lunedì 29 dicembre 2014

Il significato astronomico del cappello a punta dei maghi

Per gentile concessione dell’autore Sandro Zicari, pubblico un suo interessante articolo sul mistero dei cappelli dei maghi, dove viene illustrato il perché della loro forma a punta decorata di stelle. 

I maghi sono spesso rappresentati con lunghi cappelli a punta, e, alcune volte, ornati con motivi astronomici. Georges Ivanovič Gurdjieff, nel suo “La Lotta dei Maghi”, descrive la vestizione del mago e, in particolare, il dettaglio del cappello:
Il Cappello d’Oro al
Neues Museum di Berlino
“Il Mago si toglie i suoi vestiti, riceve degli unguenti da uno dei suoi studenti, se lo spalma sul corpo, si rimette i vestiti e sopra i suoi abituali vestiti indossa una toga con lunghi lembi. La toga è tutta bordata con i segni dello Zodiaco; nella parte posteriore è ricamato il simbolo del pentacolo, e sul petto un teschio e ossa incrociate. Sulla testa pone un alto cappello a punta ricamato con stelle di diverse dimensioni.”
Nell’episodio “L’apprendista Stregone” di Paul Dukas, basato sull’omonima ballata del 1797 di Goethe, del film di Walt Disney, “Fantasia”, Topolino, giovane apprendista dello stregone Yen Sid, indossa proprio il cappello descritto nel copione del balletto di Gurdjieff.
Questa volta l’incontro avvenne, ‘per caso’, nel 2012, al Neues Museum di Berlino (il museo famoso nel mondo per il busto di Nefertiti). Al Piano Terra del Museo mi imbattei in una teca contenente il cosiddetto Berliner GoldenHut.
Il Cappello d’oro di Berlino (Berliner Goldhut in tedesco) è un manufatto risalente alla tarda Età del Bronzo (tra il 1000 a.C. e 800 a.C. circa) realizzato in una sottile lamina d’oro. Il Cappello d’oro di Berlino è quello che si è meglio conservato rispetto ai quattro “Cappelli d’Oro” rinvenuti in Europa e risalenti, più o meno, tutti alla stessa epoca. Degli altri tre, due sono stati rinvenuti in Germania e uno in Francia. Tutti e quattro sono stati rinvenuti tra il XIX e XX secolo.
Wilfried Menghin, nel suo trattato “Acta Praehistorica et Archaeologica”, ipotizza che tali oggetti abbiano avuto funzioni calendariali-astronomiche. Lo studioso sostiene che i simboli rappresentano un calendario lunisolare che consentirebbe di ottenere delle date sia nel calendario solare che in quello lunare.
Dal momento che una esatta conoscenza dell’anno era di particolare interesse per la determinazione di eventi religiosi importanti come ad esempio il solstizio d’estate o d’inverno, le conoscenze astronomiche raffigurate sui Cappelli d’Oro erano di alto valore nella società arcaica. Le relazioni scoperte finora permetterebbero il conteggio di unità temporali fino a 57 mesi. Una semplice moltiplicazione di tali valori permetteva anche il calcolo di periodi più lunghi, ad esempio i cicli metonici. Ogni simbolo, o ogni anello di un simbolo, rappresenta un solo giorno. Oltre a questi ornamenti ci sono varie fasce composte da un diverso numero di anelli che rappresentavano i giorni che dovevano essere aggiunti i sottratti al periodo in questione.

Articolo e foto tratti dal blog di Sandro Zicari

mercoledì 24 dicembre 2014

Le renne di Babbo Natale

Utilizzata nei Paesi nordici come animale da trasporto, la renna ha, nella simbologia nordica, il compito di accompagnare i defunti nell’aldilà; in sintonia più con la luce lunare che solare, è legata al mondo notturno, quindi perfetta guida di Babbo Natale. L’iconografia natalizia ce la presenta spesso volante vicino alla luna da cui prende luce e si lascia guidare. Le corna, che si rinnovano periodicamente, sono il simbolo della vita che rinasce e ringiovanisce.


E’ dal 1823 che le renne accompagnano Babbo Natale in giro a consegnare i regali, ce ne parla per la prima volata Clement Clarke Moore che il 23 dicembre del 1823 pubblicò una poesia intitolata La notte prima di Natale sul quotidiano statunitense The Troy Sentinel. 
[…]
La luna sulla neve appena caduta faceva luccicare tutti gli oggetti che illuminava, quando improvvisamente davanti ai miei occhi meravigliati si presentò una slitta in miniatura e otto piccole renne. Scorsi un vecchio, così vivace e veloce, Sapevo che si trattava di San Nicola
Le sue renne erano più rapide delle aquilee lui fischiava, urlava e le chiamò per nome:
"Ora Dasher! Ora Dancer!
Ora, Prancer e Vixen!
Su, Comet! Su, Cupido!
Su, Donner e Blitzen!
Per la parte superiore del portico!
Per la parte superiore del muro!
Ora via! via!
Via tutti! "
Come foglie secche che volano via prima dell’uragano, montarono al cielo così oltre il tetto e mi accorsi che volavano, con la slitta piena di giocattoli e con San Nicola.E poi, in un batter d'occhio, ho sentito sul tetto lo scalpitio di zoccoli. Sentii un tonfo e non appena mi voltai,vidi che San Nicola era sceso giù dal camino con un balzo.
[…]
Da allora le renne di Babbo Natale sono state 8 per lungo tempo, fino a quando, negli anni ‘60 apparve Rudolph la renna dal naso rosso; fu Johnny Marks che, nel 1949 scrisse la canzone natalizia Rudolph the Red-Nosed Reindeer, basandosi sulla storia di Rudolph scritta nel 1939 da Robert L. May e pubblicata sotto forma di libro per essere letta ai bambini durante il periodo di Natale. Secondo la storia, Rudolph, renna giovane da un insolito naso rosso e luminoso, viene scelta da Babbo Natale per illuminare e rendere visibile alle altre renne il sentiero offuscato dalla nebbia.

Ecco una versione italiana di filastrocca per ricordare tutti gli 8 nomi tradizionali:
Non solo fanno la slitta volare
e in ciel galoppano senza cadere
Ogni renna ha il suo compito speciale
per saper dove i doni portare
Cometa chiede a ciascuna stella
Dov’è questa casa o dov’è quella.
Fulmine guarda di qui e di là
Per sapere se la neve verrà.
Donnola segue del vento la scia
Schivando le nubi che sbarran la via.
Freccia controlla il tempo scrupoloso
Ogni secondo che fugge è prezioso.
Ballerina tiene il passo cadenzato
Per far che ogni ritardo sia recuperato.
Saltarello deve scalpitare
Per dare il segnale di ripartire.
Donato è poi la renna postino
Porta le lettere d’ogni bambino.
Cupido, quello dal cuore d’oro
Sorveglia ogni dono come un tesoro.
Quando vedete le renne volare
Babbo Natale sta per arrivare.






domenica 14 dicembre 2014

Cenerentola e il magico nocciolo

Una giovane orfana, prigioniera di una matrigna e perfide sorellastre deve necessariamente avere un alleato e così Perrault pone al fianco di Cenerentola una fata, mentre i Grimm sceglieranno un ramo di nocciolo, piantato da Cenerentola sulla tomba della madre e innaffiato, magicamente, dalle sue lacrime.
“Un giorno, il padre volle recarsi alla fiera e chiese alle due figliastre che cosa dovesse portare loro. "Bei vestiti," disse la prima. "Perle e gemme," disse la seconda. "E tu, Cenerentola," disse egli, "che cosa vuoi?" - "Babbo, il primo rametto che vi urta il cappello sulla via del ritorno," rispose Cenerentola. Così egli comprò bei vestiti, perle e gemme per le due figliastre; e sulla via del ritorno, mentre cavalcava per un verde boschetto, un ramo di nocciolo lo sfiorò e gli fece cadere il cappello. Allora egli colse il rametto e quando giunse a casa diede alle due figliastre quello che avevano chiesto, e a Cenerentola il ramo di nocciolo. Cenerentola lo prese, andò a piantarlo sulla tomba della madre, e pianse tanto che le lacrime l'innaffiarono. Così crebbe e divenne un bell'albero. Cenerentola ci andava tre volte al giorno, piangeva e pregava e ogni volta si posava sulla pianta un uccellino che le dava ciò che aveva desiderato”.
La fata di Perrault nei Grimm è un nocciolo, pianta, comunque sia, legata alle fate e con le quali divide caratteristiche simili.
Sarà Mercuzio in Romeo e Giulietta di Shakespeare che ci descriverà la carrozza della regina Mab, la levatrice delle fate, colei che suscita i sogni: "Il suo cocchio è un guscio di nocciola, lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio verme, da tempo immemorabile carrozzieri delle fate. In questo aggeggio ella galoppa da una notte all'altra attraverso i cervelli degli amanti, e allora essi sognano d'amore". 
Nocciolo e fate, mondo onirico e mondo ultraterreno da dove la madre di Cenerentola segue la figlia, proteggendola con una pioggia d’oro che, degli uccellini, scuotendo i rami del nocciolo fanno cadere e ricoprire Cenerentola. Così la fanciulla ci appare come la mitica Danae, fecondata da Zeus, trasformatosi in una pioggia d’oro.
Danae e Cenerentola sono entrambe delle recluse: la prima è nascosta dal padre in una grotta in modo che nessun uomo potesse raggiungerla e renderla madre; Cenerentola è coperta dalla cenere gettatale addosso, metaforicamente, dalle sorellastre e dalla matrigna.

