domenica 17 agosto 2014

Straparola e Le piacevoli notti

Poche sono le notizie sulla vita di Giovan Francesco Straparola. Il suo nome potrebbe essere uno pseudonimo in voga nei circoli letterali dell'epoca, in quanto “straparlare” ha il significato di parlare troppo. Sappiamo che è nato a Caravaggio, probabilmente nel 1480. Le prime notizie documentate si hanno nel 1508, anno in cui, a Venezia viene pubblicata una sua raccolta di poesie d'amore: L'Opera nova de Zoan Francesco Straparola. La data della sua morte è ancora più incerta, sicuramente dopo il 1557, anno in cui viene pubblicata dallo stesso una riedizione dell'opera: Le piacevoli notti, raccolta di fiabe e novelle. Il primo volume fu pubblicato nel 1550, e, secondo la ricostruzione di Giuseppe Rua, nel periodo 1558 -1613, Le piacevoli notti contò ben 23 edizioni: un successo editoriale, confermato anche dalle traduzioni in tedesco e in francese che seguirono in un breve volgere di anni. Nell’opera Le piacevoli notti vi è una spiccata tendenza alla coloritura favolosa degli ambienti e, i personaggi stessi hanno, oltre che i contorni, anche i nomi di eroi delle varie tradizioni romanzesche e questo è il primo indizio di un gusto del colore che distingueva Straparola dai narratori della corrente realistica. E’ considerata la prima opera di carattere letterario che accolse la materia delle fiabe popolari.  Il Primo libro è stato dedicato “Alle piacevoli ed amorose donne” da Orfeo dalla Carta, colui che pubblicò le favole di Giovan Francesco Straparola, invece il Secondo è stato dedicato parimenti  “Alle graziose ed amorevoli donne” da parte dell’autore stesso. Le novelle sono inserite in una cornice rappresentata dagli avvenimenti realmente accaduti durante il periodo della realizzazione dell’opera. La storia nacque dall’esilio di Ottaviano Maria Sforza, costretto a lasciare Milano.
Dal Proemio:
In Melano, antica e principal cittá di Lombardia,
copiosa di leggiadre donne, ornata di superbi palagi e
abbondevole di tutte quelle cose che ad una gloriosa cittá si
convengono, abitava Ottaviano Maria Sforza, eletto vescovo
di Lodi, al quale per debito di ereditá, morto Francesco
Sforza duca di Melano, l’imperio del stato ragionevolmente
apparteneva. Ma per lo ravoglimento de’ malvagi tempi,
per gli acerbi odi, per le sanguinolenti battaglie e per lo
continovo mutamento de’ stati, indi si partí, ed a Lodi con
la figliuola Lucrezia, moglie di Giovan Francesco Gonzaga,
cugino di Federico marchese di Mantova, nascosamente se
n’andò, ivi per alcun tempo dimorando…
Egli, dopo la morte del genero e dopo aver affrontato disavventure a Venezia, decise di rifugiarsi in un maestoso palazzo nella cittadella di Murano.
[…] Laonde
ascese un giorno con la figliuola una navicella, ed a Morano
se n’andò. Ed adocchiatovi un palagio di maravigliosa
bellezza che allora vuoto si trovava, in quello entrò; e
considerato il dilettevole sito, la spaziosa corte, la superba
loggia, l’ameno giardino pieno di ridenti fiori e copioso di
vari frutti ed abbondevole di verdeggianti erbette, quello
sommamente comendò. Ed asceso sopra le marmoree scale,
vidde la magnifica sala, le morbide camere ed un verone
sopra l’acqua, che tutto il luogo signoreggiava. La figliuola,
del vago e piacevole sito invaghita, con dolci ed umane
parole tanto il padre pregò, che egli a compiacimento di lei
il palagio prese a pigione. Di che ella ne sentí grandissima
allegrezza, perciò che mattino e sera se ne andava sopra il
verone mirando li squammosi pesci che nelle chiare e
marittime acque in frotta a piú schiere nuotavano, e
vedendogli guizzare or quinci or quindi sommo diletto
n’apprendeva. E perché ella era abbandonata da quelle
damigelle che prima la corteggiavano, ne scelse dieci altre
non men graziose che belle, le cui virtú e leggiadri gesti
sarebbe lungo raccontare.
I personaggi che accompagnarono padre e figlia sono: dieci fanciulle (Lodovica, Vincenza, Lionora, Alteri, Loretta, Eritrea, Cateruzza, Arianna, Isabella, Fiordiana), due dame di compagnia (Chiara  e Veronica) e tre illustri gentiluomini quali Pietro Bembo e Bernardo Cappello.
Quasi ogni sera la bella Lucrezia si riunisce con la sua piccola “corte” per intrattenersi in danze e conversazioni. Fino a quando arriva il periodo di Carnevale:
La signora, vedendo esserle tal carico
imposto, rivoltasi verso la grata compagnia, disse: — Da
poi che cosí vi piace, che io di contentamento vostro
ditermini l’ordine che si ha a tenere, io per me vorrei che
ogni sera, infino a tanto che durerá il carnesale, si danzasse:
indi che cinque damigelle una canzonetta a suo bel grado
cantassero; e ciascheduna de’ cinque damigelle a cui verrá
la sorte, debba una qualche favola raccontare, ponendole
nel fine uno enimma da essere tra tutti noi
sottilissimamente risolto.
Deciso ad estrazione l’ordine con cui le novelle dovessero essere raccontate...
la vezzosa Lauretta, a cui il primo luogo di
questa notte per sorte toccava, senza aspettare altro
comandamento dalla signora, diede principio alla sua
favola cosí dicendo:

