Il ripostiglio proibito.

Nel suo trattato Morfologia della Fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia, Vladimir Propp dedica un intero capitolo a “La grande casa” un’istituzione tipica dell’ordinamento tribale e di un’economia basata sulla caccia e con il totemismo come suo rispecchiamento ideologico. Qui i giovani maschi che avessero raggiunta la maturità sessuale si trasferivano vivendo in comunità, venivano a conoscenza dei riti della tribù, delle tradizioni ed iniziati e accompagnati nella vita adulta. (Si può leggere in proposito il post C'è una casetta nel bosco).
Il monaco entra
nella stanza proibita del goblin
All’interno di questo capitolo, Propp analizza il ruolo del ripostiglio proibito che tante volte ritroviamo nelle fiabe. Il ripostiglio è spesso usato nella funzione del divieto e della violazione del divieto, pensiamo a Barbablù che consente alla moglie la libertà di muoversi all’interno del palazzo con l’assoluta esclusione di aprire una piccola stanza (della quale però le consegna la chiave).
Probabilmente, il ripostiglio proibito, era una stanza interna alla casa nella quale venivano conservati oggetti rituali non accessibili ai neofiti, una sorta di sancta sanctorum il cui contenuto era accessibile a pochissimi.
In molte case di iniziazione esisteva una secret room dove il neofita rimaneva per lungo tempo in attesa del suo “passaggio” ad uno stato più elevato; forse le immagini del sole e della luna che sono state rinvenute in alcune di queste secret room, sottolineano proprio il passaggio temporale – dalla notte al dì – che doveva percorrere il neofita. E’ possibile che in queste case sia raffigurato un corvo dentro il quale viene gettato il neofita e dopo un certo punto viene risputato fuori. (Franz Boas).
Il neofita ne uscirà iniziato, sapendo cosa il ripostiglio segreto contiene e cosa lì dentro ha vissuto.
Non in tutte le fiabe è facilmente riconoscibile il ripostiglio come luogo di iniziazione, spesso è trasformato in luogo che nasconde tesori, è il luogo che introduce a sotterranei dove il protagonista s’inoltra inconsapevole, tuttavia, anche in questi casi si può ritrovare una traccia di antichi rituali e molte altre simbologie.
La stanza proibita di Barbablù (si veda anche Naso d'Argento e la stanza proibita, di Calvino) è legata anche al simbolismo della chiave, egli infatti consegnandogli la piccola chiave d’oro, ma vietandole l’uso, le nega l’approvazione di conoscere i più profondi segreti della psiche femminile e se la donna vorrà la conoscenza dovrà disubbidire; è la chiave d’oro della conoscenza, e quindi della vita, che spesso le donne accettano di non usare senza il consenso dell’uomo. 
La fanciulla aprirà la porta e che cosa vedrà? Vedrà la carneficina del corpo e dell’animo delle donne che l’uomo-predatore porta avanti da sempre. Potrebbe essere quello il suo destino? Nella stanza ci sono scheletri, ossa di donne disubbidienti, ovvero assetate di conoscenza; i loro teschi sono posti a forma di piramide, simbolo di ascesa, ossa che sono lì a dirle cosa lei potrebbe diventare. La stanza proibita è la tomba di tante donne e, forse, la sua.
Stanze segrete che, spesso, nascondono degli orrori che rappresentano le paure dell'uomo verso la stessa Natura, come nella leggenda giapponese Il Goblin di Adachigahara.
In questa leggenda un goblin antropofago assume la forma di una vecchia e in questa veste va a caccia di viaggiatori per la pianura di Adachigahara. Un giorno un sacerdote buddista giunge in questa pianura. Dopo lungo camminare, esausto, intravede le tracce di un’abitazione e felice esclama:
“Certamente si tratta di una capanna in cui troverò un asilo per la notte. O Baa San [onorifico per le signore anziane], buona sera! Sono un viaggiatore e ti prego di perdonarmi, ma ho smarrito la strada e non so cosa fare, poiché non ho un posto per riposarmi stanotte. Ti supplico di essere tanto buona da lasciarmi trascorrere la notte sotto il tuo tetto”.
