mercoledì 9 settembre 2015

Hansel e Gretel, un' analisi iniziatica

Per una lettura iniziatica della fiaba è di notevole importanza prendere in esame il paesaggio poiché partecipa in modo attivo alla trasformazione dei protagonisti, anzi, per certi aspetti, è forse il principale artefice di questa evoluzione; raramente statico, il paesaggio accoglie e respinge, incanta e spaventa, svela e nasconde. Al di là delle molteplici varianti apportate dai Fratelli Grimm[1] e dell’ipotesi che la vicenda di Hansel e Gretel possa essere riconducibile ad un fatto di cronaca nera accaduto nel XVII secolo[2], la fiaba Hansel e Gretel presenta molti elementi collegabili a riti iniziatici.
Dividendo in scene l’interazione dei bambini con il paesaggio, noto che la fiaba ha questa possibile sequenza:
SCENA I: Casa (la casa paterna in cui ha inizio la storia) - Bosco (luogo dell’abbandono) - Fuoco (preparato dai genitori);

SCENA II: Bosco (dove i bambini vagano per 3 giorni) – Casa (della strega) – Fuoco (il forno);
SCENA III: Bosco (del ritorno) – Acqua (il fiume da attraversare) - Casa (ritorno all’origine).
Come vedremo in seguito, nel momento in cui, nella scena finale, al fuoco si sostituisce l’acqua, sotto forma di fiume, la rinascita dei due bambini sarà conclusa, la casa originaria si trasforma da casa della fame che invita ad allontanarsi – anche se involontariamente - a casa che accoglie una famiglia ricostituita e rinnovata.
Illustrazione di Natascha Rosenberg,
http://www.natascharosenberg.com
Numerose opere letterarie narrano di viaggi iniziatici in luoghi dal carattere mutevole o misterioso: per mare (dal Libro di Giona alle Avventure di Pinocchio, passando per La Storia Vera di Luciano di Samosata.[3]); nelle viscere della terra (dal mito  di Agharta al Viaggio al centro della terra di Jules Verne); nemmeno la Luna si è sottratta dall’essere meta di questi viaggi, (più fantastici che esoterici, in verità) e proprio nella Storia di Luciano troviamo la prima narrazione di un viaggio lunare. Luoghi infiniti, non per la mancanza di confini, ma per le sorprese che riservano con il continuo variare degli eventi; l’incognito; quell’all’alternarsi di luci e ombre (buona e cattiva sorte) che permettono ai protagonisti – e alla nostra mente - di vagare e viaggiare a lungo. Altro elemento con queste caratteristiche è certamente il bosco, protagonista di gran parte delle fiabe, luogo di nascondigli, di passaggi sotterranei, di abbandoni e crudeltà. Gli abbandoni riguardano più frequentemente i bambini, pratica che ha delle motivazioni socio economico (tra queste le carestie che colpivano le popolazioni) ma spiegabile anche da un punto di vista iniziatico. In questo bosco saranno abbandonati un fratello e una sorella, Hansel e Gretel.
La loro casa si trova proprio ai margini di un gran bosco, sono sufficienti pochi passi “un pezzetto di strada” e potranno addentrarsi nella boscaglia, dove le luci e le ombre della vita sono ancora sconosciute ai due bambini. Hansel si volta a guardare la casa, ma è visibile solo il tetto: il bambino è già lontano, non vede più la base, le fondamenta dell’abitazione e la porta che sembra averlo chiuso fuori per sempre. Il percorso con le sue prove ha inizio e non si può tornare indietro se non continuando ad andare avanti. E’ una casa passiva, in attesa che avvenga qualcosa, è la spettatrice muta delle vicende di Hansel e Gretel; posta alla soglia del bosco, confine tra il mondo dei vivi e l’aldilà, la casa sembra guardare i due bambini andare verso l’ignoto, verso quella che potrebbe davvero essere la notte della morte.
A rischiarare la notte ci sono due luci, una fredda e fissa, quella della Luna e una calda e viva, quella del fuoco acceso dai genitori. La luna, simbolo femminile, e il fuoco, simbolo maschile, sostituiscono la figura materna e paterna che in quel momento si sono allontanate. Non c’è però corrispondenza tra i simboli e i due genitori: la madre agisce ed è dominante, convince il marito ad abbandonare i figli, il padre è, invece, una figura debole e passiva; i loro aspetti maschile e femminile, quindi, non coincidono con il fuoco e la luna ma sembrano invertiti, non c’è equilibrio simbolico, ma si stabilirà alla fine della fiaba quando i due bambini (maschio e femmina) raggiungeranno le loro autonome individualità.
Così, Hansel e Gretel, abbandonati dalle persone fisiche del padre e della madre, rimangono accuditi dalla natura capace di essere madre e padre allo stesso tempo.
E’ in questo bosco, dominato dalle forze contrastanti e complementari della natura, che si svolgono riti magici e, nelle culture più antiche, i riti d’iniziazione: Quando i bambini vengono portati nel bosco da qualcuno questo è sempre il padre o il fratello. La madre non può farlo perché il posto nel quale si svolge il rito è vietato alle donne. [4]
Forse non è un caso che in tutte le versioni della fiaba, il fuoco venga acceso dal padre, ma sarà la madre a parlare, nel momento in cui la fiamma si leva alta verso il cielo, ordinando ai bambini di sdraiarsi e dormire.
