sabato 18 marzo 2017

"L'oca d'oro" e il sorriso della principessa


Illustrazione di 

Lo Scioccò abbatté l'albero e quando questo cadde, nelle radici trovò un'oca dalle piume tutte d'oro. Piume d’oro che avevano il potere di far rimanere attaccate le persone che le toccavano. Così tre ragazze rimasero attaccate all’oca. Il mattino dopo lo Sciocco prese in braccio l'oca e se ne andò senza curarsi delle tre ragazze che rimaste attaccate, costrette a corrergli dietro. Lungo i campi incontrò il parroco che, vedendo quella processione, disse: "Vergognatevi, ragazze scostumate, vi pare bello correr dietro a un giovanotto?!". Così detto, afferrò la mano della più giovane ma, non l'aveva nemmeno sfiorata, che rimase attaccato e dovette anche lui correr dietro a loro. Poco dopo arrivò il sacrestano e vide il parroco che stava seguendo tre ragazze. Così gli gridò: "Signor parroco, dove andate così in fretta? Ricordatevi che oggi abbiamo un altro battesimo". Lo rincorse, lo afferrò per una manica e rimase attaccato anche lui. Mentre tutti i cinque correvano in fila, dal campo arrivarono due contadini con le zappe e il parroco li pregò di liberarli. I contadini come sfiorarono il sagrestano, rimasero attaccati. Così erano in sette a correr dietro allo Sciocco con l'oca. Questa catena giunse nel regno di un re disperato perché la sua giovane figlia aveva perso la voglia di ridere, per questo offrì la mano della figlia a chi fosse riuscito a farla ridere. Lo Sciocco, saputo della Principessa, si recò al palazzo e fu così che, vedendo passare sotto le finestre del castello questa surreale compagnia, la Principessa scoppiò a ridere.
La domanda sul perché ridiamo se la pose, primo fra tutti Platone, osservando il pubblico che partecipava alle rappresentazioni delle commedie di Aristofane. Egli criticava negativamente il riso e il ridere in pubblico; il riso secondo il filosofo greco era esattamente l’opposto di quella armonia a cui l’uomo saggio deve aspirare, il riso invece che creare armonia provoca uno sconvolgimento nell’animo. Sarà Aristotele a sostenere l’innocuità del riso principalmente nel secondo libro scomparso della Poetica, secondo Aristotele il riso dà sollievo e piacere all’animo e il partecipare coralmente ad un evento comico può essere una forza di coesione tra gli uomini i soli, tra tutti gli esseri viventi, a saper ridere.
In questa fiaba, L'oca d'oro, è proprio lo sciocco (il non saggio) a creare le condizioni per suscitare le risa della fanciulla.
Personaggio ilare per il suo aspetto spesso disarmonioso è lo sciocco, a volte identificato con lo “scemo del villaggio”. Da sempre nel passato il nano il “ritardato mentale”, il deforme o il giullare, o lo “scemo del villaggio”, sono apparsi come oscillanti tra stoltezza e saggezza, come portatori di un deficit in alcune aree del carattere del corpo ma anche come portatori, in altre aree, di una particolare sensibilità, di doti percettive fuori dal comune (da Immagini della Follia di Marco Alessandrini edizioni Magi).
Lo sciocco ha con sé un’oca d’oro della cui preziosità sembra non rendersi conto; è un oro che ha suscitato l’avidità delle fanciulle, mentre per contrasto, in un castello c’è una principessa che probabilmente possiede tutto l’oro inimmaginabile ma non ha il sorriso. Forse è questa la simbologia dell’oro nella fiaba: è un oro che porta luce, la luce del sorriso, che illuminerà la vita triste di una principessa. Questo oro le verrà portato da uno sciocco che non ne conosce il valore.
Il nostro sciocco, sempre inconsapevolmente (non siamo a conoscenza di una strategia vera e propria ma di un semplice agire) crea una catena di 7 persone che lo seguono senza nessun sforzo da parte sua; i sette si attraggono gli uni agli altri come calamite, mentre il giovane stolto prosegue incurante della loro presenza, e sarà proprio questa catena spontanea che susciterà le risa della principessa triste.
Illustrazione di Gustaf Tenggren 

La principessa che vive in un palazzo, fatto di lusso e di regole, fa da contrasto alla scena “sregolata” che vede affacciandosi alla finestra, si affaccia sul mondo, da un punto di vista psicologico possiamo dire che si "espone" e vede l’opposto di ciò che ha fino ad allora conosciuto. 
Nella mitologia greca Momo (scherzo, burla) era il dio del riso, della maldicenza e del sarcasmo; figlio del Sonno e della Notte e fratello della Follia. Come figlio della Notte e del Sonno, era portato ad un umorismo nero o come lo stesso Freud definisce nel suo Motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio (1905) un umore "da forca"; ma assai più importante è che Momo, come figlio del Sonno è, per la psicanalisi, legato al mondo inconscio. Secondo Freud, infatti, il motto di spirito, così come il sogno, ha origine nell'inconscio. La risata e l'allegria che nasce dal sentire una barzelletta o vedere una scena umoristica sono una delle forme che l'inconscio ha per poter esprimere i conflitti presenti; come i nostri conflitti o pensieri censurati dal Super Io riescono a passare attraverso il sogno, nel momento in cui cioè la censura del Super Io è più tenue, così attraverso il travestimento del motto di spirito escono le nostre tensioni.

La nostra Principessa ha così abbattuto le barriere del palazzo/Super Io in cui era rinchiusa.

domenica 29 gennaio 2017

Fiabe e trascrizione cinematografica: L'audace soldatino di stagno

Per gentile concessione di Giulia Oddolini, oggi vi propongo il quarto e ultimo post sulla trascrizione cinematografica di alcune fiabe di Andersen: L'Audace Soldatino di Stagno. Giulia Oddolini (profilo facebook) è laureata in Lingue e Letterature Straniere con tesi in Letterature Nordiche.