Da questo momento comincia la narrazione delle novelle, per un totale di 74 novelle, che si concludono con altrettanti enigmi, in ottava rima, e che si immaginano narrate nel corso di tredici notti. Rispetto alla tradizione del genere novellistico, Straparola si distingue per la ripresa di una tradizione orale, fiabesca e popolare, ricca e per certi versi innovativa, che conoscerà la massima espansione nel Lo Cuntode li cunti di Giovan Battista Basile (pubblicato nel 1634-1636). Molti sono gli animali umanizzati – tipico delle favole – protagonisti della raccolta. Qui troviamo la prima  versione - al femminile - della fiaba del Gattocon gli stivali (XI 1), che sarà ripresa in tutta Europa, sul finire del Seicento, grazie alla versione francese di Charles Perrault. La protagonista della fiaba Costantino Fortunato – questo il titolo della versione di Straparola - è una gatta fatata; la vicenda è ambientata in Boemia e così viene introdotta dalla narratrice: “Soriana viene a morte, e lascia tre figliuoli: Dusolino, Tesifone e Costantino Fortunato; il quale per virtù d’una gatta acquista un potente regno.” Un secolo più tardi, vide la luce la versione di Giambattista Basile, ambientata a Napoli e così introdotta dall’autore: “Cagliuso, pe’ nustria de na gatta lassatole da lo padre, deventa signore; ma, mostrannosele sgrato, l’è renfacciata la sgratetudene soia”. Trad: “Cagliuso, grazie alla benignità di una gatta lasciatagli dal padre, diventa un signore; ma poi, mostrandosi ingrato, essa glielo rinfaccia”.

venerdì 8 agosto 2014

Le fiabe dei Grimm: variabili e peculiarità, di Cosimo Rodia

Parzialmente tratto da: Le fiabe Grimmiane tra pedagogismo, ricerca demologica, letterarietà di Cosimo Rodia

Sulla crudeltà di alcune fiabe
E veniamo alla riflettuta questione se la lettura di fiabe crudeli e ansiogene, come quelle dei Grimm, sia giusta o contenga controindicazioni. Negli ultimi anni il confronto di visioni differenti hanno tenuto alto il dibattito. Una corrente di pensiero di aperta opposizione ha sostenuto che racconti violenti, dalle ambientazioni lugubri, ricchi di scene di sangue non sono adeguati ad un pubblico infantile, perché accrescono le angosce e le paure, tanto da promuovere ansietà più che rasserenamento intellettuale. Non solo, la fiaba spingerebbe il bambino a credere in un mondo fantastico, quando invece ha bisogno del mondo reale. A questa linea di pensiero, se ne oppone una seconda, che poggia in particolare sul libro di Bruno Bettelheim: Il mondo incantato, pubblicato nel 1976 a New York e l’anno successivo in Italia. Qual è il risultato di questo studio, già richiamato per altri aspetti?
Che le fiabe vanno lette, perché hanno una logica interna simile a quella della mente del bambino, nel senso che entrambi non hanno sfumature: si è felici o infelici; qualcosa può essere bellissima o bruttissima …; e la lettura serve a far crescere emotivamente e psicologicamente il bambino anche quando è posto di fronte a fatti ansiosi e di paura. Di qui la necessità di conservare gli episodi più crudeli. Una posizione che riabilitano fortemente le fiabe grimmiane, in quanto si ribadisce che non solo non ingenerano paura nei giovani lettori, ma li allenano a padroneggiare le situazioni interiori, a raggiungere stati superiori di organizzazione della personalità. Sul tema delle paure si è interessato pure Daniele Giancane, dalle cui riflessioni emerge che tutto ciò che provoca paura non bisogna metterlo all’indice, perché “Madre paura è dentro di noi, a diversi livelli di profondità e di pressione emotiva: saperlo vuol dire già avvicinarci e conoscerla, a dialogare…”. La paura è come la febbre, continua Giancane, che fa diventare grandi; dunque, la paura si può controllarla ma non estirparla, perché appartiene a quel bambino segreto che ci ricorda come non siamo autonomi.
Pollicino, di Gustave Dorè
Tutta la letteratura per l’infanzia è piena di passaggi paurosi, perché la paura è un sentimento antichissimo, proprio dell’uomo (paura per la morte, etc …), dunque reprimerlo significa preparare il terreno alla nevrosi. A questo punto, conclude Giancane, la paura stimola la vita e dona coraggio; ben vengano, dunque, le esperienze ansiogene che fronteggiano Cappuccetto Rosso, i TrePorcellini, Biancaneve

Le fiabe dei Grimm: variabili e peculiarità
Una volta acquisito che le fiabe dei fratelli tedeschi sono forti e truculente, per il cui motivo spesse volte sono state manomesse, edulcorate, rese zuccherose, per alcuni aspetti insipide, sarebbe bene, per conoscerle più a fondo, rilevare: le costanti e le variabili; eventuali analogie dei rispettivi intrecci tra i Grimm e altri autori; scoprire i legami storici che le fiabe popolari hanno con la propria terra. Su quest’ultimo aspetto gli studi del citato Propp, ma anche di Frazer, del nostro Cocchiara, hanno collegato i temi dominanti della fiaba popolare agli antichi rituali sacri, che si svolgevano presso i popoli primitivi. Questi studi hanno rilevato l’analogia tra le fiabe di magia e i riti d’iniziazione, attraverso cui si sanciva il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta.
In questi termini si spiega la presenza costante del bosco, (attraversato da Cappuccetto Rosso, in cui vengono abbandonati Hansel e Gretel …); una presenza puntuale in tutte le fiabe, quale luogo d’incontro, di prove da superare, di attraversamento da cui ripartire o da cui ritornare rinvigoriti, purgati, arricchiti; certamente ‘nuovi’ (perché diversi grazie ad un passaggio fisico e mentale).
Il bosco, dunque, quale luogo isolato, vi succede di tutto, si trova pure l’amore: pensiamo a Raperonzola, confinata dalla maga in una torre nel bosco, senza porte né finestre, “solo, proprio in cima, c’era una finestrella”. Il suo canto così soave attira il figlio del re, innamorandosene; dopo varie peripezie, anche dolorose, con l’immancabile lieto fine, arriva il suggello al sentimento positivo.
Nel bosco, dicevo, avvengono gli incontri; e qui svariati sono i personaggi e fatti fantastici riscontrabili: maghi, gnomi, fate, metamorfosi di fantasmi, di rimpicciolimento, di nullificazione, di morti che resuscitano, di animali e oggetti umanizzati e tante altre trovate che permettono al protagonista di superare le prove. E’ il caso della fiaba I dodici fratelli, scappati per evitare d’essere uccisi dal padre; subiscono un incantesimo e trasformati in dodici corvi, infine sono liberati dalla sorella.
(…) Pur essendo copiosi gli esempi di trasformazioni e di animali che parlano e di altre metamorfosi, mi sembra, che nei Grimm non ci sia mai un eccesso di magismo, perché il meraviglioso è funzionale all’obiettivo che si vuol far emergere, ai valori che si vogliono esaltare e ai vizi che si vogliono condannare.
Cappuccetto Rosso di Lisa Evans
Si condanna, infatti, la pigrizia anche se ne Le tre filatrici la mamma di una sfaticata si vergogna di dire al re quanto la figlia sia bighellona, di contro ne tesse le lodi di grande faticatrice. Adeguatamente aiutata la pigrona sposa il re; qui il messaggio sembra obiettivamente contraddittorio.
Si condanna la bugia e la curiosità fine a se stessa come ne: La figlia di Maria. Si condanna la cupidigia come ne Il pesciolino d’oro, in cui la moglie del pescatore passa ad abitare da un tugurio ad un castello; diventa re, imperatore, Papa, infine, quando chiede di diventare Dio, perde tutti i benefici e torna nel tugurio. Per non parlare dei divieti infranti per le lusinghe; paradigmatica è la fiaba di Cappuccetto Rosso, il cui lupo, secondo l’analisi psicoanalitica, è proprio il seduttore pericoloso.
Nella risoluzione dei problemi, oltre ai maghi, fate, streghe, ci sono, pure, Santi, Madonne salvatrici, finanche Nostro Signore, che non è quel Dio pantocratico che giudica severo dall’alto, come nell’iconografia bizantina, ma è quasi un primus inter pares, un uomo con più qualità.
O in I figli di Eva, uno diverso dall’altro, il Signore scende dal cielo, fa visita agli uomini, sancendo la divisione dei lavori. Non sembra che ci sia una visione di un Dio duro, distaccato, inflessibile, austero; c’è, invece, un Dio rasserenante, pronto a dare ad ognuno un’altra possibilità, tendendo la propria mano; il perdono in extremis in La figlia di Maria  è emblematico, come a dire che alle anime buone, la sofferenza e la purezza d’animo, diventano condizioni per il riscatto, secondo il principio cristiano che chi soffre guadagna il regno dei cieli, come nel caso de La fanciulla senza mani, in cui il padre, per volere del diavolo, taglia le braccia alla figlia; ella comunque diventa regina, ma per i tranelli preparati dal diavolo viene scacciata dal castello e condannata a morte. Allora interviene un Angelo che per volere di Dio non solo le fa ricrescere le mani ma fa ravvedere anche il re che rammaricato si riprende la bella moglie buona e innocente.
Dio stende sempre una mano benigna e provvidenziale; ad ogni modo chi fa un’esperienza mistica di preghiera profonda e di vicinanza all’assoluto, imbocca una strada di non ritorno; ne Il garofano una donna è accusata dal marito di essersi fatta rubare il bambino dalle fiere, dunque è rinchiusa in una torre senza acqua e cibo; ma non muore perché intercede Dio a darle sostentamento. Quando è liberata, perché riconosciuta innocente, la donna ritorna dal marito, ma diventata pia nel lungo periodo di preghiera, muore dopo tre giorni; come a dire: chi conosce Dio, si concede e vi rimane fedele.
Il Diavolo, poi, è l’altra faccia della medaglia; ricorrente come personaggio nei racconti popolari (vedere anche nelle fiabe pugliesi), è presentato con caratteri umani senza nessuna dimensione orrifica; a volte non impersona neanche il male, anzi sembra quasi un giudice giusto come nella fiaba: Il fuligginoso fratello del diavolo; un soldato in congedo ha fame; il diavolo gli offre di mettersi al suo servizio per sette anni, in compenso avrebbe mangiato a sazietà, a condizione che non si fosse lavato.
Trascorsi gli anni del patto, il soldato riceve uno zaino di sterco, che ben presto si trasforma in oro. Quando un oste lo deruba, interviene nuovamente il diavolo che permette al soldato di riavere il suo oro, anche raddoppiato e diventato tanto ricco, sposa la figlia del re.