domenica 27 dicembre 2015

Incantesimo. Morte e Resurrezione, di Pietro Archiati

Nelle fiabe non è permesso inventare, perché se si inventa non è una fiaba,
è un prodotto della fantasia.
Le fiabe non sono prodotti della fantasia,
sono esperienze spirituali.
(Pietro Archiati)

L’incantesimo
Rudolf Steiner afferma che il motivo fondamentale delle fiabe e dei racconti nel quarto periodo di cultura è il quesito, la domanda, mentre nel nostro periodo di cultura è il mito dell’incantesimo, perché l’incantesimo è il comprimersi di un essere spirituale sempre di più dentro un involucro corporeo. Il fenomeno dell’incantesimo è proprio l’esperienza che fa un essere spirituale dovendosi comprimere nell’inabitazione di un corpo fisico.
Per l’essere umano il fenomeno fondamentale dell’incantesimo, l’ho già detto, è la nascita, è l’incarnazione, ma anche ogni volta che ci svegliamo compiamo un processo globale di incantesimo
perché entriamo di nuovo in questo castello incantato. Il primo grande significato del castello incantato è la forma fisica: lì avviene l’incantesimo, lì si è imprigionati, e questo processo di imprigionamento avviene ogni volta che ci svegliamo, ogni volta che nasciamo (soprattutto ogni volta che nasciamo), ma anche ogni volta che magari da uno stato un po’ più sognante, più distratto o svagato, ci riprendiamo e cominciamo a pensare in modo più energico.
Cosa avviene quando cominciamo a pensare in modo più energico? Ci distacchiamo un po’ dal sangue e ci congiungiamo con i nervi. La liberazione dall’incantesimo in che cosa consiste?
Nell’anelito immane di resurrezione che è nell’essere umano: non soltanto l’anelito a scappar fuori dal corpo fisico lasciando il castello incantato per conto suo, ma l’anelito a redimere tutto, affinché il castello stesso si disincanti. È quindi un’immagine di resurrezione, nel senso che l’essere umano non solo si libera dalla materia, ma libera la materia stessa, la trasforma, la trasfigura, la spiritualizza. C’è un grande processo di incarnazione, di materializzazione sempre più forte dell’essere umano – l’incantesimo –, c’è il chiudersi nel castello incantato per diventare liberi, e poi c’è un anticipare tutto il cammino successivo dell’evoluzione, la liberazione dall’incantesimo, la resurrezione.
Edward Burne-Jones, La principessa addormentata


sabato 28 novembre 2015

Jack e la pianta di fagioli o Jack e il fagiolo magico

Jack e la pianta di fagioli (Jack and the Beanstalk) è un racconto popolare inglese, diffuso in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ne esistono numerose varianti, ed è nota con diversi titoli; in italiano "Jack" è spesso tradotto con "Giacomino". Il racconto è conosciuto anche con il titolo Jack e il fagiolo magico. L'autore originale è ignoto. La prima pubblicazione apparve nel libro The History of Jack and the Bean-Stalk (1807), stampato da Benjamin Tabart (nato nel 1767). In seguito, la fiaba fu resa popolare soprattutto dalla raccolta di favole English Folk & Fairy Tales di Joseph Jacobs.
Jack viene mandato dalla madre vedova a vendere una mucca. Il ragazzo vende l'animale a un vecchio, incontrato lungo la strada, in cambio di 5 fagioli magici. Quando rientra a casa, la madre, su tutte le furie per ciò che ha fatto il figlio, getta i fagioli dalla finestra, per poi punire Jack mandandolo a letto senza cena.
Il mattino seguente, è spuntata un'enorme pianta di fagioli. Jack si arrampica su per la pianta e trova il castello di un orco. All'arrivo del gigante che si annuncia con un: "Ucci, ucci sento odor di cristianucci", il ragazzo si nasconde, con la complicità della moglie dell’orco.
Jack osserva la moglie del gigante preparare una lauta cena per il marito e vede questo contare tanti sacchetti di monete d'oro. Quando il gigante si addormenta, Jack prende un sacchetto.
Il giorno dopo, si arrampica di nuovo sulla pianta e stavolta ruba una gallina dalle uova d'oro che possiede il gigante. Infine, la terza volta, Jack si appropria dell'arpa del gigante, ma lo strumento chiede aiuto e il gigante si lancia all'inseguimento giù per la pianta. Il ragazzo abbatte il tronco e il gigante muore. Sposerà una bella principessa e lui e la madre vivranno a lungo felici e contenti.
Illustrazione di Pavel Tatarnikov
In questa versione i fagioli ricevuti da Jack sono 5 (in altre versioni si racconta di un sacchetto con un numero non precisato di fagioli). Il 5 è considerato il numero dell’elemento vivente, unione del tre (maschile) con il due (femminile); è stato constatato che il 5 sia il numero ordinale dominante nella natura, spesso è il numero di petali di un fiore, tanto che alcuni psicologi hanno definito “rivoluzionaria” la fioritura in primavera, con i suoi innumerevoli fiori con 5 petali. Sembra che però non esista nella formazione dei cristalli (non viventi). E’ così che dai cinque fagioli nascerà la fortuna di Jack.

giovedì 29 ottobre 2015

Il patto con il diavolo di Jack o' Lantern e la Leggenda di Halloween

immagine di Rado Javor
Il patto con il diavolo è il metodo con cui il diavolo tenta di accaparrarsi l’anima dell’uomo e, spesso, è lo stesso uomo che invoca il Diavolo, offrendogli la sua anima in cambio di favori. Sono spesso favori legati alla ricchezza o alla realizzazione di un amore, o meglio, il riuscire a circuire una giovane donna. 
A volte la differenza tra uomo e Diavolo è sottile, come per esempio nella leggenda, legata alla festa di Halloween, del personaggio Jack o’ Lantern: Jack è un fabbro e come tale forgia il ferro incandescente, vive nel fuoco, è probabilmente scuro, annerito dal fuoco e dal fumo ha, quindi, delle caratteristiche che lo accomunano al Diavolo e al mondo degli Inferi. E’, inoltre, un ubriacone, quindi conosce il vizio. E proprio per soddisfare questo suo vizio stipula il primo patto con il Diavolo: un’ultima bevuta e poi concederà al Diavolo la sua anima, tanto poco vale ormai la sua anima. 
Ma vediamo la leggenda di Jack o' Lantern, legata ad Halloween.
Un fabbro ubriacone di nome Jack ebbe la sventura di incontrare il Diavolo in un pub, alcuni dicono nella notte di Halloween. Jack aveva bevuto troppo e stava per cadere nelle mani del Diavolo, quando riuscì ad imbrogliarlo offrendogli la sua anima in cambio di un’ultima bevuta. Il Diavolo si trasformò in una moneta da sei pence per pagare l’oste e Jack riuscì velocemente a mettersi la moneta nel borsello. Poiché Jack teneva lì anche una croce d’argento, il Diavolo non poteva tornare alla sua forma originaria, impossibilitato dalla potenza della croce. Jack lasciò andare via il Diavolo solo a patto che questi gli promettesse di non reclamare la sua anima per i successivi 10 anni. Il diavolo accettò. Dieci anni dopo Jack lo incontrò di nuovo mentre camminava lungo una strada di campagna. Ma anche questa volta con l’inganno e l’aiuto di una croce incisa sul tronco di un albero di mele Jack riuscirà a sfuggire al Diavolo.

Quando infine Jack morì, non fu ammesso in cielo, a causa della sua vita da ubriacone e truffatore. Così si recò all’entrata dell’ inferno, ma il Diavolo lo rimandò indietro perché aveva promesso di non prendere l’ anima di Jack. “Ma dove posso andare?”, chiese Jack. “Torna da dove sei venuto!”, gli rispose il diavolo.

Ma la strada del ritorno era buia e ventosa.
Jack implorò il Diavolo di dargli almeno una luce per trovare la giusta via e il Diavolo gli gettò un carbone ardente che proveniva dalle fiamme dell’inferno. Per non farlo spegnere dal vento, Jack lo mise in una rapa che stava mangiando. Da allora Jack fu condannato a vagare nell’oscurità con la sua lanterna, fino al giorno del Giudizio.
Sul finale l’immagine di Jack si avvicina alla figura dell’angelo caduto Lucifero (portatore di luce da lux, luce e ferre, portare) e con la sua torcia alimentata dalla luce dell’Inferno, donata dal diavolo, egli vaga alla ricerca della via del ritorno. E’ una via buia e ventosa, difficile da percorrere: sia il buio che il vento non agevolano un andamento lineare, simbolo della retta via interiore; la luce fuori dal tunnel sarà per Jack quella del Giudizio universale.
Dobbiamo, a questo punto, tener presente la distinzione tra Satana e Lucifero. Mentre Satana è una potenza più antica che cerca di degradare l'uomo trascinandolo nella materialità e inducendolo a riconoscersi soltanto nella natura e negli aspetti più bassi della creazione, Lucifero è il “Diavolo” in senso etimologico “colui che divide” il quale mette alla prova “sancisce un patto” per risvegliare l'uomo e il suo libero arbitrio. Lucifero sembrerebbe essere la Tentazione che agisce nell'interiorità dell'uomo per destarvi passioni malsane, fino alla vittoria finale del Bene o del Male.

L'Angelo ferito di Hugo Simberg

domenica 4 ottobre 2015

Il Garofano (Grimm). I desideri nelle fiabe

Dianthus, fiore di Dio, è il nome greco del garofano e, in effetti, sia nella tradizione cristiana che mitologica troviamo un legame tra il garofano e la divinità. Nella tradizione cristiana si narra che ai piedi della croce, nei punti dove le lacrime della Madonna erano cadute, nacquero dei garofani bianchi. Lo stesso nome “chiodino” con cui veniva indicato il garofano, per i semi e i frutti che ricordano appunto dei piccoli chiodi, allude alla passione di Cristo sulla croce.
Nella mitologia greca troviamo il garofano legato al mito di Diana della quale si era innamorato un giovane pastore, ma avendo essa fatto voto della verginità, non cedette alle richieste del giovane il quale morì dalla disperazione; fu così che dalle lacrime che aveva versato nacquero tanti garofani bianchi.
Albrecht Dürer
Maria con il Garofano, (1516)
 
Nella tradizione nordica, invece, zona in cui è stata raccolta dai Grimm la fiaba Il Garofano, tale fiore è simbolo di matrimonio e promessa d’amore. La fiaba è, inoltre, caratterizzata dalla presenza di tanti desideri espressi e tutti puntualmente realizzati; così l’incipit:
Una regina non poteva mettere al mondo figli per volere di Nostro Signore. Ogni mattina si recava in giardino a pregare che Iddio le facesse dono di un figlio o di una figlia. Ed ecco, un angelo venne dal cielo e disse: -Rallegrati, avrai un figlio i cui desideri saranno realizzati: qualunque cosa al mondo egli voglia, l'avrà-. 
Nascerà un figlio il quale, nato da un forte desiderio, avrà il dono lui stesso di esaudire tutti desideri, egli potrà avere ciò che desidererà; per questo suo dono verrà rapito da un pastore che, crescendolo come fosse suo figlio, potrà, attraverso di lui, realizzare la propria fortuna.
Quando il figlio divenne adulto, temendo che desiderasse diventare come il proprio padre e scoprisse così l’inganno, il pastore decise di far uccidere il figlio da una giovane donna. Scoperto il volere di colui che aveva creduto essere il suo vero padre, il figlio desiderò trasformare il padre in un cane barbone e così fece.
-Vecchio ribaldo, perché‚ volevi uccidermi? Adesso pronuncerò la tua condanna: ti trasformerai in un cane barbone con una catena d'oro intorno al collo e mangerai carboni ardenti così che le fiamme ti divampino dalla gola-.
Come ebbe pronunciato queste parole, il vecchio si trasformò in un cane barbone con una catena d'oro intorno al collo, e i cuochi dovettero portargli dei carboni ardenti che egli divorò, sicché‚ le fiamme gli uscivano dalle fauci. […]
Infine disse alla fanciulla: -Voglio tornare in patria; se vieni con me penserò io a mantenerti-. -Ah- rispose ella -è così lontano! e poi che farei in un paese sconosciuto?- Così, poiché‚ non consentiva ad accompagnarlo, e tuttavia non volevano lasciarsi, egli desiderò che la fanciulla diventasse un bel garofano, e lo portò con se. Partì, e il cane barbone dovette seguirlo.

mercoledì 9 settembre 2015

Hansel e Gretel, un' analisi iniziatica

Per una lettura iniziatica della fiaba è di notevole importanza prendere in esame il paesaggio poiché partecipa in modo attivo alla trasformazione dei protagonisti, anzi, per certi aspetti, è forse il principale artefice di questa evoluzione; raramente statico, il paesaggio accoglie e respinge, incanta e spaventa, svela e nasconde. Al di là delle molteplici varianti apportate dai Fratelli Grimm[1] e dell’ipotesi che la vicenda di Hansel e Gretel possa essere riconducibile ad un fatto di cronaca nera accaduto nel XVII secolo[2], la fiaba Hansel e Gretel presenta molti elementi collegabili a riti iniziatici.
Dividendo in scene l’interazione dei bambini con il paesaggio, noto che la fiaba ha questa possibile sequenza:
SCENA I: Casa (la casa paterna in cui ha inizio la storia) - Bosco (luogo dell’abbandono) - Fuoco (preparato dai genitori);

SCENA II: Bosco (dove i bambini vagano per 3 giorni) – Casa (della strega) – Fuoco (il forno);
SCENA III: Bosco (del ritorno) – Acqua (il fiume da attraversare) - Casa (ritorno all’origine).
Come vedremo in seguito, nel momento in cui, nella scena finale, al fuoco si sostituisce l’acqua, sotto forma di fiume, la rinascita dei due bambini sarà conclusa, la casa originaria si trasforma da casa della fame che invita ad allontanarsi – anche se involontariamente - a casa che accoglie una famiglia ricostituita e rinnovata.
Illustrazione di Natascha Rosenberg,
http://www.natascharosenberg.com
Numerose opere letterarie narrano di viaggi iniziatici in luoghi dal carattere mutevole o misterioso: per mare (dal Libro di Giona alle Avventure di Pinocchio, passando per La Storia Vera di Luciano di Samosata.[3]); nelle viscere della terra (dal mito  di Agharta al Viaggio al centro della terra di Jules Verne); nemmeno la Luna si è sottratta dall’essere meta di questi viaggi, (più fantastici che esoterici, in verità) e proprio nella Storia di Luciano troviamo la prima narrazione di un viaggio lunare. Luoghi infiniti, non per la mancanza di confini, ma per le sorprese che riservano con il continuo variare degli eventi; l’incognito; quell’all’alternarsi di luci e ombre (buona e cattiva sorte) che permettono ai protagonisti – e alla nostra mente - di vagare e viaggiare a lungo. Altro elemento con queste caratteristiche è certamente il bosco, protagonista di gran parte delle fiabe, luogo di nascondigli, di passaggi sotterranei, di abbandoni e crudeltà. Gli abbandoni riguardano più frequentemente i bambini, pratica che ha delle motivazioni socio economico (tra queste le carestie che colpivano le popolazioni) ma spiegabile anche da un punto di vista iniziatico. In questo bosco saranno abbandonati un fratello e una sorella, Hansel e Gretel.

martedì 4 agosto 2015

140 anni dalla morte di H.C.Andersen (4 agosto 1875 - 4 agosto 2015)


Sapeva che quella era l'ultima sera in cui avrebbe visto colui per il quale aveva abbandonato il suo popolo, la sua casa, la sua voce straordinaria, ed aveva sofferto quotidianamente un tormento senza fine - e lui non ne aveva idea. Questa era l'ultima notte nella quale avrebbe respirato la sua stessa aria, o ammirato il mare profondo o il cielo stellato. Una notte eterna senza sogni l'attendeva, perchè lei non aveva un'anima e non poteva guadagnarne una. 
 (da La Sirenetta, di H.C. Andersen trad. L.W. Kingsland) Fonte: Le Fiabe

Illustrazione di Anne Grahame - FOTO http://fineartamerica.com/art/paintings/fairy/all
La vita di per sé è la favola più fantastica, 
parola di H.C. Andersen

lunedì 3 agosto 2015

L'erba dei leoni (Calvino) Contaminazioni tra Grimm e le fiabe russe ...

Peppino, figlio di un ricco mercante, decide di sposare, all’insaputa dei propri genitori che ostacolerebbero il matrimonio, la figlia di un povero maestro d’ascia, Mariaorsola. Scoperto l’inganno, i genitori lo mandano in viaggio come mercante per circa un anno; al suo ritorno Mariaorsola è gravemente malata e, in breve tempo, morirà. Mentre l’uomo, accanto alla tomba della moglie, si appresta a celebrare il commiato, appaiono, improvvisamente, due leoni che cominciano a combattere tra di loro; uno avrà la peggio e morirà ma il leone vincitore raccoglie un po’ di erba e, strofinandola sui denti del leone morto, lo farà tornare in vita. Così farà il giovane mercante e, strofinati i denti della moglie con l’erba, questa ritornerà a vivere.
Fonte: www.wallpaperart.altervista.org
Tornati alla loro casa, dopo poco tempo, poiché Mariaorsola aveva fatto voto di recarsi a San Gavino (Chiesa di Porto Torres) s’incamminarono; ben presto, con una scusa, Mariaorsola chiese al marito di tornare a casa mentre lei lo avrebbe atteso sul posto. Il marito la pregò di non avvicinarsi al mare perché c’era la barca del Re di Moscovia, ma la donna disubbidì e salì sulla nave del re di Moscovia divenendo sua amante. Peppino, raggiunse la nave ma la donna rinnegò il marito e lo fece impiccare; tuttavia quest’ultimo chiese al boia di strofinare sui suoi denti l’erba magica; così fu fatto e Peppino tornò di nuovo in vita.
Saputo che la consorte del Re delle Sette Corone era morta si recò dal Re e con le stesse erbe, resuscitò la regina. Riconoscente, alla sua morte il Re passò il titolo di re delle sette corone a Peppino; alla sua incoronazione erano presenti i 7 re, tra cui il Re di Moscovia con la consorte Mariaorsola; appena incoronato re dei re chiese che Mariaorsola venisse immediatamente uccisa e così fu fatto.

martedì 14 luglio 2015

Fiabe allo Specchio (Analisi e confronto tra Grimm, Perrault e Carter) di Jessica A.

Tratto dal libro Fiabe allo Specchio (Analisi e confronto tra Grimm, Perrault e Carter) e pubblicato per gentile concessione dell’autrice Jessica A. (Qui la sua pagina Facebook "Il lato oscuro delle fiabe")

Su Amazon potete leggere un
estratto
Nella sua antologia di racconti La camera di sangue, Angela Carter presenta due riscritture della fiaba La bella e La Bestia, di cui la prima (La corte di Mr. Lyon) è sicuramente la più conforme alla versione originale di Madame Marie Leprince de Beaumont. Quest’ultima inizia la narrazione con il tipico c’era una volta e ci viene detto che "[Il mercante] aveva sei figliuoli, tre maschi e tre femmine", di cui la minore, era talmente gentile e bella da chiamarsi proprio così: Bella; ciò provocava ovviamente l’invidia delle due sorelle.
La fanciulla della Carter, invece, ci viene mostrata indaffarata nelle faccende domestiche e preoccupata per il papà che "[…] aveva detto che sarebbe tornato prima di sera", ma così non è, e le cattive condizioni meteorologiche non fanno che aumentare la sua ansia. La modalità narrativa si alterna spesso, passando dalla terza persona, alle modalità del discorso indiretto libero: dialoghi e narrazione si sovrappongono, creando un discorso coinvolgente. La seconda immagine narrativa, come un cambio di scena, ci mostra la vecchia macchina del padre di Bella, bloccato tra la neve e ancora molto lontano da casa. Scopriamo che le sue condizioni economiche sono pessime: "Era rovinato. […] E non aveva trovato neppure abbastanza denaro per comprare a Bella, la sua bambina […] la rosa bianca che desiderava; il solo dono richiesto […]".
Anche nella versione francese la ragazza chiede solo una rosa, mentre le due sorelle, avide e smaniose, domandano vestiti e cappellini alla moda. In entrambe le versioni, il padre si ritrova solo e in cerca di aiuto, tra la neve che, nella versione di De Beaumont, "fioccava da far paura, e soffiava un vento così strapazzone, che lo gettò per due volte giù da cavallo". 
L’uomo è costretto ad abbandonare l’ormai inutile vettura e s’incammina per un viottolo; ben presto scorge una villa stile Palladio: "[…] era evidentemente la dimora di un uomo straordinariamente agiato", ad accoglierlo vi erano vasi di cristallo colmi di fiori (tanto che per un attimo sembrò che l’inverno fosse terminato nel momento stesso in cui la porta si era chiusa alle sue spalle) e uno spogliatoio completamente vuoto: nessun indumento al suo interno e nessuna presenza a fargli gli onori di casa. Giusto il tempo di tornare nell’atrio, però, che ecco un saluto ad attenderlo: "[…] uno spaniel bianco e color zafferano", con al collo un filo di diamanti: ciò dimostrava senz’altro la ricchezza dell’invisibile padrone di casa. Ben presto l’uomo ha modo di mangiare e bere, scortato dalla cagnetta e, come se non bastasse, viene a sapere dal meccanico che le spese per la sua vecchia vettura sono a carico del gentile padrone della villa, poiché era costume così. L’ospitalità di casa però è ben presto arrivata al suo termine, difatti ricompare la cagnolina col suo cappello in bocca. La porta si chiude alle sue spalle e l’inverno compare nuovamente davanti ai suoi occhi: 
La neve aveva intrecciato fragili e fitte ghirlande di ghiaccio latteo intorno ai roseti; […] un gelido mucchio di neve tonfò soffice a terra rivelando, […] un’ultima rosa perfetta. […] Come avrebbe potuto, quel suo ospite misterioso tanto cortese, negare a Bella il suo dono? 

sabato 11 luglio 2015

La Nonna, di H.C. Andersen

Se si potessero elencare i compagni di vita di Andersen, dovremmo collocare al primo posto la sofferenza, non solo la inevitabile sofferenza di un’anima sensibile, ma la realtà dolorante in cui il giovane Andersen è cresciuto: la madre alcolizzata; il nonno rinchiuso in manicomio; la fame; il rifiuto subito dai suoi simili. Quel dolore che gli uomini recano agli altri uomini, Andersen lo conosce bene, è stato forgiato dall’uomo malefico: Un morto solo ne sa molto più di tutti noi vivi presi insieme; e sa l’angoscia che ci procurerebbe una sua apparizione. I morti sono migliori di tutti noi; e per ciò non vengono. (fiaba “La Nonna”).
La storia della sua vita ci dice che il padre alimentava la dote di H.C. per il canto e apprezzava la sua fervida fantasia; la nonna era quella che lo accudiva maggiormente, è lei che lo porterà ad esibirsi in pubblico con il suo canto, lo porterà anche a visitare il nonno in manicomio (Post: Dal fracasso...la musica) e conoscere un altro aspetto malato della vita. Forse una nonna che non ha tutelato il nipote, ma, comunque una nonna che lo “conduceva”, forse per mano, nelle prime esperienze con il mondo esterno.
La nonna è il porto divino che sorride alla piccola fiammiferaia nel momento della morte, le braccia, il sorriso, gli occhi che l’accoglieranno:
La nonna non era mai stata così bella, così grande. Trasse a sé la bambina e la tenne in braccio, insieme si innalzarono sempre più nel chiarore e nella gioia. Ora non c'era più né freddo, né fame, né paura: si trovavano presso Dio. La bambina venne trovata il mattino dopo in quell'angolo della strada, con le guance rosse e il sorriso sulle labbra. Era morta, morta di freddo l'ultima sera del vecchio anno. L'anno nuovo avanzava sul suo piccolo corpicino, circondato dai fiammiferi mezzo bruciacchiati.
Andersen non ci descrive la commozione dei passanti solamente perché sa che non c’è, non provano compassione.
"Ha voluto scaldarsi" commentò qualcuno, ma nessuno poteva sapere le belle cose che lei aveva visto, né in quale chiarore era entrata con la sua vecchia nonna, nella gioia dell'Anno Nuovo!
Andersen non si sforza di “salvare” o perdonare chi colpisce un altro essere umano emarginandolo, Andersen scrive e non dimentica la sua giovinezza da emarginato e povero, affamato come la piccola fiammiferaia. (Post: Natale con Andersen. La piccola Fiammiferaia)
Foto https://willowdot21.wordpress.com/2011/12/19/the-little-match-girl/

Nella fiaba La Nonna, H.C.Andersen descrive al massimo la figura della nonna, nel suo splendore da viva e nel suo continuare a diffondere la sua presenza dopo la morte. E' probabilmente con lo scrittore danese che la nonna entra a tutti gli effetti nel genere fiaba, non più confusa con il personaggio della vecchia, ma nonna amorevole e materna. La versione che vi propongo è tratta da “40 Novelle di H.C. Andersen” nella traduzione dal danese di Maria Pezzè Pascolato.

lunedì 29 giugno 2015

Sulle tracce di Biancaneve dalle Alpi alla Sardegna...

Per Giuseppe Sermonti tracce di leggende che ricordano la fiaba di Biancaneve e i sette nani, si trovano in Sardegna; per Giuliano Palmieri (1940-2008) ben tre leggende tipiche delle zone circoscritte dalle Dolomiti ricalcano la struttura di questa fiaba. Entrambe le ricostruzioni dei due studiosi evidenziano l’spetto alchemico e legato alla lavorazione dei metalli o dei minerali all’origine delle leggende.

Da Alchimia della Fiaba di Giuseppe Sermonti:
Benché le fiabe non abbiano, come la storia, un'epoca e un luogo, esse si depositano, come i miti, in alcune regioni propizie, donde traggono alimento e vigore, in cui stabiliscono il loro paesaggio ideale. Biancaneve ha il suo territorio d'elezione nel sud-est della Sardegna. In quella regione, nota come il Sarrabus, esistono giacimenti d'argento e fino all'inizio di questo secolo hanno funzionato numerose miniere.
Jenn e Harbour, 1921
Dalla zona mineraria, guardando verso il sud, appare un massiccio montuoso chiamato il Sette Fratelli. Sono sette picchi, di cui uno emerge sugli altri, col nome femminile di Sa Ceraxa (la cerussa?). Essi sembrano assistere da lassù al sonno della bella addormentata. Una leggenda locale ricorda sei cavalieri che protessero una fanciulla, di una spanna più alta di loro, prima d'esser trasformati in picchi montuosi.
Ai piedi del massiccio esistono ancora i ruderi di un piccolo eremo, chiamati il Convento dei Sette Fratelli (si tramanda che sia stato costruito nel sec. XIV da sette cavalieri).
L'eremo si trova in una piccola radura circondata da un vasto bosco, che in epoche passate era frequentato da animali selvaggi. In quel bosco immaginiamo una fanciulla bianca come neve (la "cerussa" è la biacca) correre impaurita verso la lontana casetta dei sette nani.

domenica 14 giugno 2015

Il Tempo nella fiaba...C'era una volta...

Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono.
 I bambini sanno già che i draghi esistono.
 Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi. 
(G.K.Chesterton)
Storyteller, Anker Grossvater,1884

“C’era una volta…” 
e meno male! E’ rassicurante sapere che c’era una volta e adesso qui ed ora siamo al sicuro. Forse è per questo che i bambini non temono le fiabe – timore che spesso hanno i genitori che tendono ad addolcirle – i bambini capiscono la dimensione spazio temporale di quel “c’era una volta”: nel momento che lo sentono sanno di essere qui, mentre i personaggi oscuri e terrificanti sono da tutt’altra parte; così, bambini ed orchi non possono incontrarsi. 
Andando indietro con il tempo arriviamo a quello che, secondo Vladimir Propp, è il luogo originale della fiaba, il luogo dove si svolge: la società primitiva. La fiaba presenta delle antiche reminiscenze di riti cui erano sottoposti i bambini nelle società primitive: il bambino giunto a una certa età veniva allontanato da casa, lasciato in un luogo in cui era facile perdersi (bosco) nel quale gli anziani della tribù sottoponevano il bambino a prove di coraggio, mettendolo faccia a faccia con la morte; superate queste prove, il passaggio dall’infanzia all’età adulta era avvenuto.
Il tempo e il luogo nella fiaba possono avere una irregolarità nella sequenza: improvvisi balzi in luoghi lontani o passati, ma c’è un intervento che può cristallizzare il tempo, l’incantesimo. L’incantesimo ferma il tempo per la Bella addormentata nel bosco; può fermare la vita di un intero castello con tutti i suoi abitanti; l’incantesimo può essere spesso interrotto da creature leggendarie come draghi o elementi legati alla natura più nascosta (abitanti del sottobosco o delle viscere della terra), questi esseri appartenenti a luoghi “non terreni” possono ristabilire il fluire, anche se irregolare, del tempo all’interno della fiaba. E mentre i personaggi della fiaba “dormono” così come il bambino dopo aver ascoltato la fiaba della buonanotte, il mondo intorno a loro continua ad agire: il Principe cerca il castello della Bella così come fanno i folletti e fate; sembrerebbe questo, a livello psico-pedagogico, l’insegnamento dell’incanto, ossia che il momento del sonno è una pausa da non temere poiché non è morte e pericolo, ma un momento naturale all’interno della vita. Perché il tempo nelle fiabe non è mai tempo perso, nemmeno quando è incantato, nemmeno quando sembra eterno e il perché lo dice la Volpe al Piccolo Principe: "E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante"
Nel suo tempo senza tempo la fiaba comincia con “C’era una volta…” e termina con “E vissero tutti felici e contenti” già! ma dove e quando? In tutti i tempi, in tutti i luoghi perché la fiaba continua e si trasforma nella mente di chi ascolta, nelle parole di chi continuerà a raccontarla, nei secoli che la trasformeranno.

Altro post di questo blog: I Paesaggi nella Fiaba

domenica 17 maggio 2015

La Pulce, fiaba de Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile

“La Pulce” è una fiaba della raccolta Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile e che, insieme alle fiabe “La Cerva fatata” e “La vecchia scorticata”, costituiscono la trama del nuovo film di Matteo Garrone Il Racconto dei Racconti -Tale of the Tales.

Illustrazione di Monica Indelicato
I 7 fratelli liberano Porziella dall'orco.
C'era una volta il re di Altomonte che fu pizzicato da una pulce: l'acchiappò con gran destrezza e la trovò tanto bella che non volle eseguire la sentenza sul letto dell'unghia. E allora mise in una caraffa la pulce, che ogni giorno andava a nutrire col sangue del suo braccio. Questa pulce aveva una tale tendenza a crescere che in capo a sette mesi le si dovette cambiare posto, e alla fine era diventata grossa come un castrato. Di fronte a questo fenomeno, il re la fece scuoiare, e conciata la pelle emanò un bando: chi avesse capito di che animale era quella pelle avrebbe ottenuto la mano di sua figlia.
Come in moltissime fiabe, siamo di fronte al padre che cerca un marito per la figlia, i pretendenti solitamente devono mostrare le loro capacità, a volte la loro forza fisica, altre volte la loro astuzia e solo al vincitore sarà concessa la mano della figlia. Dare la figlia al “migliore” a colui che primeggia su altri, è una garanzia per la figlia e, soprattutto, per le proprietà e il sangue del re. Chi dimostra valore è sicuramente, in una visione patriarcale, ma anche biologica, capace di portare avanti la stirpe, mettere al mondo figli forti, far continuare la discendenza. Il padre “dona” o “mette all’asta” la figlia per continuare il suo potere.
In questa fiaba sarà, però, un orco a vincere e, nonostante le volontà della figlia Porziella, il padre la cede all’orco.
Così descrive Basile, nella splendida traduzione di Adalinda Gasparini, la reazione di Porziella:
Sentendo questa crudele decisione, Porziella vide tutto buio, il viso le diventò giallognolo, le caddero le labbra, le gambe le tremavano, e mancò poco che facesse volare il falcone dell'anima all'inseguimento della quaglia del dolore. Alla fine si sciolse in pianto e facendo esplodere la sua voce disse al padre:

- Quale danno mai ho fatto al tuo nome, da meritare questa pena, quali parole cattive ti ho rivolto, che mi consegnati nelle mani di questo bruto? O disgraziata Porziella, come una donnola deliberatamente mandata in gola al rospo! O misera pecorella generata da un lupo mannnaro! Questo è l'affetto che nutri per il tuo sangue? Questa è la prova d'amore per me che chiamavi Bambolina dell'anima mia? In questo modo ti scrosti dal cuore colei che ha il tuo stesso sangue? Così elimini dalla tua vista quella che era la pupilla dei tuoi occhi? O padre, padre crudele. tu non devi essere nato da una creatura umana, le orche marine ti hanno dato il loro sangue, le gatte selvatiche ti hanno dato il latte. Ma perché ti paragono agli animali del mare o della terra? tutti gli animali amano le loro creature, tu solo, snaturato, sei schifato dalla tua discendenza, sei l'unico a provar disgusto per una figlia! Quanto sarebbe stato meglio se la mamma mi avesse strangolata, se la culla fosse stata il mio letto di morte, se la poppa della balia fosse stata una vescica piena di veleno, se le fasce fossero state nodi scorsoi, se il bubbolo che mi fu appeso al collo fosse stato una macina! Sempre meglio che farmi arrivare a questo giorno sciagurato, dove mi dovrò vedere carezzata dalla mano di questa Arpia, abbracciata da due stinchi d'Orso, baciata da un paio di zanne di porco.
- Quale danno mai ho fatto al tuo nome, da meritare questa pena, quali parole cattive ti ho rivolto, che mi consegnati nelle mani di questo bruto? O disgraziata Porziella, come una donnola deliberatamente mandata in gola al rospo! O misera pecorella generata da un lupo mannnaro! Questo è l'affetto che nutri per il tuo sangue? Questa è la prova d'amore per me che chiamavi Bambolina dell'anima mia? In questo modo ti scrosti dal cuore colei che ha il tuo stesso sangue? Così elimini dalla tua vista quella che era la pupilla dei tuoi occhi? O padre, padre crudele. tu non devi essere nato da una creatura umana, le orche marine ti hanno dato il loro sangue, le gatte selvatiche ti hanno dato il latte. Ma perché ti paragono agli animali del mare o della terra? tutti gli animali amano le loro creature, tu solo, snaturato, sei schifato dalla tua discendenza, sei l'unico a provar disgusto per una figlia! Quanto sarebbe stato meglio se la mamma mi avesse strangolata, se la culla fosse stata il mio letto di morte, se la poppa della balia fosse stata una vescica piena di veleno, se le fasce fossero state nodi scorsoi, se il bubbolo che mi fu appeso al collo fosse stato una macina! Sempre meglio che farmi arrivare a questo giorno sciagurato, dove mi dovrò vedere carezzata dalla mano di questa Arpia, abbracciata da due stinchi d'Orso, baciata da un paio di zanne di porco.
E il re:
- Trattieni l'acido e l'amaro, perché lo zucchero costa caro! rallenta, perché i brocchieri sono di pioppo! chiudi la bocca, ché te ne escono schifezze! sta' zitta, non fiatare, perché morsichi troppo, linguacciuta e biforcuta! Quello che faccio io è ben fatto, non insegnare al padre come si fanno i figli, abbozzala e ficcati la lingua nel didietro, e non irritarmi al punto che esploda, che se ti metto le mani addosso non ti resta nemmeno una ciocca di capelli, e ti tocca masticare il pavimento con i denti! ma guarda questo fiato del mio culo che vuol fare l'uomo, e dettare legge a suo padre! Ma da quando in qua una con la bocca che puzza ancora di latte ha da ridire sulle mie decisioni? presto, prendi la sua mano, e parti immediatamente verso casa tua , perché non voglio vedermi davanti questa faccia sfrontata e presuntuosa nemmeno per un altro quarto d'ora.
Così Porziella fu condotta alla casa dell’orco dal quale riceveva, come cibo, quarti di esseri umani che lei si rifiutava di mangiare.
Dopo molti giorni passò davanti alla casa dell’orco una vecchietta per chiedere un po’ di cibo, ma la povera fanciulla raccontò la sua vicenda, aggiungendo che l’unico cibo era carne umana. La donna promise che sarebbe tornata a liberarla con l’aiuto dei suoi 7 figli ciascuno dotato di un potere; così fece e Porziella fu ricondotta dal padre, che pentito amaramente, trovò un buon marito per la figlia e rese ricchi i 7 figli e la vecchierella.
Il sangue ricorre fin dalle prime righe della fiaba: la pulce si nutre del sangue del Re, quello stesso sangue che scorre nelle vene della figlia Porziella. Ma mentre il re alleva la pulce con amore (nutrendola con il sangue del suo braccio) non altrettanto sembra fare con il vero sangue del suo sangue. La pulce cresce bella e rubiconda, oltrepassa le normali dimensioni di pulce fino a somigliare, per dimensioni, ad un maiale. Al settimo mese (il numero 7 come i 7 fratelli) il re uccide la pulce e, scuoiata, usa la sua pelle come bando per dare in sposa la propria figlia. Il padre, quindi, si dimostra degenere, anche nei confronti della pulce. Può essere un caso che la pulce venga uccisa al suo settimo mese di vita?
Due mesi prima, se fosse un essere umano, della nascita naturale? Siamo di fronte ad padre che nega il proprio sangue e che sembra trovare un complice e un suo proseguimento nell’orco che si nutre di sangue e carne umana.
Cito dal sito Alaaddin:
A proposito del sangue come seme, si ricordi che nella fisiologia antica lo sperma era una trasformazione del sangue, che attraversando i diversi organi ne acquisiva le virtù vitali, per poi sbiancarsi passando finalmente nel cervello:

Sangue perfetto, che mai non si beve
dall'assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch'a farsi quelle per le vene vane. 
Ancor digesto, scende ov'è piú bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr'altrui sangue in natural vasello.

(Purgatorio, XXV, vv. 37-45)
Ricordiamo questi versi di Dante come esempio di una grande favola scientifica: nello sperma era contenuto l'intero homunculus, che cresceva nutrendosi nel grembo materno; per questa ragione i figli erano sangue del sangue del padre. La madre poteva imprimere sul nascituro i propri tratti somatici e di carattere, come ogni tipo di imperfezione e deformità, con la propria immaginazione. Il Tribunale della Santa Inquisizione mandò al rogo come eretica una donna che aveva dato alla luce un bambino deforme a causa dei suoi pensieri perversi.
Sul blog di Nick Parisi, Nocturnia, una accurata recensione del film di Garrone e del libro Lo Cunto de Li Cunti di Basile.
Fonti:
I brani della fiaba sono nella traduzione di Adalinda Gasparini, 2011 http://www.alaaddin.it/_TESORO_FIABE/FD_Campania_Lo_polece.html 

domenica 10 maggio 2015

I fratelli Grimm a lavoro...

Gemälde von Louis Katzenstein
Jacob e Wilhelm Grimm, studiosi delle tradizioni e della lingua tedesca (ma anche del diritto tedesco, entrambi erano laureti in giurisprudenza) come molti sanno non sono scrittori di fiabe, ma le hanno raccolte e trascritte dai racconti orali di gente comune. Infatti, nella copia manoscritta della loro opera viene precisato che le fiabe sono state: “Raccolte dai fratelli Grimm”. La copia originale si trova a Kassel; in essa sono leggibili le numerose annotazioni scritte a mano. 
Una delle motivazioni che spinsero i Grimm a trascrivere le fiabe, altro retaggio culturale comune dei popoli di lingua tedesca, fu il desiderio di aiutare la nascita di una identità germanica.

“Era forse giunta l’ora”, scrivono nella prefazione “di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre meno”. 
E così, per anni i fratelli Grimm incontrarono persone, chiedendo di raccontar loro le storie. Furono soprattutto donne, tra queste Marie Hassenpflug, giovane, colta e di buona famiglia, è lei che ha raccontato le fiabe de La bella addormentata nel bosco, Biancaneve e Cappuccetto Rosso; Dorothea Viehmann, la signora delle fiabe, la preferita dai Grimm tanto che nella copia manoscritta appuntarono la data della sua morte: “Morta il 17 novembre 1815, la sera”; fu lei, per le sue origini francesi da parte di padre, a riportare ai Grimm fiabe di origine francese.
Fin da piccola Dorothea aveva ascoltato, a Kassel, nell’osteria di suo padre, le storie raccontate dagli operai di passaggio, dagli artigiani e dai viaggiatori. Il suo repertorio era pressoché infinito e buona parte delle fiabe raccolte dai Grimm sono proprio frutto dei suoi racconti. 
Dorothea Viehmann in un ritratto di
Ludwig Emil Grimm. A lei si devono
circa 40 fiabe della raccolta.
Fonte 
Racconti che esse stesse avevano ascoltato e che così, raccontano ai due “raccoglitori” sancendo in questo modo il passaggio dalla tradizione orale a quella scritta.

La prima versione delle storie non erano concepite per i bambini: la prima edizione del (1812) colpisce per molti dettagli realistici e cruenti. Oggi, le loro fiabe sono ricordate soprattutto in una forma edulcorata e depurata dei particolari più cruenti, che risale alle traduzioni inglesi della VII edizione delle loro raccolte (1857). In una lettera di Jacob Grimm manifesta la sua contrarietà a edulcorare le storie:
“La differenza tra le fiabe per bambini e quelle del focolare e il rimprovero che ci viene mosso di avere utilizzato questa combinazione nel nostro titolo è più una questione di lana caprina che di sostanza. Altrimenti bisognerebbe letteralmente allontanare i bambini dal focolare dove sono sempre stati e confinarli in una stanza. Le fiabe per bambini sono mai state concepite e inventate per bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro. Ciò che fa parte delle cognizioni e dei precetti tradizionali da tutti condivisi viene accettato da grandi e piccoli, e quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito quando saranno pronti ad apprenderlo. È così che avviene con ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto, a differenza degli insegnamenti che richiedono l’apporto della legna e al contempo della fiamma”. (La Principessa Pel di Topo, Jack Zipes, Donzelli Editore 2012)

Si può leggere riguardo alla crudeltà di alcune fiabe dei Grimm l'articolo di Cosimo Rodia (pubblicato in questo blog) Le Fiabe dei Grimm, variabili e peculiarità

sabato 25 aprile 2015

Il ripostiglio proibito.

