domenica 16 giugno 2013

Fate e Serpenti

Il termine “Fata” deriva dal gaelico “faunoe” o “fatuoe” che nella mitologia pagana indicano le compagne dei fauni; tale parola viene fatta risalire anche al termine “fatica” che nel medioevo era sinonimo di “donna selvatica”, ovvero di donna dei boschi, delle acque, e in genere del mondo naturale. David Larkin, (Fate, 1978). Secondo altre fonti invece, il nome fata deriva dall'altro nome latino delle Parche, che è Fatae, ovvero coloro che presiedono al Fato (dal latino Fatum ovvero "destino"). 
Fatum, tuttavia ha anche altre traduzioni:
1. oracolo, predizioni. In Livio troviamo l’espressione fata Sibyllina per indicare gli oracoli della Sibilla. Caratteristica delle fate che, spesso, non dicono esplicitamente il futuro ma danno indicazioni perché questo si avveri.
Illustrazione Le Fate di Perrault
2. fato, destino, fatalità. L’incontro con la fata è un imbattersi “per caso” in una fata che ha diverse sembianze. Nella fiaba di Perrault Le Fate, la fata si presenta come una vecchietta che chiede a due giovani sorellastre di darle un po’ d’acqua: la sorella buona e gentile darà da bere alla vecchietta che in cambio le donerà la capacità di trasformare ogni sua parola in pietre preziose o rose; la seconda sorella arrogante e sgarbata rifiuterà la cortesia e la vecchietta/fata la condannerà a veder uscire dalla sua bocca parole trasformate in rospi o serpi.
3. volontà degli dei. La Fata che troviamo nei boschi, immersa nella natura ha poteri divini;
4. cattiva sorte, calamità. Così è la fata che condannerà la Bella Addormentata a cento anni di sonno.
La fata delle fiabe classiche mantiene le caratteristiche sia della fata legata alla terra e alla selva che le caratteristiche che la vogliono tessitrice del destino, della fortuna degli uomini ma anche dispensatrici di cattiva sorte. In questa accezione negativa la fata è spesso accompagnata dal serpente (che, come appena detto, compare anche ne Le Fate di Perrault).

sabato 8 giugno 2013

Il Gatto con gli Stivali e Mercurio il messaggero

Illustrazione di Walter Crane
Per altre immagini de Il gatto con gli stivali vai alla
Galleria delle Fiabe
La fiaba "Il Gatto con gli stivali" narra la storia di un’ eredità lasciata da un mugnaio ai suoi tre figli: il vecchio mulino al primogenito, al secondo un asino e al più giovane un gatto, dando a ciascuno la possibilità di vivere con questi mezzi. Il più giovane è dispiaciuto per la sua parte di eredità, ma il gatto della fiaba è un animale astuto e, ovviamente, dato che siamo in una fiaba, dotato di parola. Con astuzie ed inganni il gatto capovolgerà la vita del suo nuovo proprietario, fino a fargli sposare la figlia del re. Il gatto è la personificazione del senso di realizzazione, la vittoria. Saputo dell’eredità, così reagisce il figlio più giovane:"I miei fratelli [… ]potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune: ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame." Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso, gli disse con viso serio e tranquillo: "Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato trattato tanto male quanto forse credete". Da questo momento il gatto realizzerà la vita del suo padrone. Sarà l’artefice della sua fortuna senza che il proprietario debba fare niente ma solo ubbidire al gatto.