La fiaba di Cenerentola è affrescata su un fondo grigio-cenere, dipinto e coperto di pennellate d'oro, che delineano la figura della più buona delle fanciulle. La pittura aurea su fondo scuro, come in una delicata icona bizantina, rappresenta l'uscita dalla tenebra, la vittoria splendente del sole sulla caverna, del cielo sugli inferi, dell'oro alchemico sulla materia infame. Cenerentola all'uscita dall'oscurità è coperta di un "abito d'oro e d'argento" (Grimm) o di "vestiti di broccato d'oro e d'argento" (Perrault). Nella favola dei Grimm oro e argento piovono dall'alto, come luce, offerti da un uccellino e calanti da una pianta di nocciolo. Grida Cenerentola:
Piantina, scuotiti, scrollati d'oro e d'argento coprimi.
Come poteva una piantina piovere polvere d'oro, e convertire una palandrana grigia in un principesco abito d'oro? […]Reca il nocciolo fiori femminili in mazzetti di colore rosso vivo. I fiori maschili scendono, alla fine dell'inverno, come ghirlande di minuscole corolle rosse, come penduli grappoli, che i botanici chiamano "amenti" o "gattini". Quando viene la primavera, si verifica un fenomeno meraviglioso. Gli innumerevoli fiorellini schiudono le loro piccole corolle e si liberano nell'aria nuvole di giallo polline che scendono verso il suolo: botanica pioggia d'oro che copre la fanciulla scendendo dalla piantina scossa e scrollata.
[…] la fanciulla diventa "un pezzo d'oro" dalla testa ai piedi, come una statuetta stampata e dorata.
Ma è solo il polline color oro che attribuisce alla pianta di nocciolo tanto magico potere? Non solamente, se guardiamo i frutti del nocciolo vediamo come nel mondo celtico, il frutto che presenta una scorza dura simboleggia, oltre alla fertilità, anche saggezza, infatti i Celti ritenevano che il guscio contenesse racchiusa e protetta la sapienza e la saggezza interiore. E’ come uno scrigno che racchiude saggezza e, così, lo scrigno si apre ed è capace di rivelare tutto ciò che è nascosto; potere che si attribuisce a tutta la pianta, tanto che un rametto di nocciolo viene utilizzato anche come bacchetta magica, oltre al fatto che, spesso, i rabdomanti sono soliti usare un rametto biforcuto fatto proprio con il legno di nocciolo.
I Druidi usavano per ispirarsi, tavolozze divinatorie fatte con legno di Nocciolo, dove erano incisi gli ogam, le lettere magiche. La lettera Coll rappresentava per i Bardi il nove, numero sacro alle Muse e collegato al nocciolo perché si diceva che l'albero fruttificasse dopo nove anni. Dal Nocciolo prendeva anche nome un dio, Mac Coll, "figlio di Coll" che fu uno dei primi tre sovrani d'Irlanda congiunti con la Triplice Dea, colei che dispensava saggezza e ispirazione poetica.
Presso i Germani, il Nocciolo era la pianta consacrata al dio dei tuoni Thor, poiché essi credevano che sotto al Nocciolo si fosse protetti dal fulmine; lo stesso troviamo nella tradizione popolare cristiana secondo la quale non si veniva mai colpiti dal fulmine per grazia della Madonna poichè, sorpresa da un temporale mentre si recava a visitare Elisabetta, trovò riparo sotto un Nocciolo.
Nel Medio Evo un ramo di Nocciolo, reciso da un coltello mai usato, serviva ai maghi per far parlare i morti o per evocare una persona scomparsa. 
Il Nocciolo di Cenerentola conserva un po’ tutte queste caratteristiche che abbiamo visto, poichè prevede e protegge, evoca la madre senza che questa si manifesti, e, in un certo senso, garantisce alla fanciulla la fertilità, la possibilità di trovare il suo principe, dopo essersi tolta di dosso la cenere e rivestita di luce dorata.



domenica 30 novembre 2014

La foresta magica

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

“Mi ritrovai per una selva oscura
“Ché la diritta via era smarrita.
“Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
“Esta selva selvaggia ed aspra e forte
“Che nel pensier rinova la paura…”

Per Dante è il luogo che rappresenta l’opposto della strada “diritta” e conosciuta; Dante la incontra a metà della sua vita, ad un punto cruciale. La selva, la foresta rappresentano spesso, nella letteratura e nella fiaba, questo: il punto cruciale della trama. E’ il luogo che per secoli ha dato alimento e sostentamento agli uomini: cibo sottoforma di cacciagione, erbe, frutti, sorgenti di acqua; legname per costruzione, per riscaldarsi e cucinare. Questa foresta è stata dispensatrice generosa ma anche luogo intricato dove, spesso, chi vi entrava poteva non uscirne più per i pericoli che essa riserva. Chi vi moriva (o vi si perdeva) spesso non veniva più ritrovato e per il villaggio che rimaneva in attesa, la foresta diventava il luogo del disperso, dove lo spirito del defunto vagava alla ricerca della via del ritorno o dell’eterno riposo. Dante riprende la tradizione mitologica e classica che nella foresta oscura colloca l’aldilà o il confine con il regno dei morti. L’uomo, d’altronde, è nato e si è nutrito nell’ambiente della foresta e questa non può non rimane la parte più intima della sua natura e della sua cultura spirituale. Nei tempi antichi le piante venivano considerate manifestazione concreta della divinità e ad esse gli uomini si rivolgevano per chiedere protezione e conforto, facendo in questo modo fiorire attorno ad esse miti, fiabe e leggende. Ad ogni pianta venivano attribuite caratteristiche che rispondevano alla compartecipazione tra natura e divino. Se pensiamo al termine “druido” (l'antico sacerdote celtico) esso è costituito da una radice greca druid, quercia, e un suffisso indoeuropeo, wid, sapere, scienza, e starebbe quindi a significare “coloro che sanno per mezzo della quercia”.
Oltre ai Celti sono molte altre le civiltà in cui la foresta o bosco è luogo sacro: presso i Germani, i Romani, i Greci (dimora delle Muse sul Parnaso oppure la foresta di Dodona in Epiro). Anche in Dante la foresta, oltre che oscura sarà illuminata, sempre nella Divina Commedia, infatti, la foresta sarà descritta come "divina foresta spessa e viva" (Purgatorio - Canto XXVIII vv. 2-21) 
In tempi a noi più vicini (1935) Dino Buzzati ci riporta in questa magia, mai persa nell’uomo, pubblicando Il segreto del Bosco Vecchio, romanzo allegorico, in forma di fiaba infantile. Uno dei principali protagonisti è il vento Matteo:
Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto agli inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limitar del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava. 
La foresta formata da migliaia di alberi, simbolo della linfa vitale dell'universo e della capacità rigenerativa della natura non può che essere simbolo della sacralità della vita e con la capacità rigenerativa anche della morte stessa. A causa dell'intrico della vegetazione e dell'oscurità che la pervade, la foresta è stata però spesso considerata dimora di creature mostruose (forse la personificazione stessa di quegli esseri che in essa si sono persi), creature malefiche e benefiche allo stesso tempo, capaci di punire ma anche di aiutare il “disperso” a ritornare a casa, “disperso” a cui può essere donato un oggetto magico che, spesso, ha in sé la forza magica della foresta e della terra (pensiamo a delle pietre nascoste nella profondità della terra o alle spade forgiate dal ferro e dal fuoco). La luce che nelle fiabe filtra attraverso i rami degli alberi, indica la speranza di un luogo finalmente sicuro, quella luce che spesso indica la casetta nel bosco che accoglierà (nel bene o nel male) il viandante. Spesso questo attraversamento si risolve in modo positivo, con il ritorno a casa e un miglioramento nella propria vita, come per esempio in Hansel e Gretel (solo per citare uno dei più noti). Di aspetto assai diverso dalla casetta è il castello incantato che, s’innalza inaspettato tra i grovigli del bosco, che sorge come oasi misteriosa e, spesso, salvatrice. Il castello incantato conserva la Bella Addormentata, custodisce la sorgente dall’acqua dell’eterna giovinezza, nel castello incantato il tempo si ferma o può essere ritrovato.

giovedì 13 novembre 2014

Corpo senza l'anima (Italo Calvino).