Nel suo trattato Morfologia della Fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia, Vladimir Propp dedica un intero capitolo a “La grande casa” un’istituzione tipica dell’ordinamento tribale e di un’economia basata sulla caccia e con il totemismo come suo rispecchiamento ideologico. Qui i giovani maschi che avessero raggiunta la maturità sessuale si trasferivano vivendo in comunità, venivano a conoscenza dei riti della tribù, delle tradizioni ed iniziati e accompagnati nella vita adulta. (Si può leggere in proposito il post C'è una casetta nel bosco).
Il monaco entra
nella stanza proibita del goblin
All’interno di questo capitolo, Propp analizza il ruolo del ripostiglio proibito che tante volte ritroviamo nelle fiabe. Il ripostiglio è spesso usato nella funzione del divieto e della violazione del divieto, pensiamo a Barbablù che consente alla moglie la libertà di muoversi all’interno del palazzo con l’assoluta esclusione di aprire una piccola stanza (della quale però le consegna la chiave).
Probabilmente, il ripostiglio proibito, era una stanza interna alla casa nella quale venivano conservati oggetti rituali non accessibili ai neofiti, una sorta di sancta sanctorum il cui contenuto era accessibile a pochissimi.
In molte case di iniziazione esisteva una secret room dove il neofita rimaneva per lungo tempo in attesa del suo “passaggio” ad uno stato più elevato; forse le immagini del sole e della luna che sono state rinvenute in alcune di queste secret room, sottolineano proprio il passaggio temporale – dalla notte al dì – che doveva percorrere il neofita. E’ possibile che in queste case sia raffigurato un corvo dentro il quale viene gettato il neofita e dopo un certo punto viene risputato fuori. (Franz Boas).
Il neofita ne uscirà iniziato, sapendo cosa il ripostiglio segreto contiene e cosa lì dentro ha vissuto.
Non in tutte le fiabe è facilmente riconoscibile il ripostiglio come luogo di iniziazione, spesso è trasformato in luogo che nasconde tesori, è il luogo che introduce a sotterranei dove il protagonista s’inoltra inconsapevole, tuttavia, anche in questi casi si può ritrovare una traccia di antichi rituali e molte altre simbologie.
La stanza proibita di Barbablù (si veda anche Naso d'Argento e la stanza proibita, di Calvino) è legata anche al simbolismo della chiave, egli infatti consegnandogli la piccola chiave d’oro, ma vietandole l’uso, le nega l’approvazione di conoscere i più profondi segreti della psiche femminile e se la donna vorrà la conoscenza dovrà disubbidire; è la chiave d’oro della conoscenza, e quindi della vita, che spesso le donne accettano di non usare senza il consenso dell’uomo. 
La fanciulla aprirà la porta e che cosa vedrà? Vedrà la carneficina del corpo e dell’animo delle donne che l’uomo-predatore porta avanti da sempre. Potrebbe essere quello il suo destino? Nella stanza ci sono scheletri, ossa di donne disubbidienti, ovvero assetate di conoscenza; i loro teschi sono posti a forma di piramide, simbolo di ascesa, ossa che sono lì a dirle cosa lei potrebbe diventare. La stanza proibita è la tomba di tante donne e, forse, la sua.
Stanze segrete che, spesso, nascondono degli orrori che rappresentano le paure dell'uomo verso la stessa Natura, come nella leggenda giapponese Il Goblin di Adachigahara.
In questa leggenda un goblin antropofago assume la forma di una vecchia e in questa veste va a caccia di viaggiatori per la pianura di Adachigahara. Un giorno un sacerdote buddista giunge in questa pianura. Dopo lungo camminare, esausto, intravede le tracce di un’abitazione e felice esclama:
“Certamente si tratta di una capanna in cui troverò un asilo per la notte. O Baa San [onorifico per le signore anziane], buona sera! Sono un viaggiatore e ti prego di perdonarmi, ma ho smarrito la strada e non so cosa fare, poiché non ho un posto per riposarmi stanotte. Ti supplico di essere tanto buona da lasciarmi trascorrere la notte sotto il tuo tetto”.
La vecchia risponde in modo amorevole e lo accoglie nella sua capanna. Dopo poco la vecchia esce a cercare legna e questo punto dà il suo ordine: “Resta seduto dove sei e non ti muovere. E qualunque cosa accada non avvicinarti e non guardare nella stanza sul retro. Ricordati bene quello che ti ho detto!”
Rimasto solo, il monaco decide di guardare nella stanza proibita: ciò che vede gli gelerà il sangue nelle vene. La camera era piena di ossa umane e le pareti e il pavimento ricoperti di sangue umano. In un angolo una pila di teschi uno sull’altro arrivava fino al soffitto, in un altro c’era un cumulo di ossa delle braccia, in un altro un mucchio di ossa delle gambe. L’odore ripugnante.
Prima che possa rientrare la vecchia/goblin, il monaco si precipita fuori dalla casa alla massima velocità a cui le sue gambe possono portarlo. 
A questo punto il goblin, accortosi del tradimento, comincerà ad inseguire il monaco per tutta la notte, il suo essere scomparirà all’alba con l'arrivo della luce del sole. Sembra una leggenda legata alle paure della notte, dei demoni che siamo soliti attribuire al buio. Le paure che prendono forma nel buio della notte e che con la luce del sole o della ragione? si dileguano.
La figlia della Madonna (fiaba dei Grimm)
immagine di O.Herrfurth
Infine, un'altra sorta di stanza proibita, assai diversa da quelle degli orrori o dalle stanze segrete dei riti di iniziazione: la fiaba dei Grimm, La figlia della Madonna. La protagonista, al raggiungimento dei 14 anni, viene chiamata dalla Vergine Maria che le dice: 
"Cara bambina, devo fare un lungo viaggio; prendi in consegna le chiavi delle tredici porte del regno dei Cieli: dodici puoi aprirle e contemplare le meraviglie che custodiscono, ma la tredicesima, per cui si deve usare questa piccola chiave, ti è vietata; guardati dall'aprirla, o sarai infelice."
La ragazza promise di essere ubbidiente e, quando la Vergine Maria se ne fu andata, incominciò a visitare le stanze del regno dei cieli: ogni giorno ne visitava una, fino a quando ne ebbe viste dodici. In ogni stanza c'era un apostolo, e all'intorno un grande splendore. Ella gioiva non avendo mai visto in vita sua tanta magnificenza e grandiosità, e gli angioletti, che l'accompagnavano sempre, gioivano con lei.
Così prese la chiave, e dopo averla presa la infilò nella serratura, e dopo averla infilata la girò. La porta si spalancò, ed ella vide la Trinità circonfusa di fuoco e splendore. Sfiorò appena quel fulgore con il dito, ed esso si ricoprì d'oro. Allora fu presa dalla paura, chiuse violentemente la porta e corse via. Ma qualsiasi cosa facesse, la paura non passava e il cuore continuava a battere forte, e non si voleva chetare, e anche l'oro rimase sul dito e non se ne andò, per quanto lo lavasse.
La Madonna, tornata dal viaggio, interrogò la fanciulla che per 3 volte negò di avere aperto la porta; per questa sua disubbidienza fu scacciata dal regno dei cieli e rimandata sulla terra in condizioni miserevoli.
La costante che lega il ruolo/funzione del ripostiglio (come esattamente lo chiama Propp) è in ciascun caso legata all'ordine, alla proibizione: ai protagonisti è severamente vietato di oltrepassare la porta, varcare la soglia; ciò che vedranno li devasterà, non solo per la visione, ma anche per la punizione che deriverà dalla disobbedienza. Tuttavia, il volere vedere senza il permesso, ossia voler vedere prima del tempo è comunque anch'esso legato al rapporto iniziatico tra neofita (che non può e non deve vedere) e l'iniziato; probabilmente è in questo l'origine più profonda del ripostiglio.

domenica 8 marzo 2015

I dodici cacciatori (Grimm)

"E nel dir questo, si cavò un anello di dito e
infilandolo nel dito a Trotona aggiunse che quello
era un pegno eterno della sua fede,
 e che stava a lei fissare l'ora della partenza".
da L'Uccello Turchino di  M.me D'Aulnoy
C'era una volta un principe che aveva una fidanzata e l'amava teneramente. Un giorno che si trovava insieme a lei, tutto felice, giunse la notizia che il padre stava per morire e desiderava vederlo ancora una volta. Allora egli disse alla sua amata: -Devo partire e lasciarti, ma ti do quest'anello in mio ricordo. Quando sarò re, tornerò a prenderti-. Poi partì a cavallo e, quando arrivò, il padre era in fin di vita e gli disse: -Figlio diletto, ho voluto vederti ancora una volta; promettimi di sposarti secondo la mia volontà-. E gli nominò una certa principessa che doveva diventare sua sposa. Il figlio era così afflitto che rispose, senza riflettere: -Sì, caro padre, sarà fatta la vostra volontà-. Il re chiuse gli occhi e morì. Il principe fu proclamato re e, quando fu trascorso il periodo di lutto, dovette mantenere la promessa fatta al padre: fece perciò chiedere la mano della principessa e gli fu concessa. Lo venne a sapere la sua prima fidanzata, e si addolorò tanto dell'infedeltà che quasi ne morì. Allora il padre le disse: -Figliola cara, perché‚ sei tanto infelice? Avrai tutto ciò che desideri-. Ella rifletté‚ un momento, poi disse: -Caro padre, desidero undici fanciulle che mi somiglino nelle fattezze e nel volto-. Il re disse: -Se è possibile, sarà fatto-. E fece cercare in tutto il regno, finché‚ si trovarono undici fanciulle simili a sua figlia nelle fattezze e nel volto. Quando si presentarono alla principessa, ordinò dodici abiti da cacciatore, tutti uguali, e le undici fanciulle dovettero indossarli, mentre ella indossò il dodicesimo.

Già questa prima parte la fiaba mette in scena molti dei suoi riferimenti simbolici, tra questi, l’abito, simbolo di una sorta di “investitura”, di attribuzione di una nuova identità. E’ quanto si evince dalla realizzazione dei 12 vestiti identici con cui camuffare 12 giovani donne. Il vestito le renderà simili l’una all’altra, per essere identiche alla prima, la matrice o, se vogliamo, il seme della Matrioscha che deve essere nascosta più delle altre a lei simili.
In molte fiabe troviamo la realizzazione di un vestito: da Pelle d’Asino agli “invisibili” vestiti dell’Imperatore, le vesti lanciate agli 11 cigni fino ai preziosi abiti di Cenerentola.
Sono abiti che trasformano chi li indossa. 
Anche l’anello è un oggetto che viene indossato e che, spesso, come il vestito, trasforma poiché anello magico, la sua magia è legata alla sua origine: i fabbri considerati artisti della metallurgia e dello sciamanesimo erano conoscitori delle forze ignote del mondo in quanto forgiavano elementi della terra attraverso il fuoco. Anche la sua forma è legata al potere di trasformare: un cerchio vuoto che oltre a rappresentare l’infinito può rappresentare il vuoto e, nel vuoto si può assumere qualunque identità. 
Nella fiaba I 12 cacciatori, è il simbolo dell’amore eterno, che rappresenta il congiungimento di due amanti, ingiustamente separati dalle circostanze terrene, ma che il destino vuole, attraverso l’anello, ricongiungere: è l’anello di una catena che non può essere spezzata, l’anello, quando spezzato, è simbolo di una promessa rotta.
Il numero 12 è considerato il più sacro tra i numeri, poiché in stretta relazione con il tre (12 = 1 + 2 = 3) e perché prodotto di 3 per 4. Il 12 indica la ricomposizione della totalità originaria, la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia; indica la conclusione di un ciclo compiuto, come i 12 segni zodiacali che rappresentano, appunto, il ciclo della vita. I 12 segni zodiacali possono aver influenzato numerosi miti (Ercole, dovrà affrontare le 12 fatiche identificabili con il percorso attraverso lo Zodiaco prima di diventare semi-dio); ma anche il mondo della fiaba testimonia l’importanza del numero 12, infatti, spesso compaiono gruppi di 12 persone (Le 12 Principesse danzanti) a volte trasformate in animali (come nella fiaba dei Grimm I 12 fratelli dove i protagonisti sono trasformati in 12 buoi ).