[…] Dobbiamo immaginare che non sempre i bambini erano accompagnati fino al luogo sacro; talvolta venivano lasciati soli e dovevano trovare la capanna da sé.[5]
Già, la capanna, il luogo sacro di questo percorso iniziatico attraverso il bosco; se non ci fosse la capanna, non ci sarebbe iniziazione, l’ingresso nella vita adulta. La fiaba ha conservato tracce di quella che veniva definita la “casa degli uomini”, tipica dell’ordinamento tribale e di un’economia basata sulla caccia. Tale istituzione prevedeva che i giovani maschi che avessero raggiunto la maturità sessuale non abitassero più nella casa paterna, ma che si trasferissero in grandi case costruite appositamente per gli uomini, all’interno della foresta, vivendo in comunità fino al passaggio alla vita adulta.
Hansel e Gretel s’imbattono in una casetta di “iniziazione”: una casetta di marzapane con i vetri di zucchero trasparente. Esternamente ricca e invitante, ma dentro un vero antro pericoloso, abitata da una famelica mangiatrice di bambini. Un nuovo inganno di cui sono vittime i due fratellini. La casa paterna era la dimora della fame e della conseguente morte, ma questa casetta ricoperta di cibo è anch’essa  simbolo di morte, rappresenta l’accesso per il regno dei morti. E la strega? La strega è il necessario legame con il mondo dei morti, è colei che dovrà nutrire il defunto per il suo viaggio nell’aldilà, poiché il morto deve essere nutrito: “Quasi universale e ben attestata nelle aree subalterne e in quelle della civiltà antiche è la credenza  che il morto, ridotto ad una condizione umbratile e respinto in un mondo di fantasmi, continui ad essere perseguitato dall’umano bisogno di alimentarsi e sostenersi, quasi ad evitare la finale sparizione nell’indeterminato.”[6] Cibo primario da offrire al defunto è il pane, forse lo stesso pane che la madre consegna ad Hansel e Gretel, prossimi a intraprendere un viaggio verso il regno dei morti.
Illustrazione di Derek Stratton
Appena rifocillati, i due fratellini cadono in un sonno profondo, e, a questo punto i Grimm ci svelano che la vecchia “… era una maligna strega che rapiva i bambini e che aveva costruito quella capanna appunto per attirarveli. Appena essi erano in suo potere, li uccideva, li cucinava e se li mangiava con un gusto da non dirsi.”[7]. Da notare che i due bambini si trovano a letto ogni volta che il loro destino si prospetta: nella casa paterna – ma sono svegli - mentre i genitori stanno decidendo di abbandonarli nel bosco; dormono accanto al fuoco, mentre i genitori si allontanano; e appunto, nella casa della strega, mentre vengono spiegate la sua vera identità e le sue vere intenzioni. Sono sonni necessari, brevi morti apparenti, dalle quali dovranno svegliarsi completamente per giungere al risveglio ultimo e salvifico. Prima di giungere al vero risveglio ci saranno altri risvegli e così, per il momento, Hansel si risveglierà in una gabbia stretta, chiuso dentro come un pollo da ingrassare, impossibilitato ad agire se non con l’astuzia.
Durante la sua prigionia il bambino vive il suo memento mori, la gabbia, infatti, è cosparsa dei resti del cibo che gli viene somministrato, sono resti costituiti da ossa, lì a ricordargli ciò che lui, presto, potrebbe diventare. Ma, ciò che dovrebbe intimorirlo, Hansel lo trasforma in un oggetto salvifico, con un ossicino sostituisce il dito che la strega quotidianamente esamina per accertarsi che il bambino stia ingrassando. Questa esibizione del dito sembra ricollegabile al “sacrificio del dito”, ossia all’amputazione rituale cui era sottoposto l’iniziato: “Il taglio del dito veniva praticato dopo la circoncisione. Webster racconta a tale proposito: <<Dopo la parziale guarigione essi si presentano davanti ad un uomo mascherato che con un colpo di accetta asporta loro il mignolo della mano sinistra…>>”[8]
Anche il forno che dovrà cuocere prima Hansel e poi Gretel, rientra in una lettura iniziatica, pratica che riscontriamo tra gli aborigeni australiani e, più vicino a noi, la troviamo documentata nelle fiabe russe. Tra gli aborigeni australiani era uso, per sancire il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, interrare il giovane fino a lasciare fuori solo la testa; questa cavità è detta, appunto, la “stufa”. Altri due uomini, accovacciati a terra, celebravano il rito della cottura del giovane dentro la stufa. Giunto al termine della “cottura” il bambino era iniziaticamente morto ed era nato l’adulto.
In una fiaba russa di Novgorod, un bambino viene mandato a scuola dal “nonnino-del-bosco”. Qui le nipoti del nonno accendono la stufa, dove il bambino verrà gettato per tre volte perchè solo alla terza volta quando la stufa raggiunge l’incandescenza, il bambino avrà “compreso” e quindi superato la prova.[9]
Ma il forno della nostra fiaba, destinato ai bambini, sarà invece il fuoco che purifica eliminando il male, incarnato nella strega; della strega rimarrà la luce delle perle e delle pietre preziose che Hansel e Gretel troveranno nascoste nella casetta. I due bambini, finalmente possono abbracciarsi, prima di allora si erano spesso tenuti per mano, ma adesso l’unione è più forte, è un ricongiungimento e un riconoscimento del loro essere fratelli e ciò non può che essere sancito dall’abbraccio.