La vecchia risponde in modo amorevole e lo accoglie nella sua capanna. Dopo poco la vecchia esce a cercare legna e questo punto dà il suo ordine: “Resta seduto dove sei e non ti muovere. E qualunque cosa accada non avvicinarti e non guardare nella stanza sul retro. Ricordati bene quello che ti ho detto!”
Rimasto solo, il monaco decide di guardare nella stanza proibita: ciò che vede gli gelerà il sangue nelle vene. La camera era piena di ossa umane e le pareti e il pavimento ricoperti di sangue umano. In un angolo una pila di teschi uno sull’altro arrivava fino al soffitto, in un altro c’era un cumulo di ossa delle braccia, in un altro un mucchio di ossa delle gambe. L’odore ripugnante.
Prima che possa rientrare la vecchia/goblin, il monaco si precipita fuori dalla casa alla massima velocità a cui le sue gambe possono portarlo. 
A questo punto il goblin, accortosi del tradimento, comincerà ad inseguire il monaco per tutta la notte, il suo essere scomparirà all’alba con l'arrivo della luce del sole. Sembra una leggenda legata alle paure della notte, dei demoni che siamo soliti attribuire al buio. Le paure che prendono forma nel buio della notte e che con la luce del sole o della ragione? si dileguano.
La figlia della Madonna (fiaba dei Grimm)
immagine di O.Herrfurth
Infine, un'altra sorta di stanza proibita, assai diversa da quelle degli orrori o dalle stanze segrete dei riti di iniziazione: la fiaba dei Grimm, La figlia della Madonna. La protagonista, al raggiungimento dei 14 anni, viene chiamata dalla Vergine Maria che le dice: 
"Cara bambina, devo fare un lungo viaggio; prendi in consegna le chiavi delle tredici porte del regno dei Cieli: dodici puoi aprirle e contemplare le meraviglie che custodiscono, ma la tredicesima, per cui si deve usare questa piccola chiave, ti è vietata; guardati dall'aprirla, o sarai infelice."
La ragazza promise di essere ubbidiente e, quando la Vergine Maria se ne fu andata, incominciò a visitare le stanze del regno dei cieli: ogni giorno ne visitava una, fino a quando ne ebbe viste dodici. In ogni stanza c'era un apostolo, e all'intorno un grande splendore. Ella gioiva non avendo mai visto in vita sua tanta magnificenza e grandiosità, e gli angioletti, che l'accompagnavano sempre, gioivano con lei.
Così prese la chiave, e dopo averla presa la infilò nella serratura, e dopo averla infilata la girò. La porta si spalancò, ed ella vide la Trinità circonfusa di fuoco e splendore. Sfiorò appena quel fulgore con il dito, ed esso si ricoprì d'oro. Allora fu presa dalla paura, chiuse violentemente la porta e corse via. Ma qualsiasi cosa facesse, la paura non passava e il cuore continuava a battere forte, e non si voleva chetare, e anche l'oro rimase sul dito e non se ne andò, per quanto lo lavasse.
La Madonna, tornata dal viaggio, interrogò la fanciulla che per 3 volte negò di avere aperto la porta; per questa sua disubbidienza fu scacciata dal regno dei cieli e rimandata sulla terra in condizioni miserevoli.
La costante che lega il ruolo/funzione del ripostiglio (come esattamente lo chiama Propp) è in ciascun caso legata all'ordine, alla proibizione: ai protagonisti è severamente vietato di oltrepassare la porta, varcare la soglia; ciò che vedranno li devasterà, non solo per la visione, ma anche per la punizione che deriverà dalla disobbedienza. Tuttavia, il volere vedere senza il permesso, ossia voler vedere prima del tempo è comunque anch'esso legato al rapporto iniziatico tra neofita (che non può e non deve vedere) e l'iniziato; probabilmente è in questo l'origine più profonda del ripostiglio.