venerdì 30 novembre 2012

I protagonisti delle fiabe irlandesi


L'Irlanda è un territorio che si estende lungo territori sostanzialmente ostili, circondato dal mare e dall’Oceano Atlantico; territorio aperto ai venti, alle correnti e al volere della natura. Questo ha contribuito a dar vita ad una civiltà che ha vissuto in forte contatto con la propria natura (ha, per certi aspetti, delle similitudini con il Giappone). In questo ambiente, la fiaba era rivolta soprattutto a superare le paure che fenomeni naturali ostili potevano suscitare e a comprenderli, trasformandoli in personaggi, spiriti, folletti, fate, gnomi, in goblin e in leprecauni.
Raccontate di notte, in territori dove l’oscurità ricopre gran parte del giorno, folletti e fate potevano “illuminare” gli animi e confortarli; allo stesso tempo, gli stessi folletti potevano avere le caratteristiche dell’oscurità, del pericolo e del malvagio.
 Ed è proprio questo mondo che ritroviamo nelle fiabe che, ancora oggi, possiamo leggere grazie a studiosi che le hanno selezionate, trascritte e tramandate. Tra questi studiosi non possiamo non ricordare William Butler Yeats (1865 – 1939) con la sua raccolta Fairy and Folk Tales of the Irish Peasentry (1888).
Il Leprecauno
E nella prefazione scrive a proposito del mondo fantastico celtico: “[…] perfino un giornalista crederà nei fantasmi se lo attirate dentro un cimitero a mezzanotte, perché siamo tutti visionari se andiamo a scavare nel profondo. Ma il Celta è un visionario, senza bisogno di scavare”.
Il Leprecauno
Il nome deriva dal gaelico “leath bhrogan” che significa “calzolaio”, attività che la piccola creatura svolge magistralmente. E, bisogna aggiungere che, tra il nutrito popolo degli elfi, degli gnomi e folletti, il leprecauno è l’unico che ha un lavoro e tra i suoi clienti, le fate. Ha l’incarico di custodire i tesori, di solito monete d’oro, custoditi in pentole d’oro collocate alla fine dell’arcobaleno. Ma un difetto lo ha anche il leprecauno, infatti, capita spesso che approfitti di un sorso di potcheen e sia difficile trovarlo sobrio. E’ piccolo, con vestiti verdi  ed un cappello con fibbia; con barba rossa, una pipa in terracotta e scarpe con fibbia.
Furbo e vivace, porta con sé 2 monete che egli usa per ingannare i malintenzionati: la prima, d’argento, ritorna nel suo borsellino ogni volta che viene spesa da chi se ne è impossessato; la seconda, d’oro, si trasforma in cenere, foglie secche o in un sasso. Hanno una loro gerarchia ben precisa:
1.Figlio del Crepuscolo è il capo, colui che guida la propria razza, è custode delle tradizioni. Il suo compito è quello di proteggere i membri della comunità e prendere decisioni fondamentali per la comunità.
2. Secondo Crepuscolo il vice,  fa le veci del capo in sua assenza, ha il compito di trasmettere ai membri più giovani tutto il sapere e le tradizioni e può essere consultato dal capo.
3.Primo Crepuscolo è il leprecauno anziano, protegge le conoscenze e le tradizioni della razza e le trasmette ai membri più giovani.
4. Nuovo Sole è il membro più giovane della comunità.
5. Sole Calante è il rinnegato, colui o colei che ha deciso di allontanarsi dal resto della comunità, poiché il proprio ego ha fatto sì che si comportasse male in più occasioni.

martedì 27 novembre 2012

Fiaba, mito e filosofia (seconda parte)

Seconda ed ultima parte dell'articolo Filosofia e mondo incantato. Far filosofare i bambini, gentilmente concesso dall'autrice Rita Gherghi

Come accennato nella prima parte dell'articolo, i bambini devono essere aiutati ad elaborare il lutto, anzi devono esserne messi al corrente già prima di una loro eventuale esperienza. Per l’elaborazione del lutto i piccoli hanno bisogno di una persona fidata che si occupi di loro con totale disponibilità e affetto. Hanno molto bisogno di informazioni  chiare ed esaustive sulla morte, informazioni che non travisino e non camuffino quanto accaduto o che può accadere. Devono essere incoraggiati ad unirsi al lutto familiare. Soffrire-cum è una delle più notevoli esperienze di crescita; la solitudine reca solo problemi.
Il mare del cielo di Cosetta Zanotti
Per esempio, uno dei libri, cui prima si faceva cenno, è intitolato “Il mare del cielo” e racconta la storia di un pesciolino di nome Lino. Il libro rappresenta un mondo di pesci, animali che però, come accade in tutte la favole, hanno una vita e sentimenti uguali a quelli degli uomini. Quindi Lino è come un bambino. Lui vive con la sua famiglia nel mare d’acqua, ma è molto incuriosito al mare del cielo dove, come gli ha raccontato il suo papà, sono andati a nuotare molti pesci, tra i quali anche il signor Tonno, un amico di Lino. In quel mare lassù, popolato di luci e di stelle, non ci si può andare quando si vuole ma solo se siamo chiamati e per quella chiamata ci sarà “il gabbiano del vento” che accompagnerà ogni creatura marina in quel viaggio fino al mare del cielo; questo ha raccontato la mamma a Lino. Ora capite che al bambino viene spiegato come i due mondi, mare d’acqua e mare del cielo, sono speculari: la vita e la morte, come facce di un unico mare. La vita si accende nell’acqua illuminata da una stella del cielo e così anche quest’ultima si accende come un fascio di luce che parte dall’acqua. Già da quel poco che ho detto, capite ciò che accadrà a Lino quando morirà il suo papà; Lino è stato preparato da un’educazione appropriata, da chi sapeva trovare le giuste parole per dirlo. Lino sperimenterà il dolore ma pure la certezza di una ricongiunzione e non solo quella. Le stelle che popolano il cielo saranno per lui l’amico caro o il papà, con i quali Lino potrà mantenere un dialogo interiore, ma vivo. La relazione continuerà in altro modo, ma sarà comunque una relazione viva e reale, non un inganno. Elaborare o meno un lutto porta conseguenze completamente diverse: nel primo caso assistiamo ad un effetto che rimette il giovane nella dinamica e nel gioco della vita perché lo porta ad un mutamento creativo. Il secondo porta invece ad un invischiamento nel processo del lutto e, perciò, conduce ad un lutto cronico e al non superamento della seconda fase, nella quale si trovano, oltre alla rabbia, i sensi di colpa: sensi di colpa perché a volte il giovane pensa che i suoi comportamenti negativi (già definiti “cattivi”) abbiano provocato la morte. Le favole ed i racconti appositi giocano a tal fine un ruolo essenziale.
Gli insegnamenti delle favole e delle fiabe riguardano le problematiche e le domande più disparate; vedi, ad esempio, la favola di Esopo “La cicala e la formica”, la quale insegna quanto sia importante per l’uomo proiettarsi verso il futuro. Ma anche la fiaba dei “Tre porcellini”, se spiegata in modo adeguato, fa comprendere al bambino che dobbiamo essere previdenti, allontanare la pigrizia per vincere su eventuali nemici o superare date difficoltà. Ma nella fiaba c’è ancora di più: essa insegna anche il progresso umano, simboleggiato dal fatto che il primo porcellino costruisce una baracca, poi il secondo una casa di legno e il terzo infine una solida casa di mattoni molto più resistente agli attacchi del “