martedì 26 marzo 2013

Hans Christian Andersen, una vita da favola

Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca. 
Figlio di un calzolaio che fabbricava scarpe (chissà se è casuale che le scarpe abbiano così grande importanza nelle sue fiabe, pensiamo a Scarpette rosse, le scarpe mancanti della piccola fiammiferaia, Le soprascarpe della felicità, la Sirenetta; vedi post "Scarpe e fiabe"); padre che gli trasmette l’amore per l’arte e in particolare la musica. A soli undici anni Andersen rimane orfano di padre, mentre la madre vedova inizia il mestiere di lavandaia, priva di cultura e molto superstiziosa, fu per il figlio il contatto col mondo del folklore e del mistero fiabesco. Divenne alcolizzata e morì nel 1883 in una casa di riposo per anziani indigenti.
Del padre scriverà: 
Immagine ritagliata su carta da Andersen 
Copyright ODENSA BYS MUSEER.
"Mio padre esaudiva tutti i miei desideri. Io ero completamente padrone del suo cuore, egli viveva per me. La Domenica mi fabbricava stereoscopi, teatrini e quadri, mi leggeva dei passi dalle commedie di Holberg e dai Racconti Arabi. É solo in quei momenti che posso dire di averlo visto davvero felice, perché non era mai stato soddisfatto della sua vita di artigiano."Spinto da un'indole schiva e pervaso di una sensibilità accesa e morbosa, raramente frequenta i propri coetanei, preferendo restare sdraiato in solitudine all'ombra dell'"unico cespuglio di uvaspina" nel cortile di casa o seguendo i ruscelli, aggirandosi per la campagna.
Dotato di talento come cantante viene giudicato troppo magro per calcare le scene. Il suo insegnante ha l'abitudine di ripetergli: "sei un ragazzo stupido, non combinerai niente di buono." Si sostiene che fosse affetto da dislessia, in ragione dei numerosi errori ortografici che commetteva, ma molto più probabilmente essi erano dovuti alla frammentarietà della formazione scolastica ricevuta nell'infanzia. In ogni caso, non sono pochi i problemi che deve affrontare nel periodo di formazione. Quasi tutti lo giudicano svogliato e introverso, divenendo oggetto di scherno da parte degli altri allievi. Tutto ciò gli faranno successivamente ricordare tale periodo come "un solo, lungo supplizio". Adesso era felice di avere sofferto pene e travagli, perché lo avevano reso capace di godere pienamente dei piaceri e della gioia che lo circondava; perché ora i grandi cigni nuotavano intorno al nuovo venuto, e gli carezzavano il collo con i loro becchi, porgendogli il benvenuto". (Il Brutto Anatroccolo).

giovedì 21 marzo 2013

Oltre lo specchio: Alice, la Regina Grimilde, la Regina delle Nevi...

ll martedì grasso del 7 febbraio del 1497 gli specchi furono oggetto dei Falò delle vanità voluti da Girolamo Savonarola, poiché considerati oggetti peccaminosi, al pari dei gioielli o dei vestiti lussuosi che furono messi al rogo quello stesso giorno in Piazza della Signoria. 

Le fiabe vivono di mistero, immaginazione, riflessione non poteva quindi non essere presente lo specchio, che ha queste caratteristiche innate, in tanta parte della produzione letteraria; lo specchio fa immaginare, fa riflettere e riflette, ed è simbolo di mistero. Lo specchio riflette la nostra immagine e ci pone di fronte al nostro doppio, uguale, anche se ci cambia la nostra destra con la nostra sinistra. Ma lo specchio e lo specchiarsi per rivedere la propria immagine ha sempre attratto gli uomini, basti pensare a Narciso che si ammira in uno “specchio d’acqua”. Specchio tentatore che con il tempo si riteneva catturasse l'anima di chi vi si rifletteva rendendolo schiavo delle sue malie, per questo si riteneva fosse opera del diavolo. Ancora oggi rompere uno specchio si dice porti 7 anni di disgrazie, con il suo frammentarsi infatti, parte della nostra anima, in esso intrappolata, andrebbe distrutta. Si consideri la fiaba di Andersen La Regina delle Nevi: qui il frantumarsi di uno specchio è origine delle vicende dei protagonisti: 
“Un giorno era proprio di buon umore (il diavolo), perché aveva costruito uno specchio che aveva la facoltà di far sparire immediatamente tutte le cose belle e buone che vi si rispecchiavano, come non fossero state nulla; quello che invece era brutto e che appariva orribile, risaltava ancora di più. I più bei paesaggi sembravano spinaci cotti, e gli uomini migliori diventavano orribili o stavano schiacciati a testa in giù; i volti venivano così deformati che non erano più riconoscibili, e se qualcuno aveva una lentiggine, allora poteva essere ben sicuro che questa si sarebbe allargata fino al naso e alla bocca.” 

giovedì 14 marzo 2013

Il Grillo Parlante (seconda parte)

Illustrazione di Roberto Sgrilli
Il Grillo Parlante (prima parte)

Nel capitolo XIII il Grillo Parlante appare a Pinocchio di notte su un tronco d'albero come un "piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente": autodefinendosi "l'ombra del Grillo-parlante" lo esorta, senza successo, a tornare da Geppetto portando i quattro zecchini d'oro che il burattino stava andando a sotterrare nel Campo dei miracoli. Non c’è ancora alcun tentennamento in Pinocchio che, di fronte all’ombra del Grillo che lui stesso ha ucciso, risponde bruscamente. Ma di nuovo il Grillo, risponde con la sua calma di saggio: 
– Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni! Dai retta a me, ritorna indietro.
Poi saluta Pinocchio:
– Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini! 
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia di prima. 
La coscienza di Pinocchio (rappresentata dal grillo) si oscura di nuovo; Pinocchio prosegue al buio della sua coscienza, come fosse ormai accecato dalla sua caratteristica principale, ossia disubbidire. Pinocchio continua a non avere una coscienza interiore (che non ha mai avuto) e nemmeno esteriore (che ha ucciso con una martellata), tuttavia la coscienza riaffiora dall’inconscio, anche se in modo lieve, come una luce pallida. 
Il grillo avverte Pinocchio di stare attento agli imbroglioni che fanno promesse improbabili, ma, ignorato dal burattino, gli augurerà che il cielo lo protegga dalla guazza e dagli assassini, come dire che solo il cielo, a questo punto, può proteggere Pinocchio (che non vuole proteggersi da solo). 
Nel capitolo XVI il Grillo parlante compare come uno dei tre medici (insieme al Corvo e alla Civetta) accorsi al capezzale di Pinocchio nella casa della Fata, dove, sgridando il burattino per il suo comportamento, riesce a farlo rinvenire. Di nuovo Pinocchio comincerà a piangere dalla vergogna.

domenica 10 marzo 2013

Il Grillo Parlante (prima parte)

Il Grillo Parlante (seconda parte)
Siamo nel capitolo IV delle Avventure di Pinocchio, quando il burattino incontra il Grillo parlante. Pinocchio è appena nato ma ha già disubbidito al povero Geppetto, facendolo per il suo comportamento addirittura arrestare, si è allontanato da casa come un piccolo vagabondo; dopo tutto ciò è necessario che gli venga data una coscienza. Ma è di legno il nostro burattino, non ha un animo, ha piuttosto un temperamento, dove poter collocare la sua coscienza? I suoi pensieri più interiori? In qualcosa o qualcuno di esterno: un Grillo Parlante, appunto.
Giunto dinanzi a casa, trovò l’uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza.Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece:Crì - crì - crì!
Pinocchio e il Grillo Parlante di Alessandra Liberato (sito personale)

Pinocchio è contento di essere tornato a casa ma quella contentezza è interrotta dalla sua coscienza che si presenta con un cri-cri. E’ forse quello che noi chiamiamo “campanellino d’allarme” che a volte, in un momento di contentezza, come per il nostro Pinocchio, suona dentro di noi, avvertendoci che forse non è il caso o non meritiamo questa contentezza o tranquillità. Come mettere a tacere questa coscienza? Pinocchio lo fa con un colpo di martello che lancia contro il Grillo, colpendolo e uccidendolo.

– Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da più di cent’anni.– Oggi però questa stanza è mia, – disse il burattino, – e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.
Il Grillo ha sempre vissuto in quella casa, da solo o con Geppetto che però ha una sua coscienza, quindi possiamo pensare che, fino ad allora, il Grillo era osservatore muto della vita umile e laboriosa del falegname Geppetto. Pinocchio non è disposto a condividere la stessa stanza con la sua coscienza, la vuole mandare fuori casa e senza che questa si volti indietro, ossia senza guardarlo in faccia. Uno specchio che, con vergogna, potrebbe riflettere i suoi comportamenti da indisciplinato burattino.

giovedì 7 marzo 2013

Fiabe e Figurine in mostra!

1899 Cappuccetto Rosso
Pubbblicità Grandi magazzini
Au Bon Marchè
Pollicino, 1907 Disegno di Richard Scholz
Ed. F. Dreser Amburgo
Più di 300 figurine e materiali affini presenti nella mostra "Cammina Cammina" che si terrà al Museo della Figurina a Modena dall’8 marzo al 14 luglio 2013. Il percorso di mostra si snoda attraverso sezioni tematiche. Si comincia con 'Il racconto', il vero strumento per la diffusione della fiaba che, nata oralmente, è circolata per secoli di bocca in bocca prima di essere fissata in forma scritta. I luoghi naturali in cui è venuta alla luce sono i bivacchi, le corti, le aie e i mercati, tutti i luoghi in cui gli uomini hanno incrociato i propri percorsi e cercato riposo dalle fatiche quotidiane.
Si continua con 'I luoghi', spazi dalla natura fortemente simbolica che, oltre a proiettare nella concretezza della topografia le tappe dell’esistenza di chi l’attraversa, incarnano la miriade di sensazioni e aspetti psicologici dei personaggi: così 'La strada' rimanda allo smarrimento e alla conquista, alla fatica e alla pace; 'Il focolare' alla sicurezza di una situazione certa che deve in qualche modo cambiare e 'La soglia' al passaggio da una condizione all'altra. Il cammino è anche il tentativo di conquista verso uno status di maggiore ricchezza e riconoscimento.

domenica 3 marzo 2013

Animali nelle fiabe: il Lupo

Immagine di Gustave Dorè
Vedi il post La Storia illustrata di Cappuccetto Rosso

Il percorso che Cappuccetto Rosso intraprende nel bosco per andare a trovare la nonna è un percorso lineare (non ci sono intoppi e lei cammina lungo un sentiero) ed abituale (andava quotidianamente dalla nonna a portarle provviste e medicine) ma, come accade nelle favole, ad un certo punto il percorso viene interrotto, ostacolato o, per scelta del protagonista, abbandonato. Abbiamo già visto alcuni che lasciano “la strada vecchia per quella nuova” primo fra tutti Pinocchio. L’interruzione del percorso costituisce quasi sempre nella fiaba l’inizio della crescita del protagonista, l’annuncio di un cambiamento. Cappuccetto abbandona il sentiero familiare e sereno – è infatti arricchito di fiori, farfalle ed uccellini che cantano - e su invito del lupo va a cercare fiori da portare alla nonna, immergendosi nello sconosciuto bosco. Il lupo rappresenta l’arrivo del pericolo per la bambina: Cappuccetto sta per concludere il periodo dell’infanzia e sta diventando grande e per lei i pericoli, personificati dal lupo, aumentano. Sentite l’ammonimento che fa Perrault ad un certo punto: 
“Qui si vede che i bimbi, ed ancor più le care 

Bimbe, così ben fatte, belline ed aggraziate 

Han torto ad ascoltare persone non fidate 

Perché c’è sempre il lupo che se le può mangiare. 

Dico il lupo perché non tutti i lupi 
Son d’ una specie, e ben ve n’è di astuti 
Che, in silenzio, e dolciastri, e compiacenti, 
inseguon le imprudenti fin nelle case. 
Ahimè son proprio questi i lupi più insidiosi e più funesti! ” 

(Da I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault nel 1697).