La fanciulla riuscì, insieme alle sue 11 compagne ad entrare a far parte delle guardie del Re.
Ma il re aveva un leone che era una strana bestia: sapeva tutto ciò che era nascosto e segreto. Una sera disse al re: -Pensi di avere dodici cacciatori?-. -Sì- rispose il re -sono dodici cacciatori.- -Ti sbagli- replicò il leone -sono dodici fanciulle.- Rispose il re: -Non è possibile! Come puoi provarlo?-. -Oh, fa' spargere dei piselli nell'anticamera- rispose il leone -e lo vedrai subito: gli uomini hanno un passo fermo e se calpestano i piselli non se ne muove neanche uno; ma le fanciulle trotterellano, zampettano, camminano strisciando i piedi e fanno rotolare i piselli.- Al re piacque l'idea e fece spargere i piselli. Ma c'era un servo del re che proteggeva i cacciatori, e quando udì che volevano metterli alla prova, andò e raccontò loro tutto quanto, dicendo: -Il leone vuole dimostrare al re che siete fanciulle-. La principessa lo ringraziò e poi disse alle sue ancelle: -Controllatevi e camminate sui piselli con passo deciso-. 

Bernardo Strozzi Le tre Parche
Quando la mattina dopo il re fece chiamare i dodici cacciatori, ed essi entrarono nell'anticamera dov'erano sparsi i piselli, ci camminarono sopra con tanta sicurezza e avevano un passo così fermo e deciso, che neanche uno rotolò nè‚ si mosse. Se ne andarono e il re disse al leone: -Mi hai ingannato, camminano proprio come uomini-. Il leone rispose: -Sapevano che sarebbero state messe alla prova, e hanno controllato la loro andatura. Ma fai portare nell'anticamera dodici filatoi: ci si avvicineranno con gioia, e questo nessun uomo lo fa-. Al re piacque l'idea e fece disporre i filatoi nell'anticamera. Ma il servo che proteggeva i cacciatori andò da loro e rivelò il tranello. Come furono sole, la principessa disse alle sue undici fanciulle: -Controllatevi e non guardate mai i filatoi-. La mattina dopo, quando il re fece chiamare i suoi dodici cacciatori, questi attraversarono l'anticamera senza guardarli affatto. Allora il re disse nuovamente al leone: -Mi hai ingannato, sono uomini: non hanno guardato i filatoi-. Il leone rispose: -Sapevano che sarebbero state messe alla prova e si sono controllate-. Ma il re disse: -Non voglio più crederti-.
I 12 filatoi sono legati indirettamente alla realizzazione dei 12 abiti; la fanciulla che tesse al filatoio è un figura molto frequente nelle fiabe, possiamo a volte, trovare la vecchia che, china al telaio, crea tessuti da donare ad una giovane alla quale cambierà il destino E’ questo, probabilmente, il filatoio delle Parche che tessono i destini degli uomini. Assimilate alle tre Moire greche: Cloto, (in greco "io filo") che filava lo stame della vita; Lachesi ("destino"), che lo svolgeva sul fuso; Atropo ("inevitabile") che, con delle cesoie, lo recideva. Queste sono raffigurate come tre donne anziane. Nell’iconografia è spesso accentuato il distacco e l’indifferenza per il loro lavoro, ossia per il destino degli uomini. La fiaba ha tolto questa interpretazione, quasi ribaltandola, mostrando, appunto, delle vecchie al telaio atte a fornire abiti a giovani fanciulle, quindi alla vita che fiorisce.
Nel finale, l'anello svelerà la verità e gli abiti-maschera cadranno:
Così i dodici cacciatori seguivano sempre il re durante la caccia, ed egli li amava sempre di più. Ma un giorno, mentre si trovavano a caccia, annunciarono che stava giungendo la sposa del re. La notizia afflisse a tal punto la vera fidanzata, che le parve di morire e cadde a terra priva di sensi. Il re pensò che fosse successa una disgrazia al suo caro cacciatore, corse a soccorrerlo e gli tolse il guanto. Ed ecco egli scorse l'anello che aveva dato alla sua prima fidanzata e, guardandola bene in viso, la riconobbe. Tutto commosso, la baciò, e quand'ella aprì gli occhi, le disse: -Tu sei mia e io sono tuo, e questo nessun uomo al mondo potrà cambiarlo-. Inviò un messo all'altra sposa pregandola di ritornare nel suo regno, poiché‚ egli aveva già una fidanzata, e chi ritrova la vecchia chiave, non ha bisogno di una nuova. Poi furono celebrate le nozze, e anche il leone ritornò in grazia, perché‚ aveva pur detto la verità.

lunedì 23 febbraio 2015

La bugia nella fiaba

Illustrazione di Nicoletta Ceccoli
Sicuramente è lui, Pinocchio, il simbolo della bugia. Eppure sono molti i protagonisti delle fiabe a vivere di bugie, ma Pinocchio predomina su tutti. Forse sarà per quel naso che si allunga e che, subito, rivela la bugia appena detta, mentre in altre fiabe dobbiamo aspettare che accada un avvenimento che punisce o inganna lo stesso ingannatore. In Pinocchio le bugie dimostrano subito di avere le gambe corte:“Come mai sapete che ho detto una bugia?”. “Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie. Vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo”. Pinocchio, in fondo, è lui stesso una bugia, viene costruito per essere un bambino vero, il figlio che Geppetto non ha mai avuto, ma viene costruito in legno e nelle fattezze di un burattino: egli nasce da una bugia di Geppetto. Le bugie di Pinocchio sono “esplorative” se così possiamo definirle, nascono cioè dalla voglia di esplorare e di vivere del burattino; sono diverse, per esempio, dalle bugie del Gatto e la Volpe che mentono per imbrogliare ed ingannare l’ingenuo burattino; d’altronde sono tanti i bugiardi imbroglioni, basti pensare al lupo di Cappuccetto Rosso, che mente anche sotto mentite spoglie: la sua menzogna trapela dalla voce camuffata, dalle vesti non sue, nell’ appropriarsi di un’altra identità. Mentre il lupo verrà scoperto e l’imbroglio punito, un altro imbroglione, il Gatto con gli stivali, riesce a far ottenere al suo padrone ricchezza ed amore, grazie proprio alla bugia. Quella del Gatto però, è la bugia legata all’astuzia, all’intelligenza, difficilmente condannata dalle fiabe e dalla letteratura (basti pensare ai protagonisti di alcune novelle del Decamerone dove l’imbroglio, se coadiuvato dall’intelligenza, è spesso apprezzato e non condannato dal Boccaccio).
Traditi ben tre volte da una stessa bugia sono Hansel e Gretel: i genitori mentono ai figli e li abbandonano nel bosco, promettendo, invece, di tornare a prenderli. Rimasti soli impareranno a cavarsela da soli e, tra le molte cose che impareranno c’è anche la…bugia con cui mentiranno alla strega: Hansel porgerà un ossicino dalla gabbia, invece del dito e Gretel fingerà di non saper aprire il forno da sola, per poterci spingere dentro la strega.
Una catena di bugie o forse dell’ipocrisia è quella descritta da Andersen ne I vestiti nuovi dell’imperatore, dove i protagonisti mentono perfino a sé stessi e agli altri. Tutti i personaggi assecondano l’inganno dei sarti impostori che sostengono di aver confezionato abiti con tessuti preziosi. La catena di falsità farà sì che l’ Imperatore decida di sfilare nudo in portantina.
Ma ecco che la verità irrompe dall’innocenza di un bambino che osservando la parata esclama: - Ma non ha niente indosso! –
Solo a questo punto la folla, in una sorta di smascheramento della menzogna, accetta la verità, da sempre sotto gli occhi di tutti ma fino ad allora negata e comincia a ridere fragorosamente; a quel punto il vanitoso governante ha già compreso le sue colpe e dimostra di aver imparato la lezione: - Ora devo guidare questo corteo fino in fondo! - e si drizza ancor più fiero. Il bambino, in questo caso, riesce a svelare, più che una bugia, l’ipocrisia degli adulti.

domenica 1 febbraio 2015

Occhietto, Duocchietti, Treocchietti e Il tavolino magico, l'asino d'oro e il randello castigamatti: la Capra da Madre a Demone.

Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d’un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
[…]
– Affréttati, Pinocchio, per carità! – gridava belando la bella Caprettina.
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi.
– Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvicina!
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa.
– Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge!... Eccolo!... Eccolo!... Affréttati per carità, o sei perduto!...
E Pinocchio a nuotar più lesto che mai, e via, e via, e via, come andrebbe una palla di fucile. E già era presso lo scoglio, e già la Caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall’acqua!
Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto…
Illustrazione di Carlo Chiostri
Ne Le Avventure di Pinocchio la capra è una delle forme che assume la fata Turchina; da uno scoglio cerca di soccorrere il burattino e di guidarlo verso di lei per sfuggire al pescecane che, da lì a poco, lo inghiottirà. E’ di nuovo la madre che Pinocchio non ha avuto. Conteso tra lei e il pescecane che avrà la meglio: è lui il mostro dominatore dei mari. La capra-fatina è sola, senza la sua corte di medici, uccellini e pozioni da somministrare per la guarigione del povero Pinocchio; ora è sola su uno scoglio impervio, ma accessibile per una capra. Sembra che proprio per il suo adattarsi a simili luoghi brulli derivi il suo essere simbolo di fertilità e di vita nonostante tutto. E’ proprio nella mitologia greca che la capra Amaltea nutrirà Zeus, nascosto dalla madre perché il padre Crono non lo trovasse e lo divorasse. La stessa cornucopia, creata da Zeus, era realizzata da un corno della capra. Donatrice di vita e di abbondanza, sempre in Pinocchio donerà una capanna al povero Grillo Parlante:
– Questa capanna mi è stata regalata ieri da una graziosa capra, che aveva la lana d’un bellissimo colore turchino.

– E la capra dov’è andata? – domandò Pinocchio con vivissima curiosità.
– Non lo so.
– E quando ritornerà?...
– Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta afflitta, e, belando, pareva che dicesse: “Povero Pinocchio... oramai non lo rivedrò più... il Pesce-cane a quest’ora l’avrà bell’e divorato!...”.
– Ha detto proprio così?... Dunque era lei!... Era lei!... era la mia cara Fatina!... – cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo dirottamente.

Ne I Giardini di Kensington, sarà la capra a diventare un dono per Peter Pan, come nell’antica Grecia veniva donato un capro (sacro  a Dioniso) ai poeti.
Ne I Giardini di Kensington, Peter Pan aiuta i bambini scomparsi (morti) a passare nell’aldilà, è un giovane, piccolo traghettatore di anime. All’interno di questi giardini trova una bambina, Maimie Mannering, purtroppo la bambina è morta e lui vuole portarla con sé, ma la bambina desidera vedere la madre e sa che se seguirà Peter Pan non potrà più vederla, Peter Pan la lascia andare e la bambina torna alla vita, dopo essere rimasta, forse per una notte, nei giardini di Kensington; per ringraziarlo  manderà in dono a Peter una capra. In questa storia moderna si comincia a intravedere un lieve legame tra la capra e la morte, il mondo degli inferi, luogo dove era stata relegata dal Cristianesimo per combattere le credenze pagane.
Tra le fiabe dei Fratelli Grimm troviamo spesso la presenza di una capra, ho scelto due fiabe in cui la capra è simbolo positivo e legato alla vita, Occhietto, Duocchietti, Treocchietti, e una in cui è simbolo negativo e legato al regno dei morti, Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti.
Occhietto, Duocchietti  e Treocchietti sono rispettivamente i nomi delle tre figlie di una donna, così chiamate, come facilmente si può capire, perché la prima aveva un solo occhio, la seconda due e la terza tre. La figlia con due occhi, essendo in minoranza rispetto alle due, era ritenuta non degna di appartenere a quella famiglia e, di conseguenza, trattata male dalla madre e dalle sorelle. Una fata le dona una capra che al suono di “Bela, Caprettina pronta tavolina!”  è capace di far apparire una tavola imbastita di cibi prelibati che Duocchietti, condannata a fare la fame dalle sorelle, divora a gran velocità.
Scoperto il tutto le sorelle uccideranno la capretta; di nuovo, su suggerimento della fata, Duocchietti si farà regalare le interiora della capra che seppellirà davanti alla porta di casa, dalle sue viscere nascerà un albero di mele d’oro che solo Duocchietti può cogliere. E’ questa, quindi, una capra materna e protettrice, provvista di quel corno-cornucopia che dispensa cibo e ricchezza in abbondanza.
Diabolica e priva di riconoscenza è la capra della fiaba Il tavolino magico, l'asino d'oro e il randello castigamatti. Questa viene condotta al pascolo dai tre figli di un sarto che provvedono che si nutra di erbe fresche e in abbondanza, ma, tornata all’ovile e interrogata dal sarto se fosse stata accudita bene dal figlio di turno, questa risponde: “Come potevo mangiare e lo stomaco saziare? Una tomba ho calpestato, neppure una foglia vi ho trovato: bèee! bèee!”
Questo accadrà per ben tre volte, costringendo il sarto a cacciare di casa tutti e tre i figli. Un giorno porta la capra al pascolo, la lascia  nutrire a sazietà, ma portata a casa e chiesto se fosse sazia la risposta sarà la stessa: “Come potevo mangiare e lo stomaco saziare? Una tomba ho calpestato, neppure una foglia vi ho trovato: bèee! bèee!”
Scoperta la malvagità della capra (creatura iniqua e scellerata!) e di aver ingiustamente scacciato i figli (che torneranno a casa arricchiti di un tavolo magico, un asino che produce monete d’oro e un randello castigamatti) la caccia dall’ovile dopo averle tosato la testa. La fiaba termina proprio con l’immagine della capra:
Ma dov'è finita la capra, colpevole di aver spinto il sarto a scacciare i tre figli? Era corsa a rannicchiarsi in una tana di volpe. Quando la volpe rincasò, si vide sfavillare di fronte nell'oscurità due occhiacci e fuggì via piena di paura. L'orso la incontrò e vide che la volpe era tutta turbata. Allora disse: -Perché‚ hai quella faccia, sorella volpe?-. -Ah- rispose Pelorosso -nella mia tana c'è un mostro che mi ha guardato con due occhi fiammeggianti!- -Lo cacceremo fuori- disse l'orso; l'accompagnò alla tana e guardò dentro. Ma quando scorse quegli occhi di fuoco, fu preso anche lui dalla paura, cosicché‚ non volle cimentarsi con il mostro e se la diede a gambe. Incontrò però l'ape che vedendolo con un aspetto non proprio ilare, disse: -Orso, perché‚ hai quella faccia abbattuta?-. -Nella tana di Pelorosso c'è un mostro con gli occhiacci e non possiamo cacciarlo fuori!- rispose l'orso. L'ape disse: -Io sono una povera e debole creatura, che voi non guardate neanche per strada; ma voglio un po' vedere se posso aiutarvi-. Volò nella tana, si posò sulla testa pelata della capra e la punse con tanta forza che quella saltò su gridando: -Bèee! bèee!- e corse fuori come una pazza. E finora nessuno sa dove se ne sia andata.
Immagine realizzata da Letizia Masi.
La fiaba, La Capra Ferrata, completamente illustrata, la potete trovare su:
La casa dei balocchi
Nascosta in un antro buio illuminato dai suoi occhi fiammeggianti non può non far pensare all’ immagine demoniaca a cui il Cristianesimo ha avvicinato la capra. La capra di questa fiaba mente dicendo di aver calpestato l’erba delle tombe, luogo, nella sua simbologia negativa, a lei conosciuto. Ha la testa pelata per distinguerla dagli altri come segno di una qualche colpa da espiare, rasata perché appartenente ad una casta inferiore. Nella raccolta Fiabe di Montale Pistoiese di Nerucci si trova La Capra Pelata che è solita intimorire gli avversari con: “Io sono la capra incornata, mezza tosata e mezza pelata, con le corna, uno strambo e l'altro dritto, se non scappi di lì ti infilzo!”.
Sempre nel territorio toscano troviamo La Capra Ferrata, dove un’anziana signora un po’ distratta, lascia la porta di casa aperta, ed ha una brutta sorpresa al ritorno: una capra ferrata (bocca di ferro e lingua di spada) si era impossessata della sua casa e non voleva far entrare nessuno. Alcuni animali, arrivano in aiuto della vecchina, ma tutti scappano spaventati dalle minacce della capra e solo un piccolo uccellino furbo e coraggioso riesce a risolvere la situazione mostrandosi altrettanto pericoloso.
La Capra ferrata che s’impossessa dell’abitazione è utilizzata per educare i bambini, intimorendoli, a non aprire la porta ad estranei, tuttavia, questo impossessarsi porta a pensare, non tanto al pericolo dell’estraneo, ma alla casa invasa dal male e dal demonio rappresentato dalla capra.