Nelle fiabe solitamente sono presenti due poli opposti che si scontrano, uno è rappresentato dall’eroe che è il simbolo della forza vitale, dell’ordine e del rinnovamento, mentre l’altro è capeggiato dall’antagonista, quindi dalla morte, dal caos e dalla sterilità; il paladino della vicenda si oppone all’altro e intraprende un cammino esistenziale in cui viene messo alla prova per raggiungere il lieto fine, sovente un matrimonio, che rappresenta l’unione di due persone che genererà una nuova vita, quindi ordine e rinnovamento.[2]
Contrariamente alla fiaba popolare, i protagonisti delle fiabe di Andersen spesso non si muovono per propria volontà ma le loro azioni sono dettate dal caso, quindi l’eroe non è più il motore dell’azione. Per esempio, il tenace soldatino di stagno, nonostante l’incipit della fiaba faccia pensare ad un finale positivo, poiché il “C’erano una volta…” è solitamente legato al classico “…e vissero per sempre felici e contenti”, lo scrittore non soddisfa le aspettative del lettore e distrugge il proprio personaggio. Il protagonista attraversa tutte le tappe del viaggio eroico, simile a quello di Ulisse, ma senza volerlo veramente; viene trascinato dagli eventi che gli concedono un’altra possibilità per poter stare con la ballerina, ma per un capriccio del destino si fonde e brucia insieme a lei nella stufa;[3]
(…) e il giorno dopo, quando la cameriera tolse la cenere, trovò un piccolo cuore di stagno; della ballerina c’era invece solo il lustrino, ed era nero come il carbone.[4]
Come nella Sirenetta[5] non è presente un antagonista definito in questa fiaba, il soldatino incolpa il giocattolo-troll per le sue disavventure, come se le sue parole avessero attirato la malasorte su di lui:
“Soldatino di stagno!” disse il troll. “Tieni gli occhi a posto!” Ma il soldatino di stagno fece finta di non sentire. “Allora aspetta domani e vedrai!” disse il troll.[6]
Se fosse veramente così nella stufa non sarebbe volata anche la ballerina, perché l’antagonista la voleva tutta per sé, ma per uno scherzo del fato, una corrente d’aria l’ha fatta volare in mezzo alle fiamme. Quindi il protagonista proietta la propria Ombra su un altro personaggio, rendendolo il cattivo della situazione, così facendo l’assimilazione delle due parti della psiche non avviene e il Sé non viene raggiunto, per questo motivo il soldatino è già condannato a morte.[7]
Negli adattamenti video, invece, il troll assume quasi sempre l’identità definita di antagonista della storia, perché si preferisce rappresentare storie chiare, simili alla fiaba popolare e che rispettino lo schema di Propp; la presenza di un nemico definito, si accompagna all’assenza della casualità, poiché il troll ha il compito di mettere in difficoltà il soldatino. 
In particolare, nella versione Disney, che fa parte del lungometraggio Fantasia 2000,[8] e nel cartone animato della “ComiColor Cartoon” è presente anche il lieto fine, sebbene quello del secondo sia singolare; difatti, il soldatino per proteggere la ballerina dalle avances dell’antagonista, che in questo adattamento si presenta come il re dei giocattoli della bottega del giocattolaio, spara un fiammifero che lo colpisce sul didietro, viene quindi condannato a morte e la sua amata decide di seguirlo. Una volta morti salgono al cielo fino al paradiso dei giocattoli, dove al protagonista viene anche restituita la gamba mancante.[9]
Nel cartone della Disney il soldatino si innamora della ballerina non appena la vede, ma il troll, che qui è un giullare a molla, la vuole solo per sé nonostante lei lo disprezzi; il nemico lancia allora una barca di legno addosso al soldato che vola fuori dalla finestra e si ritrova nelle fogne con i topi. Viene mangiato da un pesce e ritorna a casa, dove combatte contro il troll per poter stare con l’amata, l’eroe vince e l’antagonista muore bruciato nella stufa, quindi il destino che nell’originale distrugge i protagonisti, in questo cartone tocca al giullare. La scena si chiude con i due innamorati abbracciati, entrambi su un piede solo, che sembrano formare un’unica persona.[10]
Nel cartone russo della Soyuzmultfilm le disavventure del soldatino non sono dettate dal caso ma dall’azione malvagia del troll, che possiede dei poteri magici. In questo caso però il finale è tragico; tornato a casa, il protagonista finisce nel camino per colpa dell’antagonista, la ballerina decide di seguirlo nel suo triste destino e il nemico muore di dolore per aver perso il suo amore.[11]
Nel programma per bambini “Modern Classics of Hans Christian Andersen”, realizzato in occasione del bicentenario della nascita dello scrittore danese, nonostante il troll non possieda la carica negativa delle versioni citate finora e la storia assomigli molto all’originale, compresa la casualità delle avventure del soldatino, il nemico viene punito dal destino per la cattiveria e l’arroganza che ha dimostrato nei confronti della coppia protagonista, cade dalla finestra per sbaglio; sicché la fiaba sembra comunicare allo spettatore una morale diversa da quella di Andersen, e cioè che ognuno ha ciò che si merita alla fine.[12]
Solo nella versione della “Bedtime Story Animation” il troll non è presente e il destino determina in modo assoluto le azioni dei protagonisti, per colpa di un capriccio del bambino proprietario dei giocattoli, che lancia il soldatino tra le fiamme della stufa, il protagonista muore e la ballerina con lui.[13]

Conclusioni
Si è dunque giunti alla fine di questo percorso (sulla trascrizione cinematografica delle fiabe di Andersen: La Sirenetta, La Piccola Fiammiferaia, Scarpe Rosse) che aveva lo scopo di analizzare l’importanza delle fiabe di Andersen nel loro aspetto più cupo. Se “tradurre è tradire” è possibile affermare che anche adattare lo è, perché a volte cambiare una fiaba può rivelarsi un’operazione pericolosa, poiché non apporta più gli stessi messaggi dell’ipotesto alla mente del lettore o dello spettatore, come è stato evidenziato nel capitolo dedicato ai cartoni animati.
Sappiamo come la vita di Andersen, in particolare l’infanzia e la giovinezza, siano state attraversate da numerosi momenti di sconforto, che hanno reso possibile la stesura di piccoli capolavori: le sue fiabe. In questo genere lo scrittore ha potuto riversare le proprie emozioni e l’amarezza verso un mondo che l’ha sempre umanamente accantonato, nonostante ciò nei finali tragici possiamo comunque scoprire un velo di speranza, rivolto però alla vita dopo la morte. L’autore spinge il lettore a tornare bambino per poter vivere la vita con serenità, proiettato verso quella eterna, ciò si nota nel finale della Regina delle nevi:
La nonna era seduta al sole di Dio e leggeva la Bibbia ad alta voce:
“Se non sarete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli!”.[14]
Per questo motivo la sua opera risulta così diversa dalla fiaba popolare che si basava su regole precise, create e rispettate per condurre la narrazione verso il lieto fine. Le differenze tra la fiaba d’autore di Andersen e il modo tradizionale di scrivere storie ricordano le caratteristiche dell’antifiaba; per esempio, ciò che in una è fantastico, nell’altra è tangibile, il lieto fine diventa una tragedia, l’aiutante perde il proprio ruolo e viene sostituito dalla forza interiore del protagonista, come la forza del cuore puro della piccola Gerda,[15] oppure da personaggi misteriosi e ambigui, come la vecchia topa che ospita in casa sua Pollicina, ma in cambio vuole che pulisca e le racconti delle storie.[16]
La fiaba ha un ruolo importante nella vita dell’uomo sin dalle origini dell’umanità, non solo legato all’infanzia ma all’intera esistenza. Attraverso le teorie di Carl Gustav Jung e della sua allieva Marie-Louise von Franz è stato possibile delineare il concetto di inconscio collettivo e degli archetipi all’interno delle fiabe, che sono rintracciabili anche in quelle di Andersen, nonostante la loro atipicità.
Questa ricerca è stata poi applicata all’analisi dei vari cartoni animati, in cui sono state evidenziate le differenze rispetto agli originali danesi e come questi elementi possano modificare lo scopo e il messaggio dell’intera fiaba. Se ad esempio si sceglie di non rappresentare il dolore provato da una delle eroine dei cartoni, allora il lieto fine viene legittimato, nonostante la storia perda il suo significato originale;[17] ma se si sceglie di rappresentare il dolore dei passi che compie la Sirenetta seguito da un finale lieto allora dal punto di vista psicologico è possibile riconoscere che la storia è priva di insegnamento, che è destinata solo all’intrattenimento.[18] Un altro esempio significativo è dato dall’assenza della nonna della piccola fiammiferaia, che elimina il rapporto simbiotico che i bambini hanno sempre con i nonni, rendendo il finale ancora più tragico;[19] inoltre, in questo modo, non viene rappresentato il miraggio finale dato dal calore dei fiammiferi, che dovrebbe insegnare allo spettatore a non cadere nella stessa apatia che ha sopraffatto la volontà della protagonista, conducendola alla morte.[20] Grazie a questa analisi è stato possibile quindi ottenere dei risultati che evidenziano le difficoltà che insorgono qualora si decide di creare qualcosa di nuovo, come un cartone animato, partendo da un ipotesto letterario; inoltre, si è giunti alla conclusione che è fondamentale tener presente la fiaba originale quando se ne vede un adattamento, in modo da poter notare le differenze e il diverso messaggio. 
Oggetto di analisi di questo lavoro sono state quindi le versioni video, molte delle quali trasmesse in televisione come programmi per bambini, ma è possibile notare come il fiabesco sia rintracciabile ormai in tanti altri tipi di narrazione, in film e serie televisive, partendo da quelle indirizzate ai ragazzi, come il recente telefilm Descendants[21], che narra le avventure dei figli di alcuni tra i più malvagi antagonisti delle fiabe Disney: Malefica della Bella addormentata nel bosco, la Regina cattiva di Biancaneve e i sette nani, Jafar di Aladdin e Crudelia De Mon della Carica dei cento e uno;[22] per finire con serie che affascinano molti adulti, come la recente C’era una volta[23], che oltre a basarsi sui cartoni animati della Disney, li integra con le fiabe originali, per esempio nella IV stagione oltre ad Elsa e Anna, protagoniste di Frozen – Il regno di ghiaccio[24], è presente anche la vera Regina della neve, che ricorda molto l’antagonista della fiaba di Andersen.[25] Oltre a questi chiari esempi anche in altri film il fiabesco si manifesta, anche se non in modo così esplicito, come nelle opere cinematografiche di Tim Burton e di Steven Spielberg, tra i quali: Big Fish – Le storie di una vita incredibile[26] del primo regista e A. I. – Intelligenza Artificiale[27] del secondo.[28]
[1] Ibidem, pp. 108-111
[2] W. Mishler, H. C. Andersen’s “Tin Soldier” in a Freudian Perspective, in “Scandinavian Studies”, 50/4, 1978, p. 390
[3] Ibidem, p. 391
[4] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 111
[5] Ibidem, pp. 56-74
[6] Ibidem, p. 109
[7] M.-L. von Franz, L’individuazione nella fiaba, tr. it. R. Oliva e G. Caposio, Bollati Boringhieri, Torino, 2013, p. 17 (1° ed. Individuation in Fairy Tales, Shambhala, Boston & London, 1977)
[8] Walt Disney Feature Animation, Walt Disney Pictures, The Steadfast Tin Soldier, Concerto No. 2 in F Major for Piano and Orchestra, Op. 102: I. Allegro by D. Šostakovič, directed by H. Butoy, in Fantasia 2000, distributed by Buena Vista Pictures Distribution, 1999
[9] The Brave Tin Soldier, “ComiColor Cartoon”, produced by Ub Iwerks Studio, directed by Ub Iwerks, 1934
[10] Walt Disney Feature Animation, Walt Disney Pictures, The Steadfast Tin Soldier, cit.
[11] The Steadfast Tin Soldier, directed by L. Milchin, Soyuzmultfilm, 1976
[12] The Hardy Tin Soldier, “Modern Classics of Hans Cristian Andersen”, directed by J. Lerdam, produced by Magma Films A-Film and Egmont Imagination, 2004
[13] The Steadfast Tin Soldier, “Bedtime Story Animation”, 2014
[14] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 247
[15] Ibidem, pp. 222-247
[16] Ibidem, pp. 32
[17] Walt Disney Pictures, Walt Disney Feature Animation, The Little Mermaid, cit.
[18] La Sirenetta, “Le fiabe più belle”, cit.; cfr. 3.1.2.
[19] Sigur Rós, The Little Match Girl, 2005
[20] The little match girl, “Color Rhapsody Cartoon”, cit.
[21] Descendants, Disney Channel, directed by K. Ortega, distributed by Walt Disney Pictures, 2015
[22] Essendo della Disney, questo programma si basa sulle proprie versioni cinematografiche sia per quanto riguarda l’aspetto dei protagonisti, sia per la storia stessa:
Walt Disney Productions, Sleeping Beauty, directed by C. Geronimi, distributed by Rome International Films, 1959;
Walt Disney Productions, Snow White and the Seven Dwarfs, directed by D. Hand, distributed by RKO Radio Pictures, 1937;
Walt Disney Feature Animation, Aladdin, directed by R. Clemens and J. Musker, distributed by Buena Vista International Italia, 1992;
Walt Disney Productions, One Hundred and One Dalmatians, directed by C. Geronimi, H. Luske and W. Reitherman, distributed by Rank Film, 1961.
[23] Once upon a time, ABC, created and produced by E. Kitsis and A. Horowitz, ABC Studios, 2011
[24] Walt Disney Animation Studios, Frozen, directed by C. Buck and J. Lee, distributed by Walt Disney Studios Motion Pictures, 2013
[25] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., pp. 222-247
[26] Big Fish, directed by T. Burton, produced by Jinks/Cohen Company and The Zanuck Company, distributed by Columbia Pictures, 2003
[27] A. I. Artificial Intelligence, directed by S. Spielberg, produced by Amblin Entertainment and Stanley Kubrick Productions, distributed by DreamWorks Pictures, 2001
[28] M. Bernardi, Infanzia e fiaba, cit., pp. 297 e 305

domenica 22 gennaio 2017

Fiabe e trascrizione cinematografiche: Le scarpe rosse


Per gentile concessione di Giulia Oddolini, oggi vi propongo il terzo post sulla trascrizione cinematografica di alcune fiabe di Andersen: Scarpette Rosse. Giulia Oddolini (profilo facebook) è laureata in Lingue e Letterature Straniere con tesi in Letterature Nordiche. Prossimamente Scarpe Rosse e il Tenace soldatino di stagno. 
Post già pubblicati: La Sirenetta, La Piccola Fiammiferaia

Illustrazione di Alejandro Dini (sito dell'autore)
Altre immagini de La Piccola Fiammiferaia
su L'Antro della Fiaba
In una versione giapponese, distribuita in Italia dalla ITB (Italian TV Broadcasting s. r. l.), il finale tragico viene sostituito dal lieto fine, Karen scopre di aver sognato i fatti tristi e dolorosi avvenuti in seguito all’invito al ballo. La bambina aveva immaginato di aver indossato le scarpette rosse per la seconda volta e, in balia di una danza irrefrenabile, di aver abbandonato la vecchia signora sul letto di morte. I suoi piedi l’avevano portata da una parte all’altra della città e poi nel bosco, luogo tenebroso. Dopo aver assistito alla processione di un funerale, si rammenta della vecchia signora che ha abbandonato e inizia a pregare Dio, affinché la perdoni e annulli il maleficio delle scarpe; si sveglia di soprassalto e si ritrova accanto al letto della sua benefattrice, la abbraccia e ringrazia il Signore per averla salvata. [2] In questa storia il tema della sofferenza che conduce alla morte viene evitato grazie all’espediente del sogno, ma così facendo la storia si allontana troppo dall’originale e lo scopo psicologico di ammonimento per le donne lettrici viene trasmesso in modo meno violento, così è più probabile che la storia non sortisca l’effetto desiderato.[3]
Tra le fiabe di Andersen questa si colloca fra le più tragiche, poiché oltre al dolore dato dalla danza inarrestabile e dalla morte, la bambina si ritrova costretta a chiedere al boia di amputarle le gambe pur di smettere di ballare:
“Non tagliarmi la testa!” disse Karen. “Altrimenti non potrò pentirmi dei miei peccati! Ma tagliami i piedi con le scarpe rosse!”.
E così confessò tutti i suoi peccati e il boia le tagliò i piedi con le scarpe rosse, ma le scarpe continuarono a ballare con i piedini attaccati, verso i campi e nel bosco profondo.[4]
Grazie a questa azione è possibile per la protagonista tornare a vivere, ma dal momento che la manca una base su cui costruire, nonostante abbia smesso di danzare, non le rimane che morire e vivere la sua seconda possibilità in Paradiso.[5]
In particolare, nel cartone animato del programma per bambini “Il Castello delle Fiabe”, che si rivela essere molto simile all’originale, l’amputazione viene rappresentata, ma mentre nell’originale non riesce ad entrare in chiesa, perché tutte le volte vede davanti all’entrata i suoi piedi dentro le scarpette, nel cartone animato scappano nel bosco e non si presentano più, così la bambina può pregare tutti i giorni in chiesa e inizia anche a lavorarci, finché non le appare un angelo che la porta in cielo con sé, poiché Dio l’ha perdonata.[6]
Andersen, attraverso la figura di Karen, desidera svelare le crepe all’interno del mondo borghese, soprattutto nei confronti delle convenzioni religiose, che vengono incarnate dalla vecchia signora, che decide di allevare la bambina secondo le proprie convinzioni religiose, senza tener conto della vita semplice e “naturale” condotta da Karen fino a quel momento.[7] Inoltre, le prime scarpe rosse rappresentano l’ultimo ricordo della madre che le era rimasto e perdendole abbandona anche la sua identità originaria; dal momento che questa perdita non viene mai elaborata e interiorizzata la sua vita e il suo corpo vengono tagliati in due.[8] La vecchia signora viene sempre rappresentata nei cartoni come nella fiaba di Andersen,[9] cioè come custode dei principi della tradizione, inoltre è sempre attenta all’opinione della collettività e si comporta di conseguenza, è quindi il simbolo della forza senescente utilizzata in modo negativo.[10] Difatti, la compassione che la spinge ad adottare Karen è solo un espediente per poter esporre la bambina come un trofeo e mettersi in evidenza, allo stesso modo il rimprovero che muove verso la bambina per aver indossato le scarpe rosse è dettato dalle parole riferitele da altre persone:
Nel pomeriggio la vecchia signora venne a sapere da tutti delle scarpe rosse e disse che era una brutta cosa, che era sconveniente e che da quel momento Karen avrebbe sempre indossato le scarpe nere per andare in chiesa, anche se erano vecchie.[11]
Nel 1948 esce il film The Red Shoes (Scarpette rosse, 1948) con regia e sceneggiatura di Michael Powell, Emeric Pressburger. Vi riporto un brevissimo sunto e invitandovi a leggere il post originale e a visitare il sito http://giulianocinema.blogspot.it

Moira Shearer interprete
di The Red Shoes, 1948
E’ un film che è stato famoso, famosissimo, e che oggi è stato quasi dimenticato: ed è un vero peccato. E’ un film sul balletto, ma detto questo non si è detto niente. E’ un film sul Teatro, ma anche questo non basta per definire il film. […] E’ un film morboso, sontuoso, gotico, onirico, espressionista: non ho parole. I colori sono meravigliosi, da favola.
[…] Questo film vecchio, ormai vecchissimo, ha però uno spessore, un’altezza, una profondità, è come la bottega di un ebanista o di un falegname: ha anche un odore, l’odore del teatro, del legno e della polvere, e dei velluti. Sembra di essere lì, come nelle migliori occasioni: dentro al film, e dentro al teatro.
Non c’è grande musica, in “Scarpette rosse”: Brian Easdale non è Stravinskij e nemmeno Gershwin, però ruba molto da tutti e due (Petrushka, e un po’ di swing.).
[…] La musica di Brian Easdale, abituale collaboratore di Powell e Pressburger, è diretta da sir Thomas Beecham: peccato che non lo si veda nel film. Bisogna però dire che è musica perfetta per il film, piacevole e molto funzionale. Non ci potrebbe essere musica diversa da questa, in “Scarpette rosse”.
[…] Al cinema, e nelle narrazioni, non si può barare (e nemmeno quando si raccontano le barzellette). Il soggetto va sempre affrontato: lo si dichiara in partenza e non lo si può più eludere, come il drago di Sigfrido o come le Sirene. Se si nomina il drago, il Drago ci deve essere; e deve essere fatto a meraviglia. Qui sei arrivato, e qui devi saltare; e Powell-Pressburger saltano, eccome se saltano. Un film come questo non può prescindere dal Ballo, e il Ballo c’è, ed è grande e meraviglioso. Bello anche per chi non ama il balletto, e tutto da vedere anche dopo sessant’anni. (Link al post)
Sul blog Obsidian Mirror, recensione del film di produzione coreana The Red Shoes (분홍신, Bunhongsin, 2005). 


Fonti:
[2] Le scarpette rosse, Toei Animation, ITB (Italian TV Broadcasting s. r. l.), 1980 
[3] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 227 
[4] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 264 
[5] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 264 
[6] Le scarpette rosse, “Il Castello delle Fiabe”, Armando Curcio Editore, 1983 
[7] F. H. Mortensen, Little Ida’s Red Shoes, in “Scandinavian Studies”, 77/4, 2005, p. 435, 436 
[8] Ibidem, p. 437 
[9] Le Scarpette Rosse, “Fiabe…Così”, Rai 1, regia di H. Nishimaki e K. Doya, Dax Productions, 1983 
[10] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 234 
[11] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 262

domenica 15 gennaio 2017

Fiabe e trascrizione cinematografica: La Piccola Fiammiferaia

Per gentile concessione di Giulia Oddolini, oggi vi propongo il secondo post sulla trascrizione cinematografica di alcune fiabe di Andersen: La Piccola Fiammiferaia. Giulia Oddolini (profilo facebook) è laureata in Lingue e Letterature Straniere con tesi in Letterature Nordiche. Prossimamente Scarpe Rosse e il Tenace soldatino di stagno.
Primo post pubblicato: La Sirenetta


Attraverso la fiaba Andersen può rappresentare tutti i tabù della società, i suoi vizi e difetti; sono proprio queste le tematiche della Piccola fiammiferaia. L’indifferenza della gente e del padre alcolizzato nei confronti di questa povera bambina spinge l’uomo a riflettere sul proprio comportamento e sulla cattiveria umana; inoltre, lo scrittore riporta testimonianze di esistenze difficili che si rispecchiano nelle ferite e nelle sofferenze dei lettori.[2] Nonostante ciò le fiabe dal finale tragico come questa possono essere fonte di tristezza e pessimismo per i bambini, poiché tendono ad immedesimarsi nella protagonista e non riescono ad apprezzare la morale della fiaba sulla compassione per gli oppressi perché troppo concentrati sul personaggio, che loro desidererebbero sempre veder trionfare, per avere un modello eroico a cui attingere quando desidereranno sfuggire al proprio destino, mentre quello della bambina si rivela essere inevitabile.[3] La protagonista si arrende, difatti, alla propria misera esistenza e persevera nel vendere i fiammiferi, che rappresentano il calore, quindi ciò che la salverebbe. Quando alla fine decide di accenderli indugia in fantasie che sono pericolose perché non hanno nulla a che fare con la realtà, e implicano che non è possibile migliorare la propria situazione, sicché è meglio affondare nella fantasia oziosa.[4] Allo stesso modo quando una donna non vede via di uscita perché si rifiuta di combattere contro il proprio destino, si abbandona a fantasticherie e lentamente la sua forza vitale si spegne e si ritrova “congelata nel sentimento”.[5]
Data la fama dell’originale gli adattamenti sono molto simili ad essa, risulta infatti difficile trovare un cartone in cui la protagonista si salvi, anzi alcuni sono più cupi e malinconici della fiaba stessa. Ad esempio, i disegni di Martin de Thurah per la canzone The Little Match Girl del gruppo islandese Sigur Rós si rivelano intrisi di pessimismo e risultano agghiaccianti; i tre sogni provocati dal calore dei fiammiferi sembrano piuttosto degli incubi, formati da fiamme ardenti, tacchini danzanti e alberi di Natale rinsecchiti e avvolti dal fuoco. Inoltre, l’assenza della nonna elimina la speranza che la bambina sia ora felice tra le braccia della vecchia in Paradiso, come invece accade nell’originale.[6]

Anche nel cartone vietnamita in 3D della TrueD Animation Studio la nonna, sebbene la bambina la sogni grazie al calore degli ultimi fiammiferi, non porta la nipote con sé; la scena si conclude infatti con il miraggio della vecchia che scompare e la protagonista muore assiderata appena fuori dalla porta di casa, visto che il padre l’aveva sbattuta fuori perché quel giorno non aveva venduto nemmeno un fiammifero. Inoltre, questo cartone è ambientato tra le strade della città Ho Chi Minh del XIX secolo, vengono raffigurate infatti la Basilica di Notre-Dame di Saigon e la Saigon Opera House; questo particolare ricorda l’intento di Andersen di rappresentare la realtà, anche per quanto riguarda le ambientazioni.[7]
Stranamente, possiamo aggiungere a questi cartoni cupi anche la versione Disney, che offre al pubblico un’opera lontana dal classico happy end, di cui era sempre stata una ferma sostenitrice; ambientato in Russia e ideato per il terzo Fantasia, non presenta dialoghi, ma solo la musica struggente del Notturno per quartetto d’archi numero 2 in Re maggiore di Alexander Borodin.[8]
Del resto questi sono tutti cartoni che risalgono all’ultimo decennio, per delle versioni più “positive” bisogna guardare più indietro. In particolare, l’adattamento della Color Rhapsody Cartoon del 1937 inizia con una bambina dai perfetti boccoli biondi e dalle guance rosse, ma con i piedi scalzi e vestita di stracci, che cerca di vendere fiammiferi a una folla scalpitante e festosa in occasione della notte dell’ultimo dell’anno; è un tripudio di colori e suoni che stordiscono. Anche il sogno in cui cade quando accende i fiammiferi è ricco di particolari fantasiosi, immagina anche il Paradiso come un luogo di giochi e divertimenti; quando muore non è la nonna a portarla in cielo ma un angelo. Il particolare più interessante di questo cartone è che dalla versione originale sono stati eliminati gli ultimi due minuti in cui si vedeva la tormenta di neve che spazzava via il miraggio della piccola ed infine il suo corpo gelato abbandonato in un vicolo, con l’angelo che veniva a raccogliere la sua anima innocente.[9] Anche nel cartone giapponese sulla piccola fiammiferaia del programma per bambini “Andersen Monogatari” la nonna non è presente, viene però sostituita dalla figura della madre, in questo modo si perde un legame profondo che collega i bambini alla generazione degli anziani che rappresentano la tradizione, nell’unione tra infanzia e vecchiaia si può individuare la forza del senex usata in modo positivo, che con la presenza della madre risulta impossibile.[10] In questo cartone giapponese i personaggi possiedono un nome, mentre nella fiaba originale non sono presenti: la protagonista si chiama Hanna.[11] Anche nel cartone italiano del 1953 scritto e cantato dal famoso Quartetto Cetra la bambina ha un nome: Stella; ma a differenza di tutti gli altri non accende i fiammiferi uno alla volta ma dà fuoco a tutte le scatole di fiammiferi e si addormenta, sogna la nonna e sale al cielo con lei.[12] Viene quindi eliminata la quadripartizione della fiaba originale, col primo fiammifero la bambina sogna una stufa di ghisa che la riscalda; col secondo una tavola imbandita; col terzo un albero di Natale e con gli ultimi la nonna.[13] La divisione in quattro parti rappresenta una struttura fondamentale della coscienza, che si riflette in molti simboli della mitologia, nei quattro venti, nei quattro punti cardinali, nei quattro Evangelisti e così via;[14] nella Piccola fiammiferaia[15] Andersen riporta questa suddivisione di cui l’ultima è quella più importante e racchiude le altre tre visioni, creando un climax ascendente, che porta alla morte della protagonista.
Nell’originale, prima della quarta e ultima accensione dei fiammiferi, la bambina vede una stella cadente e si ricorda delle parole della sua nonnina:
 (…) le candeline dell’albero salivano sempre più in alto, si rese conto che erano limpide stelle, una cadde lasciando in cielo una lunga striscia di fuoco."C’è qualcuno che muore!" disse la piccola, perché la vecchia nonna, l’unica che fosse stata buona con lei, ma che adesso era morta, le aveva detto: "Quando cade una stella, un’anima sale a Dio!".[16]
La Piccola Fiammiferaia Disney
Difatti, un tempo le comete erano ritenute di cattivo auspicio, rappresentavano l’ira degli dei oppure le loro lacrime ed erano il simbolo della morte imminente di un re o un imperatore, erano ritenute “messaggeri di morte e di disgrazie, minacce del cielo, sinistri presagi di carestie e di terribili pestilenze, riflesso nel cielo notturno delle paure degli uomini”.[17] In due cartoni animati di produzione giapponese questa scena è rimasta, poiché annuncia il finale inevitabilmente tragico della storia e anticipa la venuta dello spirito della nonna nel sogno.[18]
In tutti gli adattamenti la piccola fiammiferaia è scalza,[19] oppure lo diventa nel corso della storia, perché le vengono rubate le scarpe, oppure perché le perde,[20] a volte porta delle ciabatte,[21] altre volte delle calzature troppo grandi per lei, che appartenevano alla madre,[22] si ritrova così a camminare con i piedi nudi come nell’originale: 
Con quel freddo e con quel buio una bambina povera camminava per strada col capo scoperto e a piedi nudi; è vero che quando era uscita di casa aveva le pantofole; ma a che serviva! Erano pantofole molto grandi, ultimamente le aveva usate sua madre, tanto erano grandi, e la piccola le aveva perdute affrettandosi ad attraversare la strada mentre due carri passavano di gran corsa; una non si trovava più e l’altra se l’era portata via un ragazzo: aveva detto che poteva usarla come culla quando avrebbe avuto dei figli. Ora la bambina camminava coi piedini nudi, rossi e lividi dal freddo;(…)[23]
Come è stato già individuato in Scarpe rosse[24] e nella Sirenetta[25], il tema dei piedi feriti ritorna anche nella Piccola fiammiferaia[26]. La bambina perdendo le scarpe non possiede più ciò che difende e protegge i piedi, che sono il simbolo della libertà e mobilità dell’uomo; quindi, il suo destino è già inscritto in questa perdita.[27]
Al link alcune versioni animate de La Piccola Fiammiferaia
Per approfondimenti si veda il post "Scarpe e fiabe" e la fiaba di Andersen La Nonna

Fonti:
[2] M. Bernardi, Infanzia e fiaba, cit., p. 231 
[3] B. Bettelheim, Il mondo incantato, cit., p. 104 
[4] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p.349 
[5] Ibidem, p. 351 
[6] Sigur Rós, The Little Match Girl, 2005 
[7] The little match girl, TrueD Animation Studio, directed by Doan Trong Hai, Vietnam, 2011 
[8] Walt Disney Animation Studios, The Little Matchgirl, Nocturne from String Quartet No. 2 in D Major by A. Borodin, directed by R. Allers, distributed by Walt Disney Pictures, 2006 
[9] The little match girl, “Color Rhapsody Cartoon”, Columbia Pictures Corporation, 1937 
[10] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 234 
[11] 「マッチ売りの少女」 (macchi uri no shōjo), アンデルセン物語 (“Andersen Monogatari”), Fuji TV, Mushi Production, (regia di) Masami Hata, 1971 
[12] La piccola fiammiferaia, prodotto da M. Casamassima, diretto da R. Scarpa, scritto e cantato da Quartetto Cetra, 1953 
[13] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 288 
[14] M.-L. von Franz, Le fiabe interpretate, cit., p. 50, 51 
[15] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., pp. 287-289 
[16] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 288 
[17] M. Rigutti, Comete, meteoriti e stelle cadenti. I corpi minori del sistema solare, Giunti Editore, Firenze, 1997, p. 65 
[18] La piccola fiammiferaia, “Fiabe… Così”, Rai 1, regia di H. Nishimaki e K. Doya, Dax Productions, 1983; La piccola fiammiferaia, Toei Animation, ITB (Italian TV Broadcasting s. r. l.), 1980 
[19] Porta solo le calze, con le dita dei piedi scoperte: Walt Disney Animation Studios, The Little Matchgirl, cit.; La piccola fiammiferaia, “Fiabe… Così”, cit.; The little match girl, “Color Rhapsody Cartoon”, cit.; Sigur Rós, The Little Match Girl, 2005 
[20] La piccola fiammiferaia, Toei Animation, cit.; indossa quelle di sua madre che le stanno grandi, quindi ne perde una e l’altra viene distrutta dalla ruota di una carrozza: La piccola fiammiferaia, “Le Fiabe più Belle”, Toei Animation e Fuji TV, 1994; Das Mädchen mit den Schwefelhölzchen, Polyband & Toppic Video/WVG, 1995 
[21] La piccola fiammiferaia, prodotto da M. Casamassima, cit.; porta delle scarpe distrutte, simili a delle ciabatte: The little match girl, TrueD Animation Studio, cit. 
[22] 「マッチ売りの少女」 (macchi uri no shōjo), アンデルセン物語 (“Andersen Monogatari”), cit. 
[23] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 287 
[24] Ibidem, pp. 261-265 
[25] Ibidem, pp. 56-74 
[26] Ibidem, pp. 287-289 
[27] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 229

domenica 8 gennaio 2017

Fiabe e trascrizione cinematografica: La Sirenetta

Per gentile concessione di Giulia Oddolini, oggi vi propongo il primo articolo sulla trascrizione cinematografica di alcune fiabe di Andersen: La Sirenetta. Prossimamente saranno pubblicati: La Piccola Fiammiferaia; Scarpe Rosse e il Tenace soldatino di stagno. Giulia Oddolini (profilo facebook) è laureata in Lingue e Letterature Straniere con tesi in Letterature Nordiche. 
In questa analisi si pone particolare attenzione ai finali negativi, che nelle versioni animate vengono spesso cambiati per attenuare il senso di disagio creato dalla morte dei protagonisti; un percorso che si muove dalla presa di coscienza dell’originale danese, che molto spesso è completamente diverso dai cartoni animati che i bambini guardano in televisione, in un climax ascendente che conduce al finale tragico della storia: soldatini avvolti dalle fiamme della passione, sirene senza anima, ragazze che si rivelano ballerine forsennate e bambine che si annullano nella notte di San Silvestro.

La Sirenetta [1] originale e versione Disney a confronto.

La Sirenetta, fonte Disney
Le scelte cinematografiche della Walt Disney Company sono dettate dalle richieste del mercato del “cinema per famiglie”; spesso alla base dei film si trovano dei testi famosi, che rappresentano un sostegno grazie al quale la coesione è garantita e gli sceneggiatori sono liberi di concentrarsi sulle immagini, sulle canzoni e sulle gag. Inoltre, le infedeltà dall’originale sono preziose per il cartone, poiché mostrano il metodo attraverso il quale lo staff disneyano intende esaltare certi valori per garantire l’omogeneità ideologica adeguata al cinema familiare.[2]
La Sirenetta[3] uscì nel 1989, a distanza di molto tempo dalla morte del fondatore e di trenta anni dall’ultimo film animato basato su una fiaba, in un periodo di scarsa creatività; per la prima volta l’aspetto fisico dell’eroina venne arricchito di curve e acquisì il carattere di una donna forte alla ricerca dell’indipendenza, in questo abbastanza vicina all’originale.[4] Nel passaggio dalla storia di Andersen al film, la Disney ha modificato il testo seguendo i dettami della fiaba popolare e anche secondo la propria tradizione, creando così una versione fissata nel tempo e nello spazio, che non è più possibile modificare attraverso l’oralità; difatti, si hanno in mente le vicende narrate nel film e anche i genitori sono ora soliti raccontare ai figli le versioni della Disney, non più gli originali, in questo modo non aggiungono mai nulla alla narrazione.[5]
Si rivela quindi impossibile per lo stile della Disney, ferma sostenitrice del lieto fine, ritrarre la vera storia, nonostante il suo messaggio finale sia quello di non arrendersi di fronte alle difficoltà, lezione molto apprezzata e necessaria ai bambini,[6] quindi è necessario lavorare “di bisturi e di accetta al fine di ricavare un prodotto in linea con il pubblico più affezionato”.[7] Ariel, infatti, dopo varie peripezie, sposa il bel principe e “vissero per sempre felici e contenti”, mentre nell’originale ella muore e si trasforma in una delle figlie dell’aria alla ricerca dell’immortalità:
E la sirenetta sollevò le sue braccia luminose verso il sole di Dio, e per la prima volta sentì le lacrime. Sulla nave c’era di nuovo rumore e vita, vide il principe con la sua bella moglie che la cercavano, guardarono malinconici la schiuma che ribolliva, come se sapessero che si era gettata tra le onde. Invisibile lei baciò la fronte della sposa, sorrise allo sposo e insieme alle altre figlie dell’aria salì sulla nuvola rosa che navigava nel cielo.[8]
Leggendo questo estratto si nota subito come la tristezza pervada il finale di questa bellissima e struggente fiaba, e quanto la versione cinematografica sia lontana dall’originale, tanto che in molti paesi nordici il titolo del film è stato cambiato in Ariell [9], nome della protagonista, poiché la versione originale della fiaba è molto più conosciuta e si è voluto distanziarla dal film animato.[10] Sempre per quanto riguarda questo argomento, si può notare un cambiamento rispetto ai film precedenti basati sulle fiabe: i nomi dei personaggi non sono nomi parlanti, cioè non ci dicono nulla del loro carattere, mentre fino a quel momento la Disney si era basata sull’originale, come Aurora nella Bella addormentata nel bosco[11] o Biancaneve in Biancaneve e i sette nani[12]. L’altro fatto particolare è che in questo caso è lo scrittore danese a non aver dato un nome alla propria eroina, che come è stato detto nel primo capitolo è solitamente una delle caratteristiche che lo distanziano dalla fiaba popolare, spingendo così i produttori del film a dargliene uno. Inoltre, grazie alla scoperta del nome di lei, il principe Eric ne acquisisce il possesso, conoscere il vero nome delle cose costituisce difatti un tòpos della letteratura, che ha radici profonde risalenti a testi antichi, come la Genesi, in essa viene descritto il momento in cui Dio affida all’uomo il compito nominare tutte le creature, questo atto simboleggia l’esercizio della conoscenza e del potere sulle cose.[13] È un tema molto frequente anche nelle fiabe, come in Tremotino (Rumpelstilzchen)[14] in cui la regina per salvare il proprio bambino, che doveva consegnare al nano come pagamento per un patto stretto con lui, deve indovinarne il vero nome.
La figura della nonna sostituisce la madre nell’educazione della piccola sirena e delle sue sorelle, è una donna fiera, saggia, di sani principi e portatrice dei valori della tradizione. In questo caso a differenza della vecchia signora che si prese cura di Karen, protagonista di Scarpe rosse[15], la nonna della sirenetta rappresenta la forza del senex usata sia positivamente che negativamente. Difatti, se da un lato non impedisce alle nipoti di salire in superficie, come invece re Tritone vieta ad Ariel, anzi le prepara per questa esperienza, poiché ritenuta un rito di iniziazione, che, al compimento dei quindici anni, sono spinte a fare tutte le sirene per conoscere il mondo e per determinare il passaggio all’età adulta, dall’altro lato non è entusiasta dello spirito ribelle della nipote minore, che vorrebbe essere umana per poter possedere un’anima immortale, la sua saggezza nasconde il cinismo attraverso il quale osserva la vita:
“Accontentiamoci" disse la vecchia, "possiamo saltare e correre per i trecento anni che abbiamo da vivere, è un bel po’ di tempo, poi si potrà con tanto maggior piacere riposare nella tomba. Stasera ci sarà un ballo a corte!”[16]
La nonna si oppone ai sentimenti della fanciulla, al suo bramare una vita immortale e alla nostalgia per un mondo che non è il suo, frenando il suo impeto innovativo con la forza della tradizione.[17] Nonostante la differenza di opinioni è alla nonna che la ragazza si confida chiedendo informazioni sul “mondo di sopra”, la domanda più importante riguarda appunto la scoperta di cosa accade all’uomo dopo la sua morte. [18]
“Se gli uomini non affogano" chiese la sirenetta, "possono vivere per sempre, non muoiono come noi quaggiù nel mare?”.
“Sì invece!” disse la vecchia. “Anch’essi devono morire, e la loro vita è persino più breve della nostra. Noi possiamo arrivare a trecento anni, però quando smettiamo di esistere qui, diventiamo schiuma sull’acqua, non abbiamo nemmeno una tomba quaggiù fra i nostri cari. Noi non abbiamo un’anima immortale, non avremo più vita, siamo come il giunco verde che una volta tagliato non può più rinverdire! Gli uomini invece hanno un’anima che vive per sempre, vive dopo che il corpo è diventato terra; sale attraverso l’aria trasparente fino alle stelle scintillanti! Come noi saliamo dal mare e vediamo i paesi degli uomini, così essi ascendono a splendidi luoghi sconosciuti, quelli che noi non vedremo mai”.[19]
La nonna nella versione animata viene completamente eliminata e sostituita in parte dalla presenza del padre e dai piccoli amici-aiutanti di Ariel: Flounder il pesce, Sebastian il granchio e Scuttle il gabbiano. Quest’ultimi colmano anche la mancanza di un legame forte con le sorelle, che invece nella fiaba di Andersen è molto sottolineato, tanto che sacrificano i loro lunghi capelli, che insieme alla voce incantevole sono le caratteristiche principali di tutte le sirene della letteratura, per poter salvare la loro sorellina.[20] Nel film, quindi, la nonna è stata eliminata e le sorelle perdono la loro importanza, restando a margine della storia, perché la Disney si ispira alle fiabe della tradizione orale, in cui viene eliminata la presenza di altre figure femminili positive, poiché tra membri dello stesso sesso si crea sempre competizione.[21] Sempre per questo motivo risulta fondamentale eliminare dalla vicenda la ragazza che nella fiaba originale trova il principe sulla spiaggia e che poi diventa sua moglie, del resto la sua presenza sarebbe un ostacolo per il raggiungimento del lieto fine con il matrimonio tra Ariel ed Eric.[22]
Inoltre, in seguito a questa scelta narrativa e al fatto che la fiaba popolare si concentra su personaggi tipici, o completamente buoni o completamente cattivi, la Disney è costretta ad inserire un antagonista, in modo da rendere la storia chiara e semplice. Ursula, la strega del mare, essendo una donna, si oppone subito alla figura dell’eroina e rappresenta il nemico per antonomasia; grazie alla mancanza di altre figure femminili, troneggia su tutti gli altri personaggi, dando prova di essere veramente perfida e vendicativa.
Ursula, la cattiva disneyana
Nell’originale, invece, non esiste un nemico identificabile, persino la strega, pur essendo un personaggio ambiguo e cattivo, non si oppone ai desideri della protagonista, né le impedisce di raggiungere il suo scopo, il fallimento è già iscritto nelle aspirazioni della Sirenetta che sono al di là delle sue possibilità.[23]
Mentre nella fiaba di Andersen la presenza del re passa del tutto inosservata, nel lungometraggio viene rappresentato come un padre bonario e geloso della figlia più piccola, come tutti i padri dei cartoons della Disney, nonostante ciò Ariel con il suo carattere ribelle riesce a farlo infuriare, perché combatte per il suo amore; [24] rappresentando così i classici contrasti che regolano la relazione tra genitori e figli, in cui i bambini e gli adolescenti possono riconoscersi facilmente.[25]
Come vediamo riguardo a Karen di Scarpe rosse, gli episodi brutali nelle fiabe sono frequenti quando il protagonista non riesce a completare una trasformazione;[26] nel caso della Sirenetta, la protagonista fallisce nell’intento di conquistare una vita immortale, il suo obiettivo si rivela impossibile da realizzare poiché rappresenta una violazione delle regole, persino di quelle letterarie. Difatti, in letteratura sono frequenti i viaggi verso il regno dei morti, ma quello che opera l’eroina della fiaba è un percorso inverso, poiché parte dal suo mondo, luogo in cui gli uomini giacciono senza vita, quindi quello dei morti, per raggiungere il mondo degli esseri umani, cioè dei vivi, per conquistare un’anima immortale.[27] Un altro particolare simile a quello di Scarpe rosse è la presenza del dolore, difatti nelle fiabe popolari e in altri racconti folklorici quando uno dei personaggi viene ferito non viene descritto il dolore che prova, mentre la piccola sirena prova dolore ogni volta che poggia i piedi a terra:
A ogni passo che muoveva, come la strega le aveva predetto, era come se calpestasse punte aguzze e coltelli affilati, ma lo sopportò volentieri.
(…) Lei si arrampicò col principe sulle alte montagne, e anche se i suoi sottili piedi sanguinavano al punto che gli altri potevano vederlo, lei si limitò a riderne e lo seguì finché non videro le nuvole navigare sotto di loro come se fosse uno stormo d’uccelli che migrava verso paesi stranieri.[28]
Nel lungometraggio Disney naturalmente tutto ciò sparisce e a parte un lieve incespicare di Ariel sulle sue nuove gambe, non si nota nulla che possa far pensare che provi un dolore indicibile ad ogni passo che compie.[29] Inoltre, in visione di un lieto finale e di accontentare un pubblico ampio, viene eliminata la malinconia propria della protagonista e ogni riferimento metafisico, elementi invece basilari nella fiaba danese.[30]

Altre versioni video
Oltre alla versione Disney questa famosa fiaba è stata fonte di ispirazione per molti altri cartoni animati e alcuni rispecchiano l’originale meglio di altri. Per esempio il cartoon russo La Piccola Sirenetta del programma televisivo “Storie della mia infanzia” del 1968 si rivela essere molto simile all’originale, comprende infatti il motivo religioso della ricerca dell’anima e del corpo immortali, il dolore ai piedi come se camminasse su “affilate lame di rasoio, da sopportare in silenzio” e il finale tragico, solo che al posto di diventare una “sorella dell’aria” la sirenetta si trasforma in una “sorella del sole”;[31] mentre altre due versioni, una americana e l’altra giapponese, si allontanano molto dalla fiaba di Andersen e, come nella Disney, ogni personaggio possiede un nome e la malinconia della sirenetta viene eliminata a favore di un finale lieto.[32]
L’ascensione della piccola sirena avviene in modi diversi, a seconda della scelta se inserire il tema religioso e quanto attingere all’originale. In uno assume la forma di tante bolle di sapone multicolori, testimoniando la lontananza dal messaggio metafisico della fiaba di Andersen;[33] in un altro sale al cielo sotto forma di angelo, ma pare essere solo una convenzione per evitare un finale troppo amaro, del resto le alette di cui è provvista sono ridicole e in vita non aveva mai desiderato un’anima immortale, ma solo di poter sposare il principe;[34] nel cartone russo citato in precedenza, invece, diventa una “sorella del sole”, ma è la voce narrante ad annunciarlo, perché essendo uno spirito si è scelto di non rappresentarla visivamente; in un’ulteriore versione viene trasformata in un’anima-fata per il suo cuore puro, piange lacrime di gioia e si unisce alle sorelle dell’aria.[35]
Come sappiamo, quando si procede a modificare un testo bisogna fare attenzione, perché si rischia di togliere parti fondamentali all’originale e mantenerne altre che non mantengono più lo stesso significato anche dal punto di vista psicologico, e che possano rendere il bambino ansioso.[36] Questo errore si presenta nel cartone giapponese della Toei Animation e della Fuji TV,[37] in cui viene rappresentato il dolore che la sirenetta prova nel compiere ogni passo, descritto dalla strega come se la stessero colpendo con cento coltelli contemporaneamente; esso è il simbolo della perdita della libertà e della mobilità, ma unito al lieto fine impedisce al tema della sofferenza di fare il suo corso, cioè di educare le donne a non compiere gli stessi sbagli della protagonista, o anche loro perderanno i piedi e saranno prigioniere per sempre; difatti, il dolore preannuncia la catastrofe finale, ma quando questa non si presenta la sofferenza non ha un motivo valido per essere rappresentata.[38]
Infine si può notare come la figura della nonna venga spesso eliminata, ma nei cartoni animati in cui viene rappresentata esercita la forza del senex sempre in modo positivo, spingendo la nipote a compiere il rito di passaggio e raccomandandole di stare attenta. In particolare nel cartone dello studio di animazione giapponese Toei Animation del 1975 ritroviamo questo potere tipico degli anziani diviso in due personaggi differenti, il padre raffigura la forza impiegata in modo negativo, mentre la nonna la utilizza positivamente per educare le sirenette, mentre nella fiaba di Andersen il padre non era presente e l’anziana assumeva entrambe le funzioni. Nel cartone la nonna elogia la nipote minore per aver salvato il principe dal naufragio e decide di non punirla, anzi di anticipare il rito di iniziazione perché si è dimostrata pura e coraggiosa, mentre il padre vorrebbe imporle un castigo, ma il volere dell’anziana prevale sulla sua.[39]

Fonti:
[1] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., pp. 56-74 
[2] C. I. Salviati, Raccontare destini. La fiaba come materia prima dell’immaginario di ieri e di oggi, Einaudi Ragazzi, San Dorligo della Valle (TS), 2002, p. 71 
[3] Walt Disney Pictures, Walt Disney Feature Animation, The Little Mermaid, directed by J. Musker and R. Clements, distributed by Buena Vista Pictures Animation, 1989 
[4] C. I. Salviati, Raccontare destini, cit., p. 75 
[5] R. Bendix, Seashell Bra and Happy End. Disney’s transformations of “The Little Mermaid”, in “Fabula. Journal of Folktale Studies”, 34/3-4, 1993, p. 280 
[6] Ibidem, p. 282 
[7] C. I. Salviati, Raccontare destini, cit., p. 74 
[8] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., pp. 73-74 
[9] La doppia “L” del nome è probabilmente dovuta al fatto di voler distanziare il film dalla marca di detergenti “Ariel”; R. Bendix, Seashell Bra and Happy End, cit., p. 280 
[10] Ibidem, p. 280 
[11] Walt Disney Company, Sleeping Beauty, distributed by Buena Vista Home Video, Burbank, 1959 
[12] Walt Disney Company, Snow White and the Seven Dwarfs, distributed by Buena Vista Home Video, Burbank, 1937 
[13] Genesi, 2, 19-20; C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 111 
[14] J. und W. Grimm, Kinder- und Hausmärchen, Kassel, 1812 
[15] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., pp. 261-265 
[16] Ibidem, p. 65 
[17] R. Filippetti, Educare con le fiabe, cit., p. 27 
[18] C. I. Salviati, Raccontare destini, cit., pp. 79,80 
[19] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 65 
[20] R. Bendix, Seashell Bra and Happy End, cit., p. 285 
[21] B. Bettelheim, Il mondo incantato, cit., p. 231 
[22] R. Bendix, Seashell Bra and Happy End, cit., p. 285 
[23] C. I. Salviati, Raccontare destini, cit., p.83 
[24] Ibidem, p. 83 
[25] R. Bendix, Seashell Bra and Happy End, cit., p. 286 
[26] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 226 
[27] C. I. Salviati, Raccontare destini, p. 80 
[28] H. C. Andersen, Fiabe e storie, cit., p. 69 
[29] R. Bendix, Seashell Bra and Happy End, cit., p. 283 
[30] C. I. Salviati, Raccontare destini, p. 81 
[31] La Piccola Sirenetta, “Storie della mia infanzia”, di M. N. Baryšnikov, Soyuzmultfilm, 1968 
[32] The Little Mermaid, American Film Investment Corporation, produced by D. Eskenazi, 1992; La Sirenetta, “Le fiabe più belle”, Toei Animation e Fuji TV, 1994 
[33] La Sirenetta, “Fantastimondo”, Toei Animation, 1975 
[34] La Sirenetta, “Il Castello delle Fiabe”, Armando Curcio Editore, 1991 
[35] The Little Mermaid, “Hans Christian Andersen Animated Video Classics”, Reader's Digest Young Families, 2003 
[36] A. R. Turkel, From Victim to Heroine: Children’s Stories Revisited, in “Journal of The American Academy of Psychoanalysis”, 30(1), 2002, p. 72 
[37] La Sirenetta, “Le fiabe più belle”, cit. 
[38] C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi, cit., p. 227 
[39] La Sirenetta, “Fantastimondo”, cit.