza l'arrivo dei bambini e, per attirarli, aveva costruito la casetta di pane. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, lo uccideva, lo cucinava e lo mangiava; e per lei quello era un giorno di festa”. La casetta è quindi anch’essa un’esca. C’è da notare nella frase “Quando un bambino cadeva nelle sue mani…” quel quando che ci fa capire che l’azione di catturare bambini era una consuetudine e, presumibilmente, tante altre piccole vittime erano cadute nella sua ferocia.
Altra cosa da notare è che i due bambini si trovano nei loro letti ogni volta che il loro destino si prospetta: nella casa paterna – ma sono svegli - quando i genitori decidono di abbandonarli nel bosco; e adesso, nella casa della strega, mentre viene spiegata la vera identità e le vere intenzioni della strega.
Hansel si risveglierà in una gabbia stretta, chiuso dentro come un pollo da ingrassare.
da Childhood's Favorites and Fairy Stories
Pogetto Gutenberg
Ecco che Hansel diventa un “pollo” quel pollo che in senso metaforico, la madre, lo accusava di essere ogni volta che lo rimproverava dandogli dello sciocco (lo vediamo nelle due scene in cui i bambini vengono condotti nel bosco e Hansel si volta a salutare, prima il gattino e poi il piccione sul tetto).
Gretel verrà svegliata con uno scossone e con questa sentenza: “…tuo fratello è là nella stia e voglio ingrassarlo per poi mangiarmelo; tu devi dargli da mangiare." Gretel deve diventare complice della strega. Tra le lacrime esegue gli ordini della vecchia. Hansel ogni giorno mangia abbondantemente mentre Gretel avrà solo gusci di gambero.
Oltre alla casetta composta di focacce e zucchero, è sicuramente impressa nella mente di molti l’immagine della strega che chiede ad Hansel di farle sentire il dito per verificare che sia ingrassato a sufficienza e lui le porge un ossicino di pollo. Hansel vive nella gabbia insieme ai resti, le ossa, del cibo che gli viene somministrato; quelle ossa sono lì a ricordargli che anche lui, presto, potrebbe diventare ossa.
Dopo un mese, stanca di aspettare, la strega ordina a Gretel di preparare l’acqua sul fuoco, mentre lei comincia ad impastare il pane da mettere nel forno.
Gretel, di nuovo tra le lacrime, pensa a quanto sarebbe stato meglio se fossero stati divorati entrambi dalle bestie feroci del bosco pur di non dover sopportare la morte del fratello.
Illustrazione di Grahame Johnstone
I due bambini, legati da fratellanza, vivono tre momenti in cui, nel primo, è Hansel a prendersi cura della sorellina, incoraggiandola ogni volta che la piccola cade nello sconforto; in un secondo momento sono separati e Gretel, rimasta sola, ossia nel momento in cui Hansel è prigioniero nella gabbia e quindi impotente, matura una sua autonomia, tanto che, sarà lei ad agire contro la strega, e sarà sempre lei, quando incontreranno l’anitra a chiamarla, ma Hansel, di nuovo protettivo con la sorella, la farà salire per prima sul dorso dell’anitra. Il rapporto maschio-femmina ha così raggiunto l’equilibrio necessario perché insieme possano superare le difficoltà del percorso di vita.
Sola, Gretel ha l’astuzia, spinta dall’istinto di sopravvivenza, di ingannare la strega e a gettarla nel forno dove, tra grida e lamenti, morirà miseramente. (in proposito si può leggere il post La strega e la stufa).
Gretel libera Hansel, finalmente possono abbracciarsi, prima di allora si erano spesso tenuti per mano, ma adesso l’unione è più forte, è un ricongiungimento e un riconoscimento del loro essere fratelli e questo non può che essere sancito dall’abbraccio.
Se le vicende dei due fratelli erano state innescate dalla fame e dalla povertà, adesso sul finale i bambini trovano perle e pietre preziose all’interno della casa e, con le tasche piene di pietre preziose e non briciole di pane e pietruzze, riprenderanno la strada di casa.
Altro post: C'è una casetta nel bosco

Illustrazione di Jamsan


A volte s'incontrano...Con Luigi Pruneti nella Toscana del piccolo popolo - Seconda parte: Gli spauracchi dei bambini

Prima parte: Gli Elementali
Terza parte: Fate ed Arpie

 Una via di mezzo fra un rettile, uno spauracchio per bambini, un incubo ed un orco è il Barbantano. Vive nelle province di Firenze e di Lucca e agisce solo a notte fonda. Di solito predilige nascondersi da qualche parte lungo strada e stare in agguato, quando vede un passante solitario gli salta ddosso e lo fa a fette. Se il mal tempo vuota le vie il Barbantano cambia tecnica, si trasforma in un animale e cerca di introdursi in una casa; se ci riesce si sistema sotto un letto e attende che la vittima designata si corichi, poi all’improvviso entra in azione e il risultato è sempre lo stesso: un uomo o una donna in meno e un Barbantano felice e satollo(*).

Illustrazione di Ana Juan
Lo spauracchio sembra legato al buio e al momento in cui il bambino non ne vuole saperne di andare a letto. Minaccia "pedagogica" per accompagnare il bambino dalle braccia della mamma a quelle di Morfeo...
"Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Se lo do alla Befana, se lo tiene una settimana. Se lo do all'uomo nero, se lo tiene un anno intero. Se lo do al gatto mammone me lo mangia in un boccone.  Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo lo terrò."

In questa versione di una popolare ninna nanna, oltre all’omo nero e alla Befana, è citato il gatto mammone:
Il gatto mammone ha l’aspetto di un enorme felino dagli occhi gialli fosforescenti iniettati di sangue; crudele e spietato colpisce soprattutto di notte ghermendo i piccoli che non siano chiusi nella loro cameretta, immobili sotto le coperte con la coscienza apposto. Per altre tradizioni provinciali, il gatto mammone è solo un po’ più grande del normale, se però lo si infastidisce sono guai seri. Le origini di questa figura sono abbastanza complesse, giacché l’idea che il gatto sia una figura magica, dotata di particolari poteri, risale addirittura agli antichi Egizi che lo avevano deificato nella dea Bastet, assunta durante la XXII dinastia fra i numi maggiori. In seguito, nel Medioevo, forse per la sua elusività, lo spirito di adattamento e di libertà, il gatto fu considerato con sospetto ed è appunto a questo periodo che risale l’aggettivo mammone, derivante da Mammona: diavolo. Il Nostro, quindi, sarebbe un gatto diabolico e come tale si comporterebbe insieme ad altri felini usciti dall’inferno, fra i quali i francesi Teocorni, muniti, come di ce la parola, di piccole corna e capaci di ogni efferatezza.(*)
Que viene el Coco, "arriva l’uomo nero", fa parte della serie dei Caprichos (80 acqueforti) iniziati da Goya nel 1797. Rappresenta una madre seduta, avvolta nell’ombra,
 stringe a sé i suoi due bambini che gridano alla  vista di un uomo incappucciato: "el Coco"  il nostro “omo nero”, appunto.  Ma chi è stato ad evocare questa presenza, se non la madre, con le sue continue minacce? Lapidario il commento di Goya
: Triste abuso dell’educazione infantile. Fare in modo che un bambino abbia più paura  dell’uomo nero che di suo padre, ed obbligarlo a temere ciò che non esiste.
E come dimenticare l’Orco? Prende forma anche nella cronaca nera di ogni giorno, spesso associato al pedofilo, cronaca che sembra ripetersi eternamente…
Può darsi che la leggenda noir dell’orco ferino e cannibale, radicata nell’antichità, si sia diffusa e precisata a seguito di episodi di cronaca criminale, poi mitizzati, come, ad esempio, le storie di viandanti spariti nel nulla in locande isolate, che sorgevano in luoghi impervi, lungo le poche strade che attraversavano paludi e folti boschi […] La Toscana, oltre a numerosi orchi, vanta anche un’orchessa, è senese, si chiama Giona e abita a Monte Grossi, vicino a Gaiole in Chianti. L’appartenenza al gentil sesso non ne mitiga la ferocia, anzi è più pericolosa dei colleghi in pantaloni. Ciò è dovuto al fatto che non è assolutamente stupida, anzi è dotata di una mente lucida e per di più è una vera autorità nelle arti magiche. La strategia di caccia di Giona è sempre la stessa, si comporta come le sirene e, pur non essendo una cantante, con la sua voce suadente, giovanile, argentina, seduce giovinetti che, fantasticando qualche ora d’amore con una splendida fanciulla, s’inerpicano verso la sua tana; quando sono vicini, l’orchessa li ipnotizza e quindi li cattura. Dopo di che li cucina e se li pappa con gusto. Non conosciamo le ricette di Giona, ma sappiamo che non usa mai sale. Tale abitudine non è dovuta all’ipertensione, ma all’apprezzamento per il sapore dolciastro della carne umana. Inoltre, così facendo, vuol sottolineare la dabbenaggine delle sue vittime che di sale in zucca ne hanno ben poco, giacché mamma Giona esercita la sua attività da secoli, tutti lo sanno, ma i giovani, quando pensano a una bella e compiacente fanciulla, non capiscono più niente e continuano a cadere nelle pentola come mosche nella tela del ragno.(*)

 Si veda anche il post: La Gatta Maimona e la Grande Madre della Val di Nervia

(*)Estratto da "A volte s'incontrano...Folletti, gnomi e oscure presenze in Toscana e nel mondo" di Luigi Pruneti (cap.  “Esseri volanti poco raccomandabili e rettili da incubo” pag 141; “Gli spauracchi dei bambini” pag 204-205;  “L’Omo selvatico, l’orco e la Befana” pag 170-171). Riprodotto per gentile concessione della casa editrice Le Lettere. Per il profilo e la bibliografia dell'autore:  www.lelettere.it