Pinocchio un diverso da capolavoro

"Il giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale.
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll’inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare."
Pinocchio si difende a calci e gomitate e ottiene il rispetto e la stima dei compagni ma…siamo nell’ Italia di fine 800, senza pensare che Pinocchio ha piedi e gomiti di legno ben appuntiti dalla maestria di Geppetto. Quindi, tralasciando i metodi pedagogici del tempo, vediamo come ad un’analisi più generale del testo, la vera rivincita di Pinocchio al bullismo, all’essere visto solo come diverso, la possiamo trovare in quella corsa continua che per tutto Le Avventure lo vedrà protagonista del suo destino.
E’ vero che anche Pinocchio ha degli atteggiamenti “violenti” non appena prende vita con cui conosce e, forse, testa la pazienza del padre Geppetto, come rivelano i suoi occhi appena dipinti:
"Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso."
Lo studia, lo sfida ne misura il carattere? Chissà…
Pinocchio ha, comunque, una testa che non pensa perché di legno ma gli occhi si muovono, si muovono le gambe con cui dà un calcio a Geppetto, si muove la mano con cui gli strappa via la parrucca ma sono movimenti istintivi non guidati da un’intenzione.
A sottolineare ancor di più la diversità di Pinocchio sarà l’entusiasmo cui sarà accolto dai burattini di Mangiafuoco, sono tutti fatti del suo stesso legno, sono uguali a lui.
Illustrazione di Mussino tratta dal libro:
Carlo Collodi, "Le avventure di Pinocchio", Firenze, Marzocco, 1940
Fonte www.indire.it Licenza Creative Commons
"… Arlecchino smette di recitare, e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla platea, comincia a urlare in tono drammatico:
– Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio!...
– È Pinocchio davvero! – grida Pulcinella.
– È proprio lui! – strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla scena.
– È Pinocchio! è Pinocchio! – urlano in coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle quinte.
– È Pinocchio! è il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio.
– Pinocchio, vieni quassù da me, – grida Arlecchino, – vieni a gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno!
A questo affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta sulla testa del direttore d’orchestra, e di lì schizza sul palcoscenico.
È impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricevé in mezzo a tanto arruffio dagli attori e dalle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale." 
E’ forse l’unico momento delle Avventure in cui Pinocchio si sente “insieme” ed uguale: per lui Arlecchino ha interrotto lo spettacolo, ha smesso di recitare perché non c’è Mangiafuoco, non c’è pubblico (tutti in carne ed ossa) che possa fermare il riconoscimento del tuo simile. Viene accolto come un eroe, d’altronde è l’unico che non ha i fili e nemmeno Mangiafuoco potrà metterglieli, anzi, il burbero burattinaio si commuove di fronte alle storie del burattino e gli regala, oltre alla libertà, 5 zecchini d’oro. Lo paga perché possa essere libero: Mangiafuoco è una delle più grandi trasformazioni che Pinocchio riesce a fare.
Pinocchio è il burattino diverso che riesce a portare dalla sua parte chi i burattini diversi li utilizza e li usa per guadagnare soldi o per accendere il fuoco…Collodi non ci dice con che cosa Mangiafuoco farà accendere il fuoco dopo l’incontro con Pinocchio ma per quella sera dirà: “Pazienza! Per questa sera mi rassegnerò a mangiare il montone mezzo crudo, ma un’altra volta, guai a chi toccherà!...”
E così, consapevole della sua diversità, Pinocchio continua il suo viaggio per raggiungere Geppetto, portargli “una bella casacca nuova, tutta d’oro e d’argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario” e diventare un figlio come di deve.
Nel frattempo continuerà a correre da solo e a combattere sempre da solo contro nemici ed avversari che lo vogliono morto perché troppo vivo, lo vogliono imbrogliare perché troppo furbo, imprigionare perché troppo libero. Sì, Pinocchio è decisamente diverso.
Pagina dopo pagina diventa un diverso vincente, sempre più intraprendente, spinto dalla ricerca del padre con cui si congiungerà dentro il ventre del pesce-cane lontano dagli occhi degli altri, è un ventre che li accoglie in una gestazione da cui Pinocchio rinascerà come figlio che si prende cura del padre, smette di correre e rivolgendosi al padre/figlio: “Cammineremo pian pianino come le formicole”. I limiti del suo essere diverso in quanto burattino stanno per svanire.
Pinocchio ha finalmente costruito il suo capolavoro, ossia se stesso; l’arte ci insegna che il diverso fa spesso capolavori, pensiamo ad un Leopardi, pensiamo ad un Van Gogh, ai disagi che aveva un Michelangelo (alcuni psichiatri sostengono che avesse la sindrome di Asperger), osservare un Van Gogh, la cappella Sistina è come vedere la disabilità e la diversità che sono state immortalate in un capolavoro. Leggere Le Avventure di Pinocchio è anche questo, assistere all’evoluzione di una diversità che diventa capolavoro.

"L'Orco con le penne" - L'Orco contro la Luce

Fiaba ripresa da Italo Calvino nelle versione siciliana di Pitrè Il diavolo tra i frati, raccontata da Rosina Casini.
Il titolo L'Orco con le penne è denominazione di Calvino, nel testo siciliano si parla di una ben non definita “bestia” (le cui caratteristiche sono quelle note dell’orco).
In questa fiaba emergono molte caratteristiche dell’Orco: la prima, il cannibalismo, in particolare il protagonista predilige carne di cristiani qualità che lo fa accomunare alla figura del Diavolo; altra caratteristica simile all’orco è la conoscenza e la capacità di trovare soluzioni che lo avvicina agli oracoli.
Il cibarsi di carne umana è probabilmente legato all’identificazione dell’Orco con la Morte: come la morte decompone il corpo, lo scarnifica fino a far emergere solo le ossa, così l’azione della Morte è riversata nell’Orco che si nutre della carne, coincidendo anche con la figura del cannibale.
Il legame tra Orco e Morte sembra confermato da chi ritiene l’origine della parola derivante dal latino uragus, uno dei tanti nomi di Dio che suona come “ab origine” “da principio” e forse, dal mio punto di vista, ciò potrebbe collegare l’orco agli oracoli, alla capacità di prevedere in quanto già conosce.
Il George collega invece la parola Orco ad una origine greca “ergo” o “eirgo” traducibile con cingo, chiudo; ed anche ad orchos ed orkàne luogo oscuro, luogo chiuso da cui nessuno può fuggire.
Opera di Arcabas 

L’incipit della fiaba vede un Re gravemente ammalato che solo alcune penne strappate ad un orco possono salvarlo. Un giovane suddito accetta di andare a cercare l’orco e prendere le penne.
Proprio a sottolineare l’opposizione dell’orco/diavolo, il protagonista bussa ad un convento per chiedere indicazioni per raggiungere la casa dell’orco:
“Quando siete in cima alla montagna contate sette buche: la settima è quella dell'Orco. E voi scenderete in quella. In fondo a queste buche c'è un buio che non ci si vede di qua a là. Noi vi daremo una candela e dei fiammiferi, e cosí ci vedrete. Ma bisogna che andiate là a mezzogiorno in punto, perché a quell'ora l'Orco non c'è. Ci sarà la sua sposa, invece, che è una brava ragazza e vi avviserà di tutto. Perché se vi imbattete subito nell'Orco, vi mangia in un boccone.”
E’ evidente l’opposizione luce/oscurità; la tana dell’orco è sommersa dal buio, è il Priore del convento che darà luce al giovane suddito, come ad indicare la luce cristiana (quella temuta dall’orco) che ritorna ad esplorare un luogo di morte e peccato. Gli dice, inoltre, che dovrà aspettare mezzogiorno, ossia quado il sole è all’apice rispetto al suolo, quando nessuna ombra sarà possibile, solo luce. E’ l’ora in cui l’orco è assente poiché nel momento in cui il Sole (Dio) è alto, l’Orco/Diavolo non può esserci.
Fiaba simile I tre capelli d'oro del diavolo, dei Grimm

Salta nel mio sacco! Fiaba corsica raccolta da Italo Calvino

“Con questa fiaba, saggia e stoica, ho voluto che il libro si chiudesse” scrive Italo Calvino nell’ultima nota della sua raccolta.
E’ la storia di un uomo dotato di grande saggezza, equità e generosità, che da giovane chiede in dono ad una fata un sacco al cui interno può far entrare ogni cosa e un bastone che picchia a comando, e per tutta la vita li utilizza solamente a fin di bene.
Ottiene grandi ricchezze e riesce a farsi giustizia da solo, ma mai per scopi cattivi e sempre aiutando i più poveri e sfortunati. 
La sua vita, lunga e felice, si chiude anche in bellezza quando, ormai vecchio, chiede un ultimo favore alla morte arrivata a prenderlo, quello di rivedere la fata bellissima che gli donò la sua fortuna. E quando la fata gli chiede se desidera giovinezza, potere e salute, il nostro protagonista risponde “T’ho vista. Muoio contento” e dopo aver bruciato bastone e sacco perché non cadano in mani sbagliate, muore contento.

Sono molti i temi di questa fiaba: il rapporto tra i fratelli, il più piccolo che nasce sfortunato rispetto agli altri, temi di molte fiabe; voglio però soffermarmi, non tanto su di un tema, quanto piuttosto di un oggetto e della sua simbologia: il sacco.
Il sacco lo troviamo spesso nelle fiabe, a volte contiene il malcapitato, a volte sassi, a volte, ed è sicuramente il caso più affascinante, un’infinità di oggetti magici, un sacco senza fine, come un pozzo senza fondo o la più moderna borsa di Mary Poppins; ma sia il pozzo che la borsa sono dei sacchi!
Il sacco è quell’oggetto che non si sa cosa possa contenere che suscita quindi curiosità e fascino quando il personaggio di turno ne fa uscire oggetti e perfino esseri magici ed animati.
E’ l’oggetto che viene consegnato al figlio che lascia la casa dei genitori in miseria e che contiene il poco che questi possono offrire: il cibo per uno o due giorni di cammino; spesso quel sacco, al ritorno, sarà pieno di oggetti preziosi.
Da un punto di vista simbolico il sacco rientra nella categoria dei “contenitori”, ha quindi il potere di nascondere, accogliere e trasportare e, come tutti i simboli “contenitori”, è simbolo femminile.
Nella fiaba di Andersen, Il Paradiso Terrestre, la madre dei venti possiede quattro sacchi dove rinchiude i suoi quattro figli quando combinano disastri, tempeste, devastazioni…una madre che vive in una grotta, altro simbolo femminile, ma che si presenta tutt’altro che docile:
“Io devo essere dura se voglio che i miei figli siano disciplinati. E ci riesco, anche se hanno la testa dura! Vedi quei quattro sacchi appesi alla parete? Di quelli hanno paura […] Io sono ancora capace di piegare i miei ragazzi, te lo assicuro, e di metterli nel sacco. Qui non facciamo complimenti! Restano lì dentro e non tornano a bighellonare, finché non credo che sia giunto il momento giusto.”
E così, a turno, i 4 venti ritornano a casa, la madre ascolta le loro vicende e in base a quanti danni hanno provocato, li punisce chiudendoli nel sacco.
E’ una madre che raccoglie di nuovo i figli dentro di sé (il sacco è qui la stessa madre) è la madre dei venti che li lascia andare e li domina, forse una madre dominante.
D’altronde il primo sacco con cui veniamo a contatto nella nostra vita è il sacco amniotico e nei tempi in cui non esisteva la possibilità di effettuare ecografie, questo sacco racchiudeva non solo una vita (o forse più vite) ma timori, gioie, sorprese e tanti messaggi che davano indicazioni su “cosa” contenesse: “pancia a punta non porta cappello” o “pancia a punta non va in guerra”, “se ti brucia lo stomaco nascerà un bambino con i capelli” questo era il fascino che circondava il mistero della nascita.
E poi c'è il sacco protagonista di questa notte, quello dalla capienza infinita, il più colorato ed il più atteso, il sacco di Babbo Natale!


Riporto la trama di Salta nel mio Sacco! ripresa dalla rccolta "Fiabe" di Italo Calvino
In tempo di carestia un padre male in arnese incoraggiò i suoi dodici figli ad allontanarsi dalle montagne del Niolo per cercar fortuna altrove, invitando i fratelli più grandi a prendersi cura di Francesco, piccolo e zoppo.
Ma così non fu e Francesco si ritrovò presto solo e in difficoltà, fino a quando, durante il sonno, la Regina delle Fate del Lago di Creno non gli curò la gamba con erbe miracolose. Al suo risveglio Francesco fu talmente grato per il beneficio ricevuto, che la Fata gli concesse due desideri, prontamente esauditi: “un sacco nel quale vada a finire dentro ogni cosa al mio comando e un bastone che faccia tutto quello che comando io”.
Innanzitutto Francesco chiese di far entrare nel sacco una quantità di cibo e vino sufficienti per un pasto dignitoso. Una volta riprese le forze proseguì il cammino verso Mariana, dove c’era un convegno dei più bravi giocatori della Corsica. Essendo povero, ordinò di far entrare nel sacco un bel gruzzoletto, che gli fece meritare la nomea di Principe, ora noto per le sue ricchezze anche al Diavolo: questo, sotto mentite spoglie, sfidava a carte i giocatori fino a lasciarli senza un soldo, costringendoli al suicidio e a vendergli l’anima.
Il Diavolo, dunque, si presentò a Francesco, adulandolo come soleva fare con tutti, e lo invitò a una partita a carte; Francesco, che nel frattempo si era ben accorto di trovarsi davanti a Satana, finse di stare letteralmente al gioco. Perse ripetutamente ogni partita e, quando il Diavolo convinto della sua rovina gli chiese di vendergli l’anima, gli comandò di entrare nel sacco e ordinò al bastone di picchiarlo violentemente.
Alle suppliche di Satana per essere liberato rispose che gliel’avrebbe concesso a patto di veder resuscitati tutti gli uomini che si erano tolti la vita a causa sua. Una volta mantenuto l’accordo, il Diavolo sparì dalla circolazione e Francesco spronò i redivivi a non rischiare più la vita per il gioco, non potendo garantire di salvarli una seconda volta.
Con lo spauracchio delle botte del bastone nel sacco convinse anche un medico riluttante a prestare generosamente le sue cure a un pover’uomo che non poteva permettersi di pagarlo.
Inoltre, mise su una locanda per indigenti consentendo loro di sfamarsi senza spesa; ma solo fino a quando durò la carestia: una volta ritornata l’abbondanza, Francesco ritirò la sua offerta per non incentivare la pigrizia e invitando chiunque a guadagnarsi da vivere. Continuò dunque a fare del bene fino a quando non invecchiò e la Morte non venne a fargli visita. Come ultimo desiderio chiese di rivedere la Regina delle Fate del Lago di Creno, la quale avrebbe voluto premiarlo ancora un volta per non aver abusato del suo potere. Tuttavia Francesco, soddisfatto di quanto già ottenuto, non volle di più e, una volta dato fuoco a sacco e bastone, comunicò alla Morte di essere pronto per congedarsi.

Tremotino dei fratelli Grimm

Un mugnaio con una bellissima figlia, per darsi delle arie, racconta al re che sua figlia sa trasformare la paglia in oro. Così il re la rinchiude in una stanza piena di paglia, ordinandole di trasformarla in oro entro il giorno seguente, pena la morte. Mentre la ragazza è in preda alle lacrime, le appare un nano che promette di aiutarla; la ragazza le dona la sua collana per ringraziarlo, ma costretta dal re a trasformare altre due stanze di paglia in oro consegna al nano anche il suo anello; infine non avendo più niente il nano le dice che la aiuterà a trasformare in oro la paglia presente nella terza stanza, se in cambio le donerà il suo primogenito. La giovane sposa il re e nasce un bambino. Il nano, che non ha dimenticato il patto, le dà tre giorni per scoprire il suo nome, altrimenti si prenderà il bimbo. Con l’aiuto di un messo, lei riesce a indovinare il suo nome: Tremotino. Il nano scappa via talmente arrabbiato che spinge a fondo nella terra il piede destro, poi afferra il piede sinistro con entrambe le mani e si spezza in due. (trama completa)

Illustrazione di Pedro Osuna Bermudez (Fonte)

Il mugnaio è una figura della tradizione popolare che veniva percepito come figura “estranea” alla popolazione per l'abitudine di vivere in un mulino, distaccato dal centro del borgo o del villaggio, magari ai margini della più fitta boscaglia; l’essere una figura, di solito considerata ricca, ne ha fatto un personaggio non sempre ben visto. Persona simbolicamente legata alla sopravvivenza e che, in tempo di carestia, non regala certo il proprioprodotto, ossia il pane. Da qui, probabilmente, l’essere considerato una persona avida.
Proprio l’avidità spinge il nostro personaggio a vantarsi con il Re, sostenendo che la figlia sia capace di tessere la paglia trasformandola in fili d’oro. Il Re prende con sé la giovane mugnaia che, se non sarà capace di trasformare tutta la paglia in oro sarà uccisa. Da notare come la condanna cade sulla ignara figlia e non sul padre che ha mentito.
Segregata ed isolata, la giovane mugnaia dovrà filare tutta la notte la paglia perché diventi oro; è l’immagine delle parche che tessono il destino, che tramutano la paglia (filo grezzo) in oro (filo raffinato) 
Il suo “filo”, a seconda di come lei lo lavorerà, la condurrà alla morte o ad essere la sposa del re.
La figlia del mugnaio reagisce di fronte a questa difficoltà apparentemente insormontabile e per di più mortale, sedendosi a terra e mettendosi a piangere ma è proprio in questa segregazione, senza nessuna possibilità di avere risposte o aiuto dall’ambiente circostante che le appare uno strano personaggio. Ma da dove esce? Jung nel suo trattato Fenomelogia dello Spirito nella Fiaba ci dice: