Indovina ...indovinello ...con Bilbo Baggins, Gollum e la fiaba dei fratelli Grimm



Immagine di Alan Lee
Anche l’indovinello, come la fiaba, è nato con l’umanità e, in esso, come nella fiaba si nascondono insegnamenti e messaggi da decodificare. Nella sua apparente giocosità a scopo di intrattenimento (era molto usato durante i banchetti o alle corti aristocratiche) nasconde veri e propri messaggi. Lo stesso responso dell’oracolo poteva essere formulato come indovinello o enigma. Indovinare deriva dal latino in divinare, ossia entrare nel linguaggio riservato alle divinità e conoscere l’ignoto. La capacità di indovinare fa appello alla facoltà di immaginare, creare associazioni tra le parole date (che hanno più interpretazioni) e trovare una parola che risponda al quesito. Nella fiaba L’Indovinello dei Fratelli Grimm è presente una sfida ad indovinelli, dove una principessa, superba e sicura della sua bellezza, proclama una sfida di indovinelli: se lei avesse indovinato, lo sfidante sarebbe stato ucciso, al contrario se lei non fosse riuscita a risolvere l’indovinello, sarebbe andata in sposa allo sfidante. Così 9 giovani furono condannati a morte per non aver saputo risolvere l’indovinello da lei proposto, fino a quando, il decimo giovane riesce a proporre un indovinello che la principessa risolverà ma solo con l’inganno. Scoperta sarà condannata a sposare il giovane. 
Questo, a grandi  linee, il viaggio del 10° giovane verso il palazzo della Principessa:
… il cavallo (del giovane) stramazzò a terra… Dei corvi si posarono sul cadavere del cavallo per mangiarselo, ma siccome la carne era avvelenata, si avvelenarono anch'essi e caddero a terra. Tre di essi furono raccolti (…) e fatti tagliare a piccoli pezzi ne fece il ripieno per tre pagnotte. La mattina dopo incontrò dodici malviventi a cui donò le tre pagnotte e anche questi morirono avvelenati. Raggiunta la principessa, le pose questo proverbio:

-Al primo colpo uno, al secondo colpo tre, al terzo colpo dodici: come si spiega?-. 

La principessa rifletté ma non seppe trovare la soluzione, avendo a disposizione tre giorni di tempo per dare la soluzione, mandò per due notti le sue fantesche nella camera del giovane per farlo parlare nel sonno; la terza notte andò lei stessa, riuscendo a farlo parlare, ma mentre lasciava la stanza, l’uomo le rubò la veste che fu usata come prova per dimostrare l’inganno con cui la principessa gli aveva estorto la soluzione dell’indovinello.

Il cibo nelle fiabe

La casetta di marzapane in Hansel e Gretel
Illustrazione tratta da "Il mio Amico" ed. Garzanti

Briciole di mollica di pane, pranzi sontuosi dove tutti mangiano felici e contenti, casette di marzapane, mele avvelenate, così il cibo abbonda nelle fiabe, accompagnando i protagonisti nel bene e nel male. A volte i protagonisti diventano loro stessi del cibo, basti pensare a bambini che vengono mangiati dal lupo o dall’orco. Il cibo, di solito la sua mancanza, dà la spinta alla storia: genitori poveri che non sapendo come sfamare i propri figli li abbandonano (Pollicino o Hansel e Gretel); la fame spinge Hansel e Gretel ad avvicinarsi alla casetta fatta di marzapane e focacce, diventando da bambini/affamati a bambini/cibo per la vecchia cannibale che abita proprio nella casa. Intorno al forno, dove il fuoco arde in attesa di cuocere il piccolo Hansel, si muove la scena, non più il focolare della rassicurante vita domestica ma la fornace dalla bocca incandescente che darà la morte. La favola di Cappuccetto Rosso inizia con la bambina che deve portare il cibo alla nonna e anche lei finisce per essere mangiata. Nella favola de La Bella Addormentata nel Bosco la principessa rischia la morte per non aver assegnato ad una fata un posto a tavola. La tavola era molto sfarzosa perché si festeggiava la nascita della principessa: posate d’oro e diamanti; non essere invitati a tavola, simbolo della condivisione, di appartenenza ad un gruppo scatenerà l’ira della fata esclusa. Esclusa anche dalla ricchezza e dalla società, bisogna infatti pensare che in epoche in cui il denaro non esisteva, il cibo era ciò su cui si basava il sistema del baratto, consentendo quindi la possibilità di scambio e quindi di miglioramento. E mentre nei focolari dei contadini o dei 7 nani c’è una pentola in cui bolle il semplice frutto della terra, come verdure e legumi, nei focolari dei ricchi, cucinati dalla servitù del palazzo, ci possono trovare un maiale arrosto o della selvaggina. La selvaggina era dono molto gradito tra le classi più alte, basti pensare al gatto con gli stivali che donando al re della selvaggina farà la fortuna del Marchese di Carabas. Il cibo è nutrimento e donare cibo è donare la vita. Il cibo più donato, spesso come dicevamo come paga, è il pane. Bianco come la farina se sulle tavole di qualche re, oppure nero ottenuto con farine di grano scuro quando lo vediamo (con la fantasia) sulle tavole dei contadini. Le molliche di pane, delle fiabe di Pollicino di Hansel e Gretel, fanno pensare alle ultime briciole rimaste nelle loro abitazioni da cui vengono allontanati perché di quell’alimento ormai sono rimaste le briciole. Nelle Avventure di Pinocchio il cibo quando appare in abbondanza è presagio anche di pericolo: la cena al Gambero Rosso con il Gatto e la Volpe è abbondante e colorata, servita in un luogo caldo, ma dietro l’angolo c’è l’agguato dei due commensali; il pescatore verde catturerà Pinocchio e, scambiandolo per un buffo pesce, cerca di friggerlo; la povertà del cibo è invece nella casa di Geppetto, dove anche la pentola è dipinta – come il fuoco - sulla parete, quindi è immagine, è cibo sognato e, ciò che il burattino Pinocchio può mangiare, sono tre pere e un po’ di pane secco in una casa fredda ma sicura, dove il burattino è all’oscuro delle avventure che lo attenderanno.

Raperonzolo e la maga Gothel


Raperonzolo è una fiaba della tradizione europea, pubblicata dai fratelli Grimm nella raccolta Fiabe (1812-1822) col titolo originale Rapunzel. La nostra Raperonzolo, proprio come le verdure da cui prende il nome, vive nascosta in parte, infatti la sua parte inferiore del corpo non si vede quando si sporge dalla torre ma si nota “il ciuffo”, ossia la testa contornata da splendidi capelli dorati e lunghissimi. La parte inferiore del corpo viene reclusa dalla maga quando Raperonzolo raggiunge l’età di 12 anni e una bellezza unica. Raperonzolo divenne la più bella bambina del mondo, ma non appena compì dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre alta alta che non aveva scala nè porta, ma solo una minuscola finestrella in alto. 
Questa prigionia è un negare la femminilità della ragazzina che sta sbocciando e che la maga, per gelosia, non vuole possa essere ammirata ed amata da un uomo. Nella fiaba il nome Raperonzolo deriva dalla voglia di raperonzoli che la madre della bambina aveva durante la gravidanza: vedeva i raperonzoli nel giardino della maga e li desiderava talmente tanto che il marito andrà a rubarli ma, scoperto dalla maga, Gothel, questa per lasciarlo in vita gli fa promettere che alla nascita, avrebbe consegnato a lei la bambina. Nella tradizione popolare, giunta fino ai nostri giorni, si ritiene sia pericoloso non soddisfare le “voglie” che assalgono la donna durante la gravidanza e chi le sta intorno è tenuto a fare il possibile per soddisfarle. Il padre di Raperonzolo ha così sfidato il male (la maga), si è intrufolato nel giardino recintato della maga e infine ha dovuto ripagare il male che aveva sfidato, promettendo la figlia a lungo desiderata. Il giardino rappresenta un luogo esoterico e magico (vi rimando al post La magia del giardino) dove dalla terra nascono alimenti per il sostentamento dell’uomo e dove quegli stessi alimenti marciscono andando a nutrire la terra e le nuove piante che nasceranno; violare un luogo magico non può non portare che effetti devastanti. La maga Gothel aveva nascosto il corpo della giovane ma aveva sottovalutato un’altra sua forma della sua bellezza: la voce o, meglio, il canto. Fu proprio sentendola cantare che un principe passò da sotto la torre e se ne innamorò. Anche lui come aveva visto fare alla maga Gothel chiamò Raperonzolo: “Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli che per salir mi servirò di quelli!”. Aggrappato ai suoi capelli salì nella torre e così fece per tanti giorni. Quando la maga se ne accorse, tagliò le trecce a Raperonzolo e l’abbandonò nel deserto dove dette alla luce 2 gemelli. Intanto il principe, salito sulla torre trovò la maga, disperato, si gettò giù dalla torre: si salvò ma perse la vista da entrambi gli occhi. Triste errò per i boschi nutrendosi solo di erbe e radici e non facendo altro che piangere. Alcuni anni più tardi, capitò nello stesso deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti con i suoi bambini. La sua voce gli parve nota, e nello stesso istante anch’ella lo riconobbe e gli saltò al collo. Due lacrime di lei gli inumidirono gli occhi; essi si illuminarono nuovamente, ed egli potè‚ vederci come prima. 
La bella Raperonzolo, rinchiusa in una torre senza porta e finestre da cui sembra impossibile uscirne, ci riuscirà grazie alle sue forze: la voce e i lunghi capelli. Una voce che incanta e fa avvicinare il principe, ossia l’amore; i capelli che come la voce fluttuano nell’aria, apparentemente fragili ma in realtà talmente forti da fungere da scala su cui sale, da prima il male (la maga) e poi il bene (il principe).
Sul blog Farfalle Eterne un'analisi di Raperonzolo e i suoi capelli

La fanciulla senza mani

Immagine di Nadia Magnabosco
Un mugnaio, un mulino, un melo, una figlia e una madre. Sono questi i primi personaggi che compaiono nella fiaba dei Fratelli Grimm La Fanciulla senza mani (trama). Personaggi miseri, inattivi: il mugnaio è vecchio e fatica a spaccare la legna; il mulino produce poco, così come il melo che è solo uno, isolato, non fa parte di un frutteto; la figlia è una bocca da sfamare; la madre, come vedremo è vittima del padre, quindi non ha capacità di decidere o di opporsi al volere del marito. A cosa dovrebbe opporsi la donna? Alla volontà del marito di consegnare la figlia al diavolo in cambio di ricchezza. Ma la madre non si oppone allo scambio e non si oppone quando il diavolo chiederà al padre di tagliare le mani alla figlia. La figlia acconsente alla volontà del padre ma dopo ciò, lascerà di sua volontà (prima decisione che prenderà) la casa paterna. Le mani rappresentano il senso del tatto, il contatto con il mondo esterno che il padre, con l’amputazione, rende impossibile. La fanciulla non potrà toccare ma nemmeno afferrare, prendere è priva quindi di possessi, non può stringere nessuna cosa che può chiamare “sua”. Ma se ne andrà. Da questo momento la fanciulla è un’ eroina che vaga, simile a Pelle d’Asino, andrà in altri luoghi che, dopo varie traversie, l’accoglieranno, ma non passivamente perché lei in questo nuovo luogo porterà qualcosa di suo per cui verrà apprezzata e, soprattutto, riconosciuta come individuo. Mentre vaga sola e mutilata arriva all’esterno di un giardino, circondato da un fossato. E’ una notte illuminata dalla Luna.

Harry Potter e Cenerentola: la bacchetta magica

Per il primo giorno di scuola, un bambino come tanti altri deve avere almeno un quaderno e una penna, ma un bambino-maghetto che deve entrare nella scuola della Magia e della Stregoneria, esclusiva per maghi, ha bisogno di una bacchetta magica. Così il piccolo Harry Potter va a scegliere la bacchetta magica che in realtà, come dice il mago-venditore (il signor Olivander) è la bacchetta che sceglierà te! Dopo aver visto questa scena del film mi è venuta l’idea per questo post. Un intero negozio di bacchette magiche non poteva, d’altronde, non colpire la mia immaginazione e anche il mio senso di giustizia. Sì proprio di giustizia, perché da piccola, mi chiedevo come mai le bacchette magiche, fossero magiche solo per alcuni e non per tutti. Avevo il vizio di criticare le favole fin da piccola, come potete capire.
Si può pensare ad un mago privo di bacchetta magica? E una fata, non sembrerebbe forse meno elegante? Come, d’altronde, una strega cattiva senza bacchetta apparirebbe meno forte e meno potente. Attraverso la bacchetta il mago trasmette la sua energia positiva o negativa sulla persona o l’oggetto a cui è destinata la magia: di solito una trasformazione o un incantesimo.
Rabdomante
foto wikipedia
Ma quali le origini di tale oggetto? Se nel termine bacchetta includiamo asticelle e bastoncini in genere, sappiamo che in alcuni murali rinvenuti nelle caverne ci sono esseri umani rappresentati con delle asticelle in mano; anche la maga Circe è fornita di bacchetta magica. In passato, la bacchetta era sicuramente simbolo di autorità o di potere, da cui il modo di dire: comandare a bacchetta, per indicare chi comanda in modo autoritario e non ammette repliche. La bacchetta rispecchia l’antico, primitivo legame tra l’uomo e l’albero, l’albero vivo che ha energia e trasmette vita; pensiamo a Mosè che nella Bibbia utilizza una verga per far sgorgare acqua dalle rocce, come un rabdomante, fornito di una bacchetta di legno che “magicamente” trova acqua e filoni di metalli.
Il ramo d’oro, dell’antropologo James Frazer, un saggio sulla magia, prende il nome dal ramo d’oro, sacro a Proserpina; Enea, se vorrà tornare dagli Inferi, dove facilmente vi può accedere ma dal quale è difficile ritornare, dovrà trovare il ramo d’oro e regalarlo a Proserpina. Anche questo è una sorta di bacchetta che permette un “trasferimento” da un’altra dimensione, anche se il ramo d’oro non è un vero e proprio conduttore di energia magica.
Nelle favole, a volte, la bacchetta magica è accompagnata da una formula misterioso, come canta la fata Smemorina nella versione Disney di Cenerentola:
Salaga doola, mencica boola, bibbidi bobbidi boo,
mettile insieme e che accade laggiù?
bibbidi bobbidi boo.salaga doola, mencica boola, bibbidi bobbidi boo,
fa la magìa tutto quel che vuoi tu,bibbidi bobbidi boo.
Con salaga doola puoi, far tutto quel che vuoi
ma la frase però che tutto può è bibbidi bobbidi boo.
ooh! salaga doola, mencica boola, bibbidi bobbidi boo,
lala lala lala lala lalà, bibbidi bobbidi, bibbidi bobbidi,bibbidi bobbidi boo!

Giona, Pinocchio, il Barone di Munchhausen e il Soldatino di Piombo...Viaggio dentro il ventre della "balena"


Tanti sono i personaggi fantastici che si sono ritrovati, dopo essere stati ingoiati, a vivere all’interno del ventre di animali marini mostruosi identificati con balene, pescecani o mostri mitologici o biblici. E forse proprio il libro biblico di Giona, dove il protagonista rimane nel ventre del pesce (forse un mostro citato nel libro di Giobbe e simbolo del caos primordiale) ha influenzato gran parte della letteratura fantastica successiva. Giona rimane tre giorni e tre notti, rivolgendo a Dio una preghiera, e solo a quel punto, dietro ordine divino, il pesce vomita Giona sulla spiaggia, restituendogli la libertà. 
Nel Vangelo di Matteo 12,40 ritroviamo: Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.  I tre giorni trascorsi da Giona nel ventre del mostro sono ricollegabili alla resurrezione di Gesù, secondo il simbolismo biblico, i tre giorni sono considerati lo spazio di tempo al di là del quale la morte è attestata come certa. 
Nella letteratura cavalleresca troviamo un tale esempio proposto da Ludovico Ariosto nei suoi Cinque Canti, aggiunti e poi tolti dall'Orlando furioso, dove a finire nel ventre di una balena è Astolfo ad opera della maga Alcina che rapì Astolfo, con l’aiuto di una balena: quando Astolfo si trovò nelle vicinanze di questa balena, la scambiò per un’isola e venne così catturato.

Animali nelle fiabe: l'Asino


La caratteristica principale che distingue la favola dalla fiaba è proprio il fatto che nella favola i protagonisti sono degli animali (parlanti e con caratteristiche umane) mentre nelle fiabe sono personaggi “umani” mentre l’aspetto magico e irreale è ricoperto da fate, folletti, streghe, ecc. Le prime favole che conosciamo risalgono ad Esopo (ca 620 a.C. – ca 560 a.C.) e Fedro (ca 20 a.C. – ca 50 d.C.), entrambi schiavi, e che proprio grazie all’uso della figura allegorica dell’animale raccontavano la realtà quotidiana; gli animali erano quindi una sorta di maschera, che umanizzati e dotati di una psicologia fissa (la volpe astuta; il gatto opportunista; il cane fedele e così via...) esprimevano in modo libero critiche alla società del tempo. Anche La Fontaine esprimeva il suo pensiero sul potere dominante in Francia attraverso le favole, proponendo un tipo di antropomorfismo di denuncia politico-sociale attraverso le vicende di animali che incarnavano le diverse categorie sociali presenti nella realtà in cui La Fontaine viveva. 
Francobollo "Razze italiane di 
asini tutelate" emesso il 22/09/2007
Bozzettista: Anna Maria Maresca.
Si allontana dall'ambito strettamente politico-sociale Hans Christian Andersen, il quale esprime attraverso le sue opere il conflitto interiore e intimo del diverso e della diversità: Il Brutto Anatroccolo dove l’anatroccolo antropomorfo ci comunica il suo disagio nell’essere diverso e il suo desiderio di essere accettato dagli altri. E come non pensare al più recente pulcino nero Calimero
Tra i tanti animali il più bistrattato sembra essere l’asino; lo immaginiamo sempre “a lavoro”, carico e ragliante; spesso preso a bastonate o deriso per la sua stupidità. Ma non è sempre stato così mal considerato. L’asino infatti è, allo stesso tempo, simbolo di sapere e ignoranza. Nella mitologia egiziana, l’asino, animale sacro a Seth (rappresentato con orecchie asinine), è simbolo di malvagità. Al contrario, per i popoli indoeuropei è simbolo di regalità e saggezza, in particolare per gli Ittiti. L'asino, animale indispensabile, in passato, come bestia da soma, accompagnava il lavoro dei campi, il sostentamento per la vita, il mezzo con cui guadagnarsi il cibo e quindi simbolo di vita. Pensiamo a come nelle rappresentazioni sacre rivesta un ruolo fondamentale, pensiamo all’asino che trasporta Maria in fuga in Egitto o l’asino che trasporta Gesù quando entra in Gerusalemme; le sue misure lo rendono non imponente e veloce come il cavallo ma più lento, al passo e all’altezza della folla: uomo ed asino si guardano negli occhi. Nella fiaba Pelle d'Asino di Perrault il desiderio del padre-re di sposare la figlia alla morte della regina-madre è interpretato come atteggiamento incestuoso, e la sporca pelle di asino con cui la giovane si ricopre simboleggia l’aspetto peccaminoso di questo rapporto perverso.  Il personaggio di Lucio, protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio (seguace di Iside i cui sacerdoti, per motivi rituali, impiegavano l’asino come cavalcatura) è probabilmente il testo da cui Collodi attinge per il suo Pinocchio che come Lucio viene trasformato in asino. Entrambi vengono trasformati e condannati ad una dimensione inferiore (l’asino, appunto) e dopo varie prove raggiungeranno un nuovo stadio: uomo libero Lucio e bambino in carne ed ossa il burattino. Marius Schneider, massimo esperto dei significati simbolici della musica, sottolinea il rapporto tra il suono del tamburo, la voce del morto e il raglio dell’asino che, secondo l’insegnamento di molte scuole tradizionali, costituisce un legame con le forze occulte del cosmo.

La mia amica Clorinda di Romina Tamerici


Sul blog di Romina Tamerici
potete acquistare
La mia amica Clorinda
L’autrice, Romina Tamerici, definisce La mia amica Clorinda un libro tra la fiaba e il racconto fantasy. Quello che distingue La mia amica Clorinda dalle fiabe classiche è il fatto che i personaggi di Magiliegia (il luogo fantastico dove si svolge la vicenda) non sono mai totalmente buoni o totalmente cattivi, proprio – come scrive Romina nella prefazione – per lasciare intendere che tutto è possibile non solo in un magico mondo immaginario ma anche nelle vostre vite.
Ma chi è Clorinda? È una fatina di Magiliegia e il suo compito - quasi tutte le fate hanno un compito - è quello di proteggere animali e piante. Clorinda ha bisogno dell’aiuto di un umano buono per salvare la sua migliore amica, la fatina Gocciolina, custode delle acque, che rischia di morire; forse il messaggio che si cela in questa morte è la fine dell’acqua da cui il nostro pianeta sembra minacciato. Comincia così un’avvincente avventura per Clorinda e la nuova amica Agata, l’umana buona che l’aiuterà. Una storia dolce e magica, dove il lettore si trova a fare il tifo per la minuscola fatina Clorinda, accompagnata per mano o, più spesso, nascosta dentro le tasche della sua bambina amica Agata; Agata si lascia condurre in luoghi sconosciuti seguendo l'unica bussola che conosce: il suo cuore.

Illustrazione di Nicoletta Vanotti 


Gocciolina, prigioniera di un uomo che pensa di guadagnare soldi esibendola agli altri umani.


Illustrazione di Nicoletta Vanotti

…il castello e il terreno circostante erano protetti interamente da una sorta di cupola inattaccabile…Clorinda strofinò le sue piccole manine sugli occhi colmi di lacrime e, poi, le appoggiò pian piano sulla cupola trasparente. Come se quelle piccole dita fossero state infuocate, nella cupola si creò un minuscolo varco.

Clorinda, la fatina, ed Agata, l’umana buona, ancora oggi continuano a vedersi e ricordano quella brutta avventura ora che possono dire che tutto si è risolto per il verso giusto: nessuna fata crudele è ormai più in circolazione, l’odio è stato sconfitto dal cuore e dall’amicizia nata tra  una fatina e una bambina, oggi ormai una donna.

I tre porcellini: Timmy, Tommy e Gimmy


I tre porcellini è stata raccolta e pubblicata da James Orchard Halliwell-Phillipps e probabilmente scritta da Jacobs Joseph (1854–1916); nella versione originale i tre protagonisti non hanno un nome ma sono indicati come porcellino piccolo, medio e grande; mentre nella versione prodotta da Walt Disney i tre porcellini si chiamano Timmy, il Pifferaio (Fifer Pig), Tommy, il Violinista (Fiddler Pig) e Gimmy il Pratico (Practical Pig), e anche la storia ha qualche particolare diverso da quella originale: in Disney il fratello maggiore dà ospitalità ai due fratelli più piccoli, ai quali il lupo ha distrutto le casette di paglia e di legno, e può così salvarli; nella fiaba originale i due fratelli minori vengono mangiati dal lupo.
La mamma invita i 3 porcellini a lasciare la casa materna (non c’è un padre) e a costruire le loro case, raccomandando loro di stare attenti al lupo. La casa è qui simbolo della vita, la mamma, invitando i figli a costruirsi una casa, li invita a costruirsi una vita, in senso più ampio una “sede” e un ruolo nel mondo esterno dopo che per anni sono vissuti nella casa materna.
Il primo porcellino, il più giovane, costruirà una casa di paglia. Il secondo dirà (frase che nella traduzione italiana manca): “Io ne costruirò una più forte della tua, I shall build a stronger house than yours; e il terzo (il più anziano): “Anch’io costruirò una casa più forte delle vostre”.
Una di paglia, una di legno e l’ultima, che richiederà più tempo per la costruzione, di mattoni. Le due prime casette crolleranno sotto il soffiare del lupo che così mangerà i due porcellini.
Quando la casa di mattoni non crollerà, il lupo penserà: “Questo è un porcellino intelligente; se lo voglio catturare devo fingermi suo amico”. Il lupo riconosce la superiorità del porcellino e il fatto che questa superiorità comporti per lui un “problema” da risolvere; sceglie di risolverlo utilizzando l’inganno.
Inganno in cui il porcellino non cade; stremato dai tentativi, il lupo si calerà dal camino dove il porcellino ha messo a bollire un pentolone d’acqua in cui il lupo morirà cotto! La versione inglese si conclude con “Il terzo porcellino era troppo intelligente per lui (il lupo)”.
L’intelligenza vince, quindi, sulla ferocia e gli istinti famelici del lupo. Il porcellino più anziano nel sottolineare che avrebbe costruito una casa più forte delle altre due, prende atto dell’incapacità dei due fratellini di fronteggiare le insidie della vita (il lupo) e decide, non prendendo esempio da loro, di fare diversamente.
I due fratellini minori vengono mangiati dal lupo ma queste “morti” altro non sono che morti simboliche: non muore il porcellino, bensì un livello più immaturo di sviluppo (prima il porcellino minore e poi il mezzano) fino a far trionfare alla vita la parte più matura che si è adattato alla vita dopo aver combattuto i suoi ostacoli  e quindi, proprio grazie a questa crescita, continua a vivere.
Così, come sono un simbolo i porcellini lo è anche il  lupo; il lupo è l’insidia e l’inganno verso cui possono imbattersi i porcellini (e i bambini che ascoltano la fiaba); la fame implacabile del lupo che divora senza tregua ricorda la ricerca del piacere dei porcellini più giovani che trascurano il dovere di costruirsi una casa sicura per poter invece giocare e cantare e lasciarsi andare al divertimento. La fiaba sembra dirci che chi si lascia travolgere dagli istinti legati esclusivamente al piacere rischia di soccombere.
Mentre il lupo si procura il cibo distruggendo e minacciando, il porcellino anziano invece, usa la sua intelligenza ed astuzia per procurarsi il cibo che il lupo stesso gli indica dove trovare con l’intento di farlo cadere in trappola.
Ma questo porcellino ha capito, attraverso la morte simbolica della sua parte minore e di quella mezzana, che per proteggersi dai pericoli della vita deve impegnarsi duramente costruendo una casa sicura e usare l’intelligenza per ingannare il lupo.