In poche righe si concentra il ritorno alla libertà e alla casa originaria:
… Ma dopo aver camminato per due ore, giunsero ad un largo fiume […]“Non possiamo attraversarlo” disse Hansel, “non vedo l’ombra di un ponte”. "E' non c’è nemmeno una barchetta” disse Gretel “ma guarda là quell’anatra bianca: proverò a chiederle che ci aiuti”. E cantò: “Cara anatrina, cara anatrella, Hansel e Gretel son fermi qua: non c’è barchetta né passerella, vuoi tu portarli presto di là?”[10]
Udite queste parole, l'anatra si avvicina e trasporta prima Gretel e poi Hansel dall'altra parte del fiume. Il fiume è un ostacolo ma, allo stesso tempo, è un mezzo per raggiungere un altro luogo, l’altra sponda; il fuoco “cammina” e brucia, l’acqua “cammina” ma, allo stesso tempo, trasporta. I due bambini hanno conosciuto il fuoco che scalda e il fuoco che distrugge e purifica, ma ora, come accennavo all’inizio, al fuoco si sostituisce l’acqua, e quindi la rinascita.
Il fiume è una prova da compiere o attraversandolo, o risalendo verso la sorgente o discendendo verso il mare. Hansel e Gretel dovranno attraversarlo e l’anatra bianca, sarà il ponte simbolico (“non vedo l’ombra di un ponte” dice Hansel) che li condurrà all’altra sponda del fiume, come due giovani esploratori sbarcheranno nel mondo sconosciuto, dove loro stessi arrivano cambiati, sono maturati e pronti per vivere la loro vita rinata. Quando poseranno il piede sulla nuova terra, il viaggio di trasformazione sarà concluso.
“…la riva da cui parte (il ponte) è, di fatto, questo mondo, cioè lo stato in cui l’essere che lo deve percorrere si trova in quel momento, mentre la riva a cui giunge dopo aver attraversato gli altri stati della manifestazione è il mondo principale; una delle due rive è la regione della morte, in cui tutto è sottoposto al cambiamento, e l’altra è quella dell’immortalità [… ] la parte del ponte già percorsa deve normalmente essere “perduta di vista” e divenire come se non esistesse più, allo stesso modo in cui la scala simbolica è sempre considerata con la base nell’ambito  in cui attualmente si trova l’essere che vi sale, e la sua parte inferiore scompare  per lui a mano a mano che si effettua l’ascesa”[11]
L’acqua del fiume conferma il suo ruolo di simbolo che pulisce, rinnova, porta via il vecchio come in una sorta di acqua battesimale o acqua del diluvio universale che spazza via ciò che era per dar spazio a ciò che sarà. Comune a molte culture è l’idea dell’acqua come confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, così, come abbiamo visto, lo è il bosco. Il passaggio, vuoi del Nilo o del Lete o dell’Acheronte, poteva avvenire a guado o in traghetto o a nuoto, a seconda delle varie culture, ma comunque, simboleggiava l’oblio e chiunque attraversasse quelle acque perdeva ogni ricordo della vita passata. Abbiamo già incontrato, in questa fiaba, la presenza dell’acqua, era nelle lacrime di Gretel, un fiume di lacrime. Lacrime che hanno spinto Hansel a tranquillizzarla, lacrime con cui ha invocato Dio, lacrime che, come un racconto, hanno rigato le sue guance narrandoci le sue paure, la sua fame, la sua angoscia, con queste lacrime ha “lavato via” gli ostacoli e, con occhi più limpidi, e una visone più chiara e consapevole ha proseguito il suo cammino, fino a poter oltrepassare il fiume.
In questo paesaggio che ha accompagnato i due protagonisti nella loro crescita, non poca rilevanza hanno gli abitanti dell’elemento aria: gli uccelli. Sono questi pellegrini dell’aria, infatti, che come delle Parche, determinano le vicende di Hansel e Gretel. 
Sono gli uccellini affamati quanto i due bambini che, mangiando le briciole lasciate cadere da Hansel, cancelleranno la sola via conosciuta che possa ricondurre i due fratellini a casa, costringendoli a vagare nel bosco e cercare nuove vie.
Sarà un uccellino “bianco come la neve” fermo su di un ramo, che con il suo cinguettare incanterà Hansel e Gretel, affascinati lo seguiranno fino alla casetta della strega. E’ un traghettatore, è il Pifferaio magico che, incantatore di bambini grazie alla sua melodia, li porta in un mondo sconosciuto da cui non c’è ritorno. Bianco come la neve può sembrare un angelo tra le nebbie del bosco, ma in realtà, porterà Hansel e Gretel dove li porterebbe il traghettatore Caronte. E’ un traghettatore come lo sarà l’anatra, altro uccello, simbolo, nelle tradizioni della Germania, della madre che accoglie.[12]
Hansel e Gretel è una fiaba che vede l’evoluzione del femminile. Sono simboli del femminile positivo: il bosco; l’acqua; l’anatra, mentre la madre e la strega sono l’aspetto distruttivo e degenerato del femminile, ma sarà il nuovo, rappresentato dalla giovane Gretel, ad emergere: non piange, non implora, non prega, chiama l’anatra con decisione e questa le ubbidisce. Gretel sale per prima e oltrepassa il fiume, cosa che farà in seguito Hansel, così ognuno di loro toccherà la “nuova” terra, la loro nuova vita da soli, sancendo in questo modo la loro evoluzione di due distinti individui e riaffermando l’equilibrio Maschile – Femminile.

Note:
[1] Dalla seconda edizione (1819) fino alla settima (1857) il testo subì molteplici cambiamenti, tra questi: la trasformazione della madre in matrigna; l’uccellino bianco che conduce i due bambini alla casetta di marzapane; l’attraversamento del fiume sul dorso di un’anatra.
[2] Giuseppe Sermonti, Alchimia della fiaba, ed. Lindau
[3] Storia Vera è un’opera in due libri scritta da Luciano di Samosata (Samosata120 circa – Atene, tra il 180 e il 192), con intento parodistico. È uno dei più noti e romanzi fantastici della letteratura greca; vi è narrata l'avventura di un gruppo di persone, che, capitanate dall'autore, decidono di attraversare le Colonne d'Ercole. È ritenuto il primo testo in cui viene descritto un viaggio sulla luna.
[4] Vladimir Propp, Le radici storiche dei racconti di magia, ed. Newton Compton
[5] Vladimir Propp, op. cit.
[6] Alfonso M. Di Nola, La Nera Signora, ed. Newton, p.560
[7] Racconti dei Grimm, ed. Garzanti
[8] Vladimir Propp, op. cit, pag 185
[9] Vladimir Propp, op.cit. pag.221
[10] Racconti dei Grimm, ed. Garzanti
[11] René Guenon, Simboli della Scienza Sacra, pp.332-333
[12] L’uccellino bianco e l’anatra non sono presenti nella versione originale, ma saranno inserite successivamente.

11 commenti:

  1. Un altro post grandioso, davvero interessante questa interpretazione *__*
    Leggendoti, mi riprometto ogni volta di riprendere i Grimm e magari approfondire Propp (ho poche conoscenze funzionali a determinati argomenti studiati secoli fa)!

    Mi permetto di chiederti se conosci una fiaba della tradizione tedesca (forse! XD) che mi raccontava la nonna materna e che non riesco a reperire in alcun modo: da ricerca internet, dovrebbe intitolarsi La maga dei nani :P

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    1. Grazie mille! credo che ormai sia evidente la mia passione per Hansel e Gretel ;) No, non conosco La maga dei nani, ne andrò alla ricerca...anch'io sono anni che cerco una fiaba che mi raccontava mio nonno, raccontava di un cane che aveva rubato il naso ad un vecchio contadino...è buffo come siamo "ricercatori" di qualcosa che, apparentemente, è solo nostro, della nostra storia...vedrai le ritroveremo queste due fiabe :)

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  2. @ Marcella e Glò
    Nessuna delle due fiabe che avete citato mi ricorda qualcosa.
    Nel caso mio, la ricerca su internet ha funzionato al primo colpo. Mi è bastato inserire le parole "gatta" e "scala di cristallo" e il motore di ricerca mi ha subito portato alla Gatta Maimona, la mia preferita tra le fiabe che mi raccontava mia nonna da piccolo e che non ero più stato in grado di ritrovare in nessun libro. Allora ho anche potuto scoprire che quella che io ricordavo come un'altra delle fiabe della nonna era in realtà un'altra parte della stessa fiaba della Gatta Maimona.

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  3. Ciao, anche io adoro Hansel & Gretel, essenziale eppure ricchissima!
    A me è accaduto di ritrovare una fiaba che da piccolo mi piaceva moltissimo rileggendola per caso a mio figlio in una raccolta; prima di ritrovarla l'avevo completamente rimossa dalla coscienza (ma evidentemente non da sotto...). E' la favola della tovaglia magica che si apparecchia da sola.. Mi piacerebbe avere più informazioni su questo racconto; sapete qualcosa?
    Buoni cunti a tutti

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  4. @ Ivano ed Emmeggì
    Vedo che siamo tutti alla ricerca della fiaba perduta (mi sta venendo un'idea per un post!). Mi ricordo della tua Gatta Maimona:) Per la mia fiaba perduta ho provato varie combinazioni su internet, ma....niente :(
    Per quanto riguarda la fiaba con un'ipotetica tovaglia magica, mi viene in mente la fiaba dei Grimm "Il tavolino magico, l'asino d'oro e il randello castigamatti" dove all'ordine di "tavolino apparecchiati!" appare una tavola ricca di cibo. Grazie per i vostri commenti!

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    1. Sarebbe anche una buona occasione per fare rete. Chi vuole presenta nel proprio blog la fiaba più importante della sua infanzia e come e perché è diventata tale. Ora alcuni di noi stanno facendo qualcosa di simile con le canzoni della vita.

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    2. Grazie a te!!! E questa tua idea accennata, ispira sai??? ^_^
      E continuiamo le ricerche, magari qualcuno tra noi avrà fortuna ;)

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  5. @Tutti
    Credo proprio che mi inventerò qualcosa, l'idea mi solletica...vi voglio tutti presenti, mi raccomando ...non so bene per cosa e dove, ma voi promettete che sarete presenti ;) Grazie!

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  6. Sì la fiaba è quella, c è sicuramente anche in Francia e mi pare in Italia - Calvino. Ma domandarsi come facevo io quale sia l originale non ha molto senso immagino...

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    1. Credo che sia un compito arduo, l'origine assoluta forse si è persa nel tempo contaminandosi con le varie culture; in base poi agli studi viene data anche un'interpretazione diversa (psico-analitica, antropologica, simbolica...) di una stessa fiaba e di conseguenza anche l'origine cambia. Forse si ricollegano ai miti?
      Ti invito. comunque, a passare da queste parti il giorno 15 settembre (3° compleanno del blog) ci sarà un sorpresa per i lettori, potrebbe forse interessarti. A presto!

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    2. Volentieri passerò anche se sul la puntualità non posso garantire!

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