Il leone nero gli s’avventò ma Giuanin era il leone più forte del mondo e lo sbranò. (Nel castello, il Mago “Corpo-senza-l’anima” si sentì girar la testa.) Aperta la pancia del leone, ne saettò fuori un cane nero velocissimo, ma Giuanin diventò il cane più veloce del mondo e lo raggiunse e rotolarono mordendosi finché il cane nero non restò a terra morto. (Nel castello, il Mago si dovette mettere a letto.) Aperta la pancia al cane, ne volò un’aquila nera, ma Giuanin diventò l’aquila più grande del mondo e insieme presero a girare per il cielo lanciandosi beccate e colpi d’artiglio, finché l’aquila nera non chiuse le ali e cadde a terra. (Nel castello, il Mago aveva una febbre da cavallo e stava rannicchiato sotto le coperte.)



François Lemoyne, Saturno con falce e clessidra
part. Apoteosi di Ercole
Questa ultima parte della fiaba Corpo senza l’Anima raccolta ne Le Fiabe di Calvino, mi ha fatto pensare ad un rito magico, un sorta di fattura; non sono molte le fiabe in cui è così chiara la corrispondenza tra un maleficio inflitto ad un essere animato (o un oggetto) che si ripercuote su di un essere vivente. Con la morte del leone nero, del cane nero e dell’aquila nera lo stato di salute del Mago Corpo-senza-l’anima vanno peggiorando fino a confinarlo a letto moribondo. Mi fermo a questo accenno ad una ipotetica analisi “magica” poichè non sono un’esperta in materia (ma si accettano, con piacere, suggerimenti ed interpretazioni) e mi soffermo sull’immagine dei tre animali.
Tutti e tre gli animali sono neri, caratteristica che, forse, deve essere eliminata per il buon esito della fiaba e, per eliminarla, deve essere annientato il suo portatore: l’animale. 
Il nero è il principale nemico del giovane Giuanin; è il colore attribuito a Saturno, ritenuto il pianeta delle prove, e già nelle prime righe della fiaba sappiamo che Giuanin deve superare una prova: crescere forte e robusto per poter abbattere il pino che si trova dietro casa e solo allora, la madre, gli darà il permesso per andare solo in giro per il mondo.
“… Giuanin, figlio di una donna vedova, vuole andare a cercare fortuna per il mondo, ma ha solo 13 anni e la madre lo ammonisce che, solo quando fosse stato in grado di “buttare giù il pino dietro la casa”, sarebbe potuto partire. Dopo quotidiani allenamenti, riesce a superare la prova dell’albero, Giuanin comincia il suo viaggio…”
A questa seguirà una seconda prova da superare: domare un cavallo che ha paura della propria ombra (ecco che compare il nero, sottoforma di ombra).
Saturno è anche la divinità che crea visioni demoniache come sembrano i tre animali, ma da dove escono questi esseri feroci? Forse sono la personificazione delle stesse paure di Giuanin? Governatore della fase della Nigredo, in cui avviene la dissoluzione e la putrefazione della materia per dare origine al rinnovamento, fase che, a livello psicologico, è un processo di ritrovamento dell’auto-coscienza che si ottiene usando e vivendo profondamente le emozioni. Una chiave di lettura psico-pedagogica vede questa fiaba come il momento in cui il bambino deve vincere le paure, le angosce della crescita e, considerando che Giuanin ha, probabilmente, da poco compiuto i 13 anni, età che nel passato sanciva il passaggio all’età adulta, anche questa interpretazione non è da trascurare.

giovedì 16 ottobre 2014

La serpe bianca - Le tre foglie della serpe

Il serpente è una figura che troviamo nei miti e nelle tradizioni di tutto il mondo, figura affascinante che vive nelle viscere della terra, da dove sembra rinascere, dove vive senza difficoltà, riuscendo a vincere i terremoti che vi si formano o forse, addirittura, provocandoli con il suo incedere sinuoso. Come nasce dalla terra, così può rinascere dalla sua stessa pelle che muta e rinnova come una nuova veste. Figura a volte subdola (in alcune tradizioni è il simbolo dell'invidia) ma allo stesso tempo magica. Ma addentriamoci nello specifico della fiabe. Ne La serpe bianca, fiaba dei Fratelli Grimm, mangiare una serpe bianca dona al protagonista, un servo alla corte del re, la facoltà di capire il linguaggio degli animali.
“Un giorno avvenne che il servo, quando il re gli diede il piatto da portare via, non seppe resistere alla tentazione, lo portò nella propria camera, lo aprì e vi trovò dentro una serpe bianca. Vedendola gli venne una tale voglia di mangiarne che non poté‚ trattenersi: ne tagliò un pezzetto e se lo mangiò. Ma appena lo sfiorò con la lingua, udì con chiarezza ciò che si dicevano i passeri e gli altri uccelli davanti alla finestra e comprese così che capiva il linguaggio degli animali.”
Conoscere il linguaggio degli animali e delle piante era una facoltà che si crede avessero Adamo ed Eva che con il peccato (ad opera del serpente) fu loro negata. Salomone, ricevuta da Dio la sapienza, tornò a conoscere il linguaggio degli animali, mantenendo intatto il segreto di tale origine e, non trasmettendone l’insegnamento, se non a pochi eletti. Aulo Gellio, nelle Notti attiche (IX, 12), riferisce che si attribuiva a Democrito la teoria che certi uccelli hanno la propria lingua e che, mescolando il loro sangue, si genera un serpente, mangiando il quale si arriva a comprendere le parole degli alati, (qui è davvero evidente il legame con la fiaba dei Grimm); tra questi testimoni non può mancare Plinio che nella Storia naturale (X, 70), ricorda Melampo, mitico indovino che dava i suoi vaticini tolti dalla lingua degli uccelli. Anche in questo caso furono i serpenti, da lui allevati, che, leccandogli le orecchie, vi infusero la virtù di conoscere il linguaggio degli animali. 
Un ben altro potere è simbolicamente attribuito al serpente: la capacità di guarire e riportare in vita i morti. Si pensi all’antica Grecia dove Asclepio, dio della medicina, delle guarigioni e dei serpenti aveva la capacità di riportare in vita i morti e uno dei suoi attributi era, appunto, il serpente; secondo una leggenda, infatti, un serpente gli avrebbe portato l'erba miracolosa che servì per risuscitare Ippolito, il figlio di Teseo, e dopo la sua morte Asclepio e il serpente furono posti in cielo, raffigurati nelle costellazione di Ofiuco o Serpentario e del Serpente.
Immagine Le tre foglie della serpe

Il serpente capace di rimarginare ferite, impartire guarigioni, fino a riportare in vita un morto lo troviamo nella fiaba (sempre dei Grimm) Le tre foglie della serpe, dove le tre foglie ricordano l'erba miracolosa donata dal serpente ad Asclepio.
Qui, come in molte fiabe, troviamo il tema della principessa che mette alla prova i pretendenti sposi; la figlia del re aveva fatto uno strano voto: chi voleva diventare suo signore e sposo, doveva promettere di non sopravviverle. Nel caso che fosse morta per prima, egli doveva farsi seppellire vivo con lei.
“Chi sposa mia figlia non deve aver paura di scendere vivo nella tomba” ribadiva e rinforzava il concetto il Re. Venne il giorno che si presentò un giovane coraggioso e sposò la principessa.
Vissero per un po' felici e contenti; ma avvenne che la giovane regina si ammalò e nessun medico poté‚ guarirla, cosicché‚ morì.
“Il giorno in cui il cadavere fu deposto nella cripta regale, anch'egli fu condotto giù, e il portone fu chiuso e sprangato. Accanto alla bara c'era un tavolo, e sopra vi era un lume, quattro pani e quattro bottiglie di vino. Terminata questa provvista, egli sarebbe morto di fame. Ora se ne stava là, vicino alla bara, in grande affanno e tristezza, e ogni giorno mangiava soltanto un pezzetto di pane e beveva soltanto un sorso di vino, eppure vedeva la morte avvicinarsi sempre di più. Un giorno successe che egli vide una serpe strisciare fuori da un angolo della cripta e avvicinarsi al cadavere. E, pensando che venisse per morderlo, trasse la spada e disse: -Finché‚ sono vivo, non la toccherai- e tagliò la serpe in tre pezzi. Poco dopo una seconda serpe strisciò fuori dall'angolo, ma quando vide l'altra morta e fatta a pezzi, se ne andò e ritornò quasi subito con tre foglie verdi in bocca. Poi prese i tre pezzi della serpe, li riaccostò, e su ogni ferita mise una foglia. Subito i pezzi si ricongiunsero, la serpe si mosse e riacquistò la vita, e corse via con la compagna. Ma le foglie erano rimaste per terra e l'uomo, che aveva visto tutto, pensò: "Quale forza meravigliosa devono contenere queste foglie! Se hanno risuscitato il serpente, forse potranno giovare anche a un essere umano." Così le raccolse e ne mise una sulla bocca della morta, le altre due sugli occhi. E subito il sangue si mosse nel corpo, salì al pallido volto, che si tinse di rosa. Ella respirò, aprì gli occhi” (La fiaba originale non termina qui e, chi fosse interessato può leggere la versione completa al seguente link)
Tali caratteristiche si ritrovano in un mito cinese: La serpe bianca
C'era una volta una serpe bianca che, divenuta immortale, viveva nei cieli. Un giorno decisse di trasformarsi in una ragazza molto bella e ritornò sulla terra dove incontrò una Serpe Blu, un'immortale di classe minore, diventata anche lei una bella ragazza. La scelse come domestica e andarono a vivere ad Hangzhou; qui incontrarono un giovane, Xi Xuan: la Serpe Bianca si innamorò di lui e i due si sposarono.
Bene presto si trasferirono in una città lungo il fiume Changjiang (Yangtse) dove la serpe Bianca procura al marito una bottega d'erboristeria che, grazie ai poteri magici che lei possiede, fa ottimi affari. Un giorno, però, un abate buddista avverte Xu Xian che, in realtà, sua moglie è un serpente e gli dà un preparato da farle bere che la riporterà alla sua vera identità. Così Xu Xian esegue quanto suggerito dall’abate ma quando vede la moglie nelle sue originarie sembianze, muore di paura. Allora la Serpe Bianca sale in cielo e, dopo molte difficoltà, ritorna sulla terra con un'erba medicinale utile per riportarlo in vita. Lungi dall'esserle grato, Xu Xian le è più ostile che mai: va al monastero buddista sul fiume dove l'abate l'accoglie. La Serpe Bianca cerca di raggruppare un grande esercito di creature che vivono sott'acqua per attaccare il monastero. Nessuno vince la battaglia. L'abate cerca invano di catturare la Serpe Bianca, e lei non riesce a raggiungere il marito. L'abate si rende conto che una delle ragioni per le quali le sue capacità magiche non ottengono il risultato voluto è che lei aspetta un bambino. Allora avvisa Xu Xian di tornare da lei e di vivere insieme sino alla nascita del piccolo. Quando Xu Xian arriva a casa, la Serpe Blu cerca di attaccarlo con la spada, ma la Serpe Bianca la ferma.
Una volta nato il bambino, Xu Xian, con l'aiuto dell'abate, fa in modo che la Serpe Bianca ritorni al suo vecchio stato e che venga sotterrata sotto la Pagoda Leifeng (il Picco del Tuono) sul lato occidentale del lago di Hangzhou. Ma la Serpe Blu riesce a distruggere la Pagoda e libera la Serpe Bianca. Insieme sono adesso in cielo.
In tutte queste fiabe e leggende il serpente è il legame tra le profondità della terra e il cielo, destinato a vivere nel sottosuolo ha, però, le caratteristiche che lo innalzano verso la vita nell’aldilà e a concepire forze divine fino a garantire agli altri e a se stesso l'immortalità.

mercoledì 1 ottobre 2014

Le tre piume. Segui la piuma che cade ai tuoi piedi...

Le tre piume, opera di Enrico Benaglia
sito dell'autore: www.enricobenaglia.it
La fiaba Le tre piume narra di un re che aveva tre figli: due intelligenti e avveduti, mentre il terzo che parlava poco, lo chiamavano il Grullo. Per decidere a quali dei tre figli lasciare il regno, il re li sottopose ad una prova: "Andate, colui che mi porterà il tappeto più sottile diventerà re dopo la mia morte." E perché‚ non litigassero fra di loro, li condusse davanti al castello, soffiando fece volare in aria tre piume e disse: "Dovete seguire il loro volo." Una piuma volò verso oriente, l'altra verso occidente, mentre la terza se ne volò diritto e non arrivò molto lontano, ma cadde a terra ben presto. Così un fratello andò a destra, l'altro se ne andò a sinistra; il Grullo invece fu deriso perché‚ dovette fermarsi là dov'era caduta la terza piuma. Il Grullo si mise a sedere tutto triste. D'un tratto scorse una botola accanto alla piuma. L'aprì e discese una scala venendosi a trovare davanti a un'altra porta. Qui troverà un rospo che lo aiuterà consegnandoli gli oggetti richiesti dal padre. Saranno tre le prove richieste dal padre e alla fine sarà il Grullo ad ottenere il regno, grazie alla complicità del rospo.
Il figlio minore (il Grullo) rimane apparentemente fermo sullo stesso luogo; in realtà il suo viaggio inizia dentro se stesso. La grotta che si apre ai suoi piedi può identificarsi con l’inconscio, lo scendere nella grotta, nell’interno della terra, è il cammino dentro se stessi. I fratelli maggiori invece si allontanano da se stessi e, distraendosi dal loro intimo, non si impegnano nel cercare ciò che viene chiesto loro dal padre: il tappeto più sottile, l’anello più bello del mondo, la donna più bella. Tutto ciò non sarà trovato dai due fratelli maggiori che si limitano a cercare sulla superficie della terra, ossia adotteranno un comportamento “superficiale”, ma sarà il minore, che esplorando in profondità, troverà oggetti preziosi e bellezza.
“L’eroe delle Tre piume, benché considerato stupido, risulta vittorioso perché, mentre i suoi competitori che si affidano all’ “intelligenza” e rimangono fissati alla superficie delle cose si rivelano come quelli che si sono comportati da stupidi. La loro derisione del fratello “sempliciotto”, quello rimasto vicino alla sua base naturale, seguita dalla sua vittoria su di loro, suggerisce che una coscienza che si sia separata dalle sue fonti inconsce ci porta fuori strada” (Bruno Bettelheim, Il mondo incantato).
Lasciar cadere delle piume o lanciare delle frecce in aria e, in base al luogo dove andranno a cadere, decidere la direzione da prendere era un’antica usanza riscontrabile in molti popoli, soprattutto di area germanica. E’ come tirare “a sorte” lasciar decidere la sorte, seguire il destino. Lo stesso tappeto richiesto dal padre è probabilmente legato alla tessitura dei destini umani ad opera delle Parche. In questa chiave di lettura, non è l’astuzia che fa prevalere il minore (per età e facoltà) come spesso accade in molte fiabe, ma sembra piuttosto che il lasciar fare al destino e lo scendere nel proprio inconscio (la grotta) sia la strada per giungere all’evoluzione di se stessi.
E il rospo? Oltre a ricoprire il ruolo che spesso appartiene alla vecchia o alla fata, ossia quello di aiutare il protagonista a superare le prove, il rospo ha altre specifiche caratteristiche. Un tempo si credeva che, mescolando sangue di rospo e vino, si potesse ottenere un veleno mortale; in effetti, se stimolati, i rospi secernono un liquido velenoso che provoca febbre e, anche se raramente, la morte. Ciò dette una fama sinistra e magica a questo animale fino a sfociare nel Medioevo, quando il rospo divenne il beniamino delle streghe, le quali ne usavano la saliva come ingrediente di una particolare miscela capace di rendere invisibile chi ne avesse fatto uso; le zampe del rospo, invece utilizzate nei filtri d’amore, hanno spesso il fine di far innamorare perdutamente chi li berrà. Il rospo sembra quindi essere un animale che ha potere sulla vita o sulla morte: può avvelenare o dare la vita ed è in rapporto col principio dell’amore. Non so se è proprio dall’espressione “principio dell’amore” che è diventato il Principe delle fiabe trasformato in rospo o se è stato “adottato” dalle fiabe come Principe grazie alla sua capacità di metamorfosi insita nella sua stessa natura: da larva diventa girino fino, trasformando completamente il suo corpo, a diventare rospo, passando dalla vita nell’acqua a quella sulla terra e dentro la terra. Il rospo de Le tre piume, consegnerà al Grullo una delle sue figlie che si trasformerà in una bellissima fanciulla.




lunedì 8 settembre 2014

Le Spose-Sirena della Puglia (e non solo)

E questo è il canto della luna piena,
questo è il canto della luna tonda,
Se vuoi vedere la bella Sirena, 
O marinaio buttati nell’onda.

Con questo canto incantatore intonato dalle sirene, il marinaio si butta tra le onde del mare. Tra queste sirene si trova la sua sposa, una donna terrestre che lui aveva gettato nel mare per vendicarsi del suo tradimento, ma la donna, salvata dalle sirene e trasformata in una bella sirena dal nome Schiuma, sarà da queste istruita in tutte le arti magiche ed ammaliatrici. Un giorno anche il marinaio verrà catturato dalle sirene, ma mentre queste vorrebbero trasformare il marinaio in un corallo, in un cristallo o in una conchiglia, Schiuma, riconosciuto il suo sposo, chiede di lasciarlo vivo e potersene occupare personalmente. Ospite nel castello delle sirene, si risveglierà al canto della sua sposa-sirena, riconoscendola:
E questo è il canto della luna piena,
io ti conobbi in vita e fui ingrata, 
ora son diventata una sirena, 
ti salverò e sarò condannata.

Schiuma si prende cura di lui fino al momento in cui lo libererà:
Il marinaio poté far ritorno al suo paese, ma non faceva altro che pensare alla sua sposa sirena ed era infelice. “Io l’ho annegata e la mia sposa m’ha salvato la vita -pensava- voglio navigare finché non la ritrovo! Voglio salvarla o annegare anch’io”.
Così un giorno entrò in un bosco dove una fata gli disse che se le avesse procurato il “fiore più bello” che si trova nel castello delle sirene lo avrebbe aiutato a ricongiungersi alla sua sposa. Era il fiore che un tempo le sirene avevano rubato alle fate. Tornato in mare incontrerà Schiuma e riusciranno a restituire il fiore alle fate che, in cambio, salveranno Schiuma riportandola nel suo aspetto di donna e distruggendo il castello delle sirene.
In questa fiaba La Sposa Sirena, della tradizione pugliese, raccolta da Calvino nelle sue Fiabe, troviamo le caratteristiche delle Sirene: il loro legame con l’aldilà, la voce incantatrice e la femminilità conturbante. La stessa fiaba è riportata da Cosimo Rodia in Fiabe e leggende di Terra d’Otranto (ed. Progedit, 2014) anche se con alcune varianti: il “fiore più bello” è esplicitamente un’orchidea; mentre la fata che chiede di avere il fiore è un’indovina.
Fiabe e leggende di Terra d'Otranto
di Cosimo Rodia. (Progedit, 2014)
Sempre nel libro di Cosimo Rodia troviamo La fanciulla sirena, anche in questo caso, una donna – abile nel canto – viene gettata in mare dalla matrigna e trasformata in Sirena dal dio del mare. Questa, in un castello appositamente costruito per lei, vivrà con altre ragazze-sirene morte precocemente. Alla morte della matrigna tornerà sulla terra nelle sembianze di donna, ma, scoperto che il marinaio che amava, si era disperso in mare nel tentativo di trovarla, decide di trasformarsi di nuovo in sirena e andare a cercare il suo marinaio disperso nei mari. Sembra si stiano ancora cercando: “Ancora oggi nei giorni in cui la terra e il mare sono sferzati dal maestrale, si odono in lontananza delle voci strazianti. C’è chi dice che sia la voce del marinaio che cerca l’amata dal canto flautato. C’è chi giura che sia la voce della ragazza che ancora cerca il suo marinaio innamorato” (op.cit. p.80)
Il suono del maestrale, il canto della Sirena e il lamento del marinaio si fondono in una sorte di canto funebre, come quello invocato dalla protagonista dell’Elena di Euripide che intende intonare un canto di dolore per le perdite e i lutti seguiti alla guerra di Troia, evocando "le vergini figlie della Terra, le Sirene":
Voi, piumate vergini
figlie della Terra, voi
Sirene invoco, ai pianti miei
venite qua, col libico
flauto o con le cetre: siano per i miei
tristi lutti, consone lacrime,
pianti per pianti, per musiche musiche:
ai gemiti consoni complessi
Persefone mi mandi,
voci di morte, e da me con le lacrime
s'abbia un peana nel regno di tenebra omaggio
per i defunti sepolti là. 

Soprattutto nella fiaba La fanciulla sirena è evidente il legame di queste con il mondo dei morti: il castello, infatti, è popolato di giovani donne morte e trasformate in Sirene. E’ nel passaggio attraverso le onde del mare che la vita terrena o biologica viene meno (in entrambe le fiabe) e prende forma in un’entità che appartiene all’acqua ma che ritorna, di tanto in tanto, a innalzare il suo canto verso la terra e gli esseri umani, per portarli in quel mondo sommerso, per attrarli a sé nell’abbraccio di Eros e Thanatos, Amore e Morte.

Il legame tra uomo e sirena è in sé “mortale”, può verificarsi che una delle due parti debba soccombere, così, nella fiaba di Oscar Wilde Il Pescatore e la sua anima, il protagonista dovrà rinunciare alla propria anima per unirsi alla Sirena, ci riuscirà con l’aiuto di una strega che lo invita, probabilmente, ad un sabba con il diavolo:
Decise di andare dalla Strega dai capelli rossi.
«Che cosa ti manca? – gridò lei - Dimmi il tuo desiderio, e te lo darò, e tu mi pagherai un prezzo, bel ragazzo».
«Qualunque sia il tuo prezzo, lo pagherò: voglio allontanare da me la mia anima» disse il giovane Pescatore.
La Strega impallidì: «Bel ragazzo – mormorò - questa è una cosa terribile a farsi».
«Non m'importa niente della mia anima» rispose il giovane Pescatore.
«Se ti dirò come fare» chiese la Strega «in cambio devi danzare con me. Questa notte tu devi venire sulla cima del monte. – sussurrò - È un Giorno Santo, e Lui sarà là».
«Chi?» chiese il Pescatore.
«Non importa. - rispose lei - Quando la luna sarà piena danzeremo insieme sull'erba».
«E mi dirai ciò che voglio?» domandò lui.
«Te lo giuro» rispose.
A mezzanotte danzarono vorticando finché al Pescatore cominciò a girare la testa. Vide che all’ombra di una roccia c’era una figura che prima non c'era.
Senza sapere perché, il Pescatore si fece il segno della croce, e invocò il santo nome. Le streghe stridettero come falchi e volarono via, ma lui riuscì ad afferrare la Strega dai capelli rossi.
«Devi dirmi il segreto e mantenere la promessa!».
«Sia» ella mormorò. E si tolse dalla cinta un coltellino dall'impugnatura di verde pelle di vipera, e glielo diede.
«Quello che gli uomini chiamano ombra del corpo non è l'ombra del corpo, bensì il corpo dell'anima. Fermati sulla riva del mare con le spalle alla luna, e taglia via dai piedi la tua ombra, che è il corpo della tua anima, e di' alla tua anima di lasciarti, e lei lo farà. …Vorrei non avertelo detto» e si aggrappò alle sue ginocchia piangendo.
Lui la spinse lontano da sé e la lasciò nell'erba rigogliosa. Con il coltello nella cintola scese dal monte. Si fermò sulla sabbia con la luna alle spalle.
E la sua Anima lo supplicò di non farlo, ma inutilmente, e alla fine gli disse «Se davvero devi allontanarmi da te, non mandarmi via senza un cuore. Il mondo è crudele, dammi il tuo cuore da portare con me».
«Con cosa potrei amare il mio amore se dessi il mio cuore a te?» esclamò.
«Non potrei amare anch'io?» chiese la sua Anima.
«Vattene, perché non ho bisogno di te» gridò il giovane Pescatore, e prese il coltellino e tagliò via l'ombra dai piedi, e l'ombra si levò in piedi davanti a lui, e lo guardò, ed era esattamente uguale a lui.
L’amore passionale suscitato dalla conturbante sirena porta il pescatore a sancire un patto con il diavolo fino alla morte: entrambi verranno sepolti nella parte sconsacrata del cimitero, dove mai nessuno ha più visto nascere un fiore.

domenica 17 agosto 2014

Straparola e Le piacevoli notti

Poche sono le notizie sulla vita di Giovan Francesco Straparola. Il suo nome potrebbe essere uno pseudonimo in voga nei circoli letterali dell'epoca, in quanto “straparlare” ha il significato di parlare troppo. Sappiamo che è nato a Caravaggio, probabilmente nel 1480. Le prime notizie documentate si hanno nel 1508, anno in cui, a Venezia viene pubblicata una sua raccolta di poesie d'amore: L'Opera nova de Zoan Francesco Straparola. La data della sua morte è ancora più incerta, sicuramente dopo il 1557, anno in cui viene pubblicata dallo stesso una riedizione dell'opera: Le piacevoli notti, raccolta di fiabe e novelle. Il primo volume fu pubblicato nel 1550, e, secondo la ricostruzione di Giuseppe Rua, nel periodo 1558 -1613, Le piacevoli notti contò ben 23 edizioni: un successo editoriale, confermato anche dalle traduzioni in tedesco e in francese che seguirono in un breve volgere di anni. Nell’opera Le piacevoli notti vi è una spiccata tendenza alla coloritura favolosa degli ambienti e, i personaggi stessi hanno, oltre che i contorni, anche i nomi di eroi delle varie tradizioni romanzesche e questo è il primo indizio di un gusto del colore che distingueva Straparola dai narratori della corrente realistica. E’ considerata la prima opera di carattere letterario che accolse la materia delle fiabe popolari.  Il Primo libro è stato dedicato “Alle piacevoli ed amorose donne” da Orfeo dalla Carta, colui che pubblicò le favole di Giovan Francesco Straparola, invece il Secondo è stato dedicato parimenti  “Alle graziose ed amorevoli donne” da parte dell’autore stesso. Le novelle sono inserite in una cornice rappresentata dagli avvenimenti realmente accaduti durante il periodo della realizzazione dell’opera. La storia nacque dall’esilio di Ottaviano Maria Sforza, costretto a lasciare Milano.
Dal Proemio:
In Melano, antica e principal cittá di Lombardia,
copiosa di leggiadre donne, ornata di superbi palagi e
abbondevole di tutte quelle cose che ad una gloriosa cittá si
convengono, abitava Ottaviano Maria Sforza, eletto vescovo
di Lodi, al quale per debito di ereditá, morto Francesco
Sforza duca di Melano, l’imperio del stato ragionevolmente
apparteneva. Ma per lo ravoglimento de’ malvagi tempi,
per gli acerbi odi, per le sanguinolenti battaglie e per lo
continovo mutamento de’ stati, indi si partí, ed a Lodi con
la figliuola Lucrezia, moglie di Giovan Francesco Gonzaga,
cugino di Federico marchese di Mantova, nascosamente se
n’andò, ivi per alcun tempo dimorando…
Egli, dopo la morte del genero e dopo aver affrontato disavventure a Venezia, decise di rifugiarsi in un maestoso palazzo nella cittadella di Murano.
[…] Laonde
ascese un giorno con la figliuola una navicella, ed a Morano
se n’andò. Ed adocchiatovi un palagio di maravigliosa
bellezza che allora vuoto si trovava, in quello entrò; e
considerato il dilettevole sito, la spaziosa corte, la superba
loggia, l’ameno giardino pieno di ridenti fiori e copioso di
vari frutti ed abbondevole di verdeggianti erbette, quello
sommamente comendò. Ed asceso sopra le marmoree scale,
vidde la magnifica sala, le morbide camere ed un verone
sopra l’acqua, che tutto il luogo signoreggiava. La figliuola,
del vago e piacevole sito invaghita, con dolci ed umane
parole tanto il padre pregò, che egli a compiacimento di lei
il palagio prese a pigione. Di che ella ne sentí grandissima
allegrezza, perciò che mattino e sera se ne andava sopra il
verone mirando li squammosi pesci che nelle chiare e
marittime acque in frotta a piú schiere nuotavano, e
vedendogli guizzare or quinci or quindi sommo diletto
n’apprendeva. E perché ella era abbandonata da quelle
damigelle che prima la corteggiavano, ne scelse dieci altre
non men graziose che belle, le cui virtú e leggiadri gesti
sarebbe lungo raccontare.
I personaggi che accompagnarono padre e figlia sono: dieci fanciulle (Lodovica, Vincenza, Lionora, Alteri, Loretta, Eritrea, Cateruzza, Arianna, Isabella, Fiordiana), due dame di compagnia (Chiara  e Veronica) e tre illustri gentiluomini quali Pietro Bembo e Bernardo Cappello.
Quasi ogni sera la bella Lucrezia si riunisce con la sua piccola “corte” per intrattenersi in danze e conversazioni. Fino a quando arriva il periodo di Carnevale:
La signora, vedendo esserle tal carico
imposto, rivoltasi verso la grata compagnia, disse: — Da
poi che cosí vi piace, che io di contentamento vostro
ditermini l’ordine che si ha a tenere, io per me vorrei che
ogni sera, infino a tanto che durerá il carnesale, si danzasse:
indi che cinque damigelle una canzonetta a suo bel grado
cantassero; e ciascheduna de’ cinque damigelle a cui verrá
la sorte, debba una qualche favola raccontare, ponendole
nel fine uno enimma da essere tra tutti noi
sottilissimamente risolto.
Deciso ad estrazione l’ordine con cui le novelle dovessero essere raccontate...
la vezzosa Lauretta, a cui il primo luogo di
questa notte per sorte toccava, senza aspettare altro
comandamento dalla signora, diede principio alla sua
favola cosí dicendo:

Da questo momento comincia la narrazione delle novelle, per un totale di 74 novelle, che si concludono con altrettanti enigmi, in ottava rima, e che si immaginano narrate nel corso di tredici notti. Rispetto alla tradizione del genere novellistico, Straparola si distingue per la ripresa di una tradizione orale, fiabesca e popolare, ricca e per certi versi innovativa, che conoscerà la massima espansione nel Lo Cuntode li cunti di Giovan Battista Basile (pubblicato nel 1634-1636). Molti sono gli animali umanizzati – tipico delle favole – protagonisti della raccolta. Qui troviamo la prima  versione - al femminile - della fiaba del Gattocon gli stivali (XI 1), che sarà ripresa in tutta Europa, sul finire del Seicento, grazie alla versione francese di Charles Perrault. La protagonista della fiaba Costantino Fortunato – questo il titolo della versione di Straparola - è una gatta fatata; la vicenda è ambientata in Boemia e così viene introdotta dalla narratrice: “Soriana viene a morte, e lascia tre figliuoli: Dusolino, Tesifone e Costantino Fortunato; il quale per virtù d’una gatta acquista un potente regno.” Un secolo più tardi, vide la luce la versione di Giambattista Basile, ambientata a Napoli e così introdotta dall’autore: “Cagliuso, pe’ nustria de na gatta lassatole da lo padre, deventa signore; ma, mostrannosele sgrato, l’è renfacciata la sgratetudene soia”. Trad: “Cagliuso, grazie alla benignità di una gatta lasciatagli dal padre, diventa un signore; ma poi, mostrandosi ingrato, essa glielo rinfaccia”.

venerdì 8 agosto 2014

Le fiabe dei Grimm: variabili e peculiarità, di Cosimo Rodia

Parzialmente tratto da: Le fiabe Grimmiane tra pedagogismo, ricerca demologica, letterarietà di Cosimo Rodia

Sulla crudeltà di alcune fiabe
E veniamo alla riflettuta questione se la lettura di fiabe crudeli e ansiogene, come quelle dei Grimm, sia giusta o contenga controindicazioni. Negli ultimi anni il confronto di visioni differenti hanno tenuto alto il dibattito. Una corrente di pensiero di aperta opposizione ha sostenuto che racconti violenti, dalle ambientazioni lugubri, ricchi di scene di sangue non sono adeguati ad un pubblico infantile, perché accrescono le angosce e le paure, tanto da promuovere ansietà più che rasserenamento intellettuale. Non solo, la fiaba spingerebbe il bambino a credere in un mondo fantastico, quando invece ha bisogno del mondo reale. A questa linea di pensiero, se ne oppone una seconda, che poggia in particolare sul libro di Bruno Bettelheim: Il mondo incantato, pubblicato nel 1976 a New York e l’anno successivo in Italia. Qual è il risultato di questo studio, già richiamato per altri aspetti?
Che le fiabe vanno lette, perché hanno una logica interna simile a quella della mente del bambino, nel senso che entrambi non hanno sfumature: si è felici o infelici; qualcosa può essere bellissima o bruttissima …; e la lettura serve a far crescere emotivamente e psicologicamente il bambino anche quando è posto di fronte a fatti ansiosi e di paura. Di qui la necessità di conservare gli episodi più crudeli. Una posizione che riabilitano fortemente le fiabe grimmiane, in quanto si ribadisce che non solo non ingenerano paura nei giovani lettori, ma li allenano a padroneggiare le situazioni interiori, a raggiungere stati superiori di organizzazione della personalità. Sul tema delle paure si è interessato pure Daniele Giancane, dalle cui riflessioni emerge che tutto ciò che provoca paura non bisogna metterlo all’indice, perché “Madre paura è dentro di noi, a diversi livelli di profondità e di pressione emotiva: saperlo vuol dire già avvicinarci e conoscerla, a dialogare…”. La paura è come la febbre, continua Giancane, che fa diventare grandi; dunque, la paura si può controllarla ma non estirparla, perché appartiene a quel bambino segreto che ci ricorda come non siamo autonomi.
Pollicino, di Gustave Dorè
Tutta la letteratura per l’infanzia è piena di passaggi paurosi, perché la paura è un sentimento antichissimo, proprio dell’uomo (paura per la morte, etc …), dunque reprimerlo significa preparare il terreno alla nevrosi. A questo punto, conclude Giancane, la paura stimola la vita e dona coraggio; ben vengano, dunque, le esperienze ansiogene che fronteggiano Cappuccetto Rosso, i TrePorcellini, Biancaneve

Le fiabe dei Grimm: variabili e peculiarità
Una volta acquisito che le fiabe dei fratelli tedeschi sono forti e truculente, per il cui motivo spesse volte sono state manomesse, edulcorate, rese zuccherose, per alcuni aspetti insipide, sarebbe bene, per conoscerle più a fondo, rilevare: le costanti e le variabili; eventuali analogie dei rispettivi intrecci tra i Grimm e altri autori; scoprire i legami storici che le fiabe popolari hanno con la propria terra. Su quest’ultimo aspetto gli studi del citato Propp, ma anche di Frazer, del nostro Cocchiara, hanno collegato i temi dominanti della fiaba popolare agli antichi rituali sacri, che si svolgevano presso i popoli primitivi. Questi studi hanno rilevato l’analogia tra le fiabe di magia e i riti d’iniziazione, attraverso cui si sanciva il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta.
In questi termini si spiega la presenza costante del bosco, (attraversato da Cappuccetto Rosso, in cui vengono abbandonati Hansel e Gretel …); una presenza puntuale in tutte le fiabe, quale luogo d’incontro, di prove da superare, di attraversamento da cui ripartire o da cui ritornare rinvigoriti, purgati, arricchiti; certamente ‘nuovi’ (perché diversi grazie ad un passaggio fisico e mentale).
Il bosco, dunque, quale luogo isolato, vi succede di tutto, si trova pure l’amore: pensiamo a Raperonzola, confinata dalla maga in una torre nel bosco, senza porte né finestre, “solo, proprio in cima, c’era una finestrella”. Il suo canto così soave attira il figlio del re, innamorandosene; dopo varie peripezie, anche dolorose, con l’immancabile lieto fine, arriva il suggello al sentimento positivo.
Nel bosco, dicevo, avvengono gli incontri; e qui svariati sono i personaggi e fatti fantastici riscontrabili: maghi, gnomi, fate, metamorfosi di fantasmi, di rimpicciolimento, di nullificazione, di morti che resuscitano, di animali e oggetti umanizzati e tante altre trovate che permettono al protagonista di superare le prove. E’ il caso della fiaba I dodici fratelli, scappati per evitare d’essere uccisi dal padre; subiscono un incantesimo e trasformati in dodici corvi, infine sono liberati dalla sorella.
(…) Pur essendo copiosi gli esempi di trasformazioni e di animali che parlano e di altre metamorfosi, mi sembra, che nei Grimm non ci sia mai un eccesso di magismo, perché il meraviglioso è funzionale all’obiettivo che si vuol far emergere, ai valori che si vogliono esaltare e ai vizi che si vogliono condannare.
Cappuccetto Rosso di Lisa Evans
Si condanna, infatti, la pigrizia anche se ne Le tre filatrici la mamma di una sfaticata si vergogna di dire al re quanto la figlia sia bighellona, di contro ne tesse le lodi di grande faticatrice. Adeguatamente aiutata la pigrona sposa il re; qui il messaggio sembra obiettivamente contraddittorio.
Si condanna la bugia e la curiosità fine a se stessa come ne: La figlia di Maria. Si condanna la cupidigia come ne Il pesciolino d’oro, in cui la moglie del pescatore passa ad abitare da un tugurio ad un castello; diventa re, imperatore, Papa, infine, quando chiede di diventare Dio, perde tutti i benefici e torna nel tugurio. Per non parlare dei divieti infranti per le lusinghe; paradigmatica è la fiaba di Cappuccetto Rosso, il cui lupo, secondo l’analisi psicoanalitica, è proprio il seduttore pericoloso.
Nella risoluzione dei problemi, oltre ai maghi, fate, streghe, ci sono, pure, Santi, Madonne salvatrici, finanche Nostro Signore, che non è quel Dio pantocratico che giudica severo dall’alto, come nell’iconografia bizantina, ma è quasi un primus inter pares, un uomo con più qualità.
O in I figli di Eva, uno diverso dall’altro, il Signore scende dal cielo, fa visita agli uomini, sancendo la divisione dei lavori. Non sembra che ci sia una visione di un Dio duro, distaccato, inflessibile, austero; c’è, invece, un Dio rasserenante, pronto a dare ad ognuno un’altra possibilità, tendendo la propria mano; il perdono in extremis in La figlia di Maria  è emblematico, come a dire che alle anime buone, la sofferenza e la purezza d’animo, diventano condizioni per il riscatto, secondo il principio cristiano che chi soffre guadagna il regno dei cieli, come nel caso de La fanciulla senza mani, in cui il padre, per volere del diavolo, taglia le braccia alla figlia; ella comunque diventa regina, ma per i tranelli preparati dal diavolo viene scacciata dal castello e condannata a morte. Allora interviene un Angelo che per volere di Dio non solo le fa ricrescere le mani ma fa ravvedere anche il re che rammaricato si riprende la bella moglie buona e innocente.
Dio stende sempre una mano benigna e provvidenziale; ad ogni modo chi fa un’esperienza mistica di preghiera profonda e di vicinanza all’assoluto, imbocca una strada di non ritorno; ne Il garofano una donna è accusata dal marito di essersi fatta rubare il bambino dalle fiere, dunque è rinchiusa in una torre senza acqua e cibo; ma non muore perché intercede Dio a darle sostentamento. Quando è liberata, perché riconosciuta innocente, la donna ritorna dal marito, ma diventata pia nel lungo periodo di preghiera, muore dopo tre giorni; come a dire: chi conosce Dio, si concede e vi rimane fedele.
Il Diavolo, poi, è l’altra faccia della medaglia; ricorrente come personaggio nei racconti popolari (vedere anche nelle fiabe pugliesi), è presentato con caratteri umani senza nessuna dimensione orrifica; a volte non impersona neanche il male, anzi sembra quasi un giudice giusto come nella fiaba: Il fuligginoso fratello del diavolo; un soldato in congedo ha fame; il diavolo gli offre di mettersi al suo servizio per sette anni, in compenso avrebbe mangiato a sazietà, a condizione che non si fosse lavato.
Trascorsi gli anni del patto, il soldato riceve uno zaino di sterco, che ben presto si trasforma in oro. Quando un oste lo deruba, interviene nuovamente il diavolo che permette al soldato di riavere il suo oro, anche raddoppiato e diventato tanto ricco, sposa la figlia del re.

mercoledì 23 luglio 2014

Grimm, Andersen e Yeats: I cigni selvatici (e le oche!)

In una lettera datata 1812 Jacob Grimm così scrive all'amico Achim von Arnim: "Sono fermamente convinto che tutte le fiabe della nostra raccolta, con tutte le loro particolarità, venivano narrate già millenni fa [...] in questo senso tutte le fiabe si sono codificate come sono da lunghissimo tempo, mentre si spostano di qua e di là in infinite variazioni [...] tali variazioni sono come i molteplici dialetti di una lingua e come quelli non devono subire forzature". 
Sono tantissime le fiabe che riportano elementi simili, a volte non proprio esplicite, altre volte con trame che mutano solo per piccoli dettagli, tra queste c’è la fiaba I sei cigni selvatici dei Grimm, che ha diverse varianti: quella, appunto, dei Grimm, di Andersen (I cigni selvatici – che sono undici - ) e di William Yeats (Le dodici oche selvatiche); queste non sono le uniche versioni esistenti, ma sicuramente le più conosciute, nello stesso filone potrebbe rientrare, per esempio, la fiaba i I sette corvi dei Grimm. 
Il tema principale di queste fiabe sembra essere la sorella che sente il dovere intimo di riscattare i fratelli. Attraverso le sue vicende lei riporterà i fratelli (trasformati in cigni o oche selvatiche) nel loro aspetto di uomini che l’accoglieranno come sorella. 
In tutte e tre le fiabe la sorella è condannata a tessere delle camicie per quanti sono i fratelli (6, 11 o 12) e ciò lo dovrà fare in silenzio, senza né piangere né ridere, senza mai rivolgere parola ad alcuno: la sua vita, i suoi sentimenti sono come cristallizzati. La ragazza tesse, come una giovane Parca, tesse il suo destino e quello dei fratelli. 
Nella versione dei Grimm, un Re viene ricattato da una strega e costretto a sposarne la figlia che, da vera matrigna, rinchiuderà i figli del Re (6 maschi ed una femmina) in un castello solitario in mezzo al bosco. La matrigna, saputo che il Re aveva scoperto il nascondiglio, tesserà 7 camicie e, gettandole addosso ai figli (i maschi in quanto la femmina non le era corsa incontro a salutarla) li trasforma in cigni. Qui vediamo come la bambina già sa che deve evitare la figura matrigna, la sua antagonista, lo sa da sempre come sa che presto verrà in un suo aiuto una vecchia fata.
Illustrazione di Anton Lomaev
Elisa, protagonista della fiaba I  cigni selvatici di Andersen, in
viaggio con i fratelli
La fanciulla ritroverà i fratelli in una casetta nel bosco; tutte e tre le versioni raccontano l’entrata nella casetta che ricorda molto da vicino la fiaba di Biancaneve e i 7 nani; in Yeats, tuttavia, il legame con Biancaneve è esplicito fin dall’inizio:
“…Un giorno d'inverno, la regina vide, guardando alla finestra, che nella distesa di neve del prato davanti al castello vi era una macchia di sangue e lì accanto un corvo ferito e disse che avrebbe voluto avere una figlia, dalla pelle candida, i capelli corvini e le guance vermiglie. Per lei avrebbe lasciato tutti i suoi dodici figli! Ma una fata la sentì e la punì per il suo desiderio avventato, realizzandolo. Infatti, allorché la regina partorì questa meravigliosa bambina, i suoi figli si trasformarono in oche selvatiche e volarono via. La piccola che fu chiamata Biancaneve-Rosarossa crescendo incominciò a far domande sui suoi fratelli.”
Le protagoniste delle tre fiabe saranno accusate di stregoneria e condannate al rogo: nei Grimm e in Yeats per aver divorato i figli, mentre in Andersen, dove in tutta la fiaba traspare la sua fede cristiana, la ragazza viene scoperta in un cimitero a raccogliere le ortiche per tessere le 11 camicie. 
Il lancio delle camicie contro i fratelli è un atto simbolico di trasformazione e rinascita, non solo per i fratelli: le sorelle, infatti, ritorneranno a parlare e a piangere, a urlare la loro innocenza come in una sorta di parto o, se vogliamo, di ritorno alla vita dei sentimenti, un riemergere delle emozioni che erano state bloccate; vedono realizzata l’opera del loro “tessere”, sono le artefici mute, silenziose ed isolate, di questa grande trasformazione. 
Andersen a questo punto “riabilita” agli occhi di quello che nella fiaba chiama “popolo” la figura della fanciulla cha da strega diventa per tutti una santa (pensiamo che nemmeno La piccola fiammiferaia o la protagonista di Scarpette rosse ricevono comprensione dal popolo) e così, anche il rogo, si trasforma grazie alla sensibilità dello scrittore danese: 
E il popolo, che aveva visto l'accaduto, si inchinò davanti a lei come davanti a una santa, ma lei cadde svenuta tra le braccia dei fratelli, dopo tutta quella tensione, quell'angoscia, quel dolore.
"Sì, è innocente!" disse il fratello maggiore e raccontò tutto quel che era successo. Mentre lui parlava si sparse nell'aria un profumo come di migliaia di rose: ogni piccolo legno del rogo aveva messo radici e fioriva; ora era un cespuglio alto e profumato, di rose rosse, e in cima c'era un fiore bianco e luminoso come una stella, il re lo colse e lo mise sul seno di Elisa e lei subito si risvegliò col cuore pieno di pace e di felicità.




sabato 21 giugno 2014

Hansel e Gretel - Il ritorno a casa





Illustrazione di Offterdinge
Vedi i post precedenti:

In poche righe si concentra il ritorno alla libertà e alla casa di Hansel e Gretel:
Tutta la casetta era piena di perle e di pietre preziose: essi se ne riempirono le tasche e se ne andarono in cerca della via che li riconducesse a casa. Ma giunsero a un gran fiume che non erano in grado di attraversare:
“Non possiamo attraversarlo” disse Hansel, “non vedo l’ombra di un ponte”
"E' non c’è nemmeno una barchetta” disse Gretel “ma guarda là quell’anatra bianca: proverò a chiederle che ci aiuti”. E cantò:
“Cara anatrina, cara anatrrella,
Hansel e Gretel son fermi qua:
non c’è barchetta né passerella,
vupi tu portarli presto di la?”

Udite queste parole, l'anatrina si avvicinò nuotando e trasportò prima Gretel e poi Hänsel dall'altra parte del fiume. Dopo breve tempo ritrovarono la loro casa: il padre si rallegrò di cuore quando li rivide, poiché‚ non aveva più avuto un giorno di felicità da quando i suoi bambini non c'erano più. La madre invece era morta. Ora i bambini portarono ricchezze a sufficienza perché‚ non avessero più bisogno di procurarsi il necessario per vivere.
Adesso i bambini sono ricchi e liberi, si preparano, come tanti personaggi delle fiabe, a tornare a casa trasformati e portando un cambiamento, un’innovazione nel loro luogo di origine: la ricchezza. Il suo opposto, la sua mancanza, ovvero la povertà era stato il motivo del loro forzato allontanamento. 
I bambini giungono ad un fiume. Il fiume è un ostacolo ma, allo stesso tempo, è un mezzo per raggiungere un altro luogo, l’altra sponda. Secondo Bettelheim il passaggio dell’acqua rappresenta il passaggio ad un livello superiore per l’esistenza dei bambini; egli identifica questo passaggio con il battesimo che sancisce un nuovo inizio. Abbiamo già incontrato, in questa fiaba, la presenza dell’acqua, era nelle lacrime di Gretel, un fiume di lacrime. Lacrime che hanno spinto Hansel a tranquillizzarla, lacrime con cui ha invocato Dio, lacrime di terrore; lacrime che, come un racconto scorrono sulle sue guance a raccontarci le sue paure, la sua fame, la sua angoscia, con queste lacrime ha “lavato via” gli ostacoli e, con occhi più limpidi, ha proseguito il suo cammino, fino a dover oltrepassare il fiume.
Anche il questo caso la fiaba vede protagonista il femminile: l’acqua rappresenta il femminile, l’anitra è femminile e sarà Gretel (femmina) a chiamarla, cantando. Gretel adesso è dominante rispetto ad Hansel, non piange, non implora, non prega ma chiama l’anitra con decisione e questa le ubbidisce. Gretel sale per prima e oltrepassa il fiume, cosa che farà in seguito Hansel, così ognuno di loro toccherà la “nuova” terra, la loro nuova vita da soli, sancendo in questo modo la loro evoluzione di due distinti individui.
L’anitra bianca, sarà il ponte simbolico (“non vedo l’ombra di un ponte” dice Hansel) che condurrà i bambini all’altra sponda del fiume, come due giovani esploratori sbarcheranno nel mondo sconosciuto, dove loro stessi arrivano cambiati, sono maturati e pronti per vivere la loro vita rinata. Quando poseranno il piede sulla nuova terra, il viaggio di trasformazione sarà concluso.
Secondo Diann Rusch-Feja (The Portrayal of the Maturation Process of Girl Figures in Selected Tales of the Brothers Grimm, 1995) l’anitra rappresenta un surrogato della madre tipico delle tradizioni della Germania che vedono nell’oca e nel cigno la rappresentazione della madre, per di più l’anitra fu aggiunta dai Grimm che del folklore della loro terra erano grandi studiosi.
In questa nuova vita la madre è morta e sarà il padre ad accogliere i due figli. E’ morta, chissà, forse di fame e stenti, quella fame che temeva e per cui ha voluto l’allontanamento dei figli; è morta proprio adesso che la fame è un incubo lontano poiché Hansel e Gretel ritornano alla casa del padre, portando ricchezza. Il padre viene così assolto dai Grimm, nonostante sia stato complice della madre.
Alcuni critici hanno ipotizzato che la morte della strega e della madre-matrigna siano avvenute nello stesso momento, anche se sembrerebbe una forzatura, voluta da chi ritiene che la strega sia l’altra faccia della madre.
Illustrazione di Jamsan


Consiglio il post "Sul dorso di un'oca" del blog La Fata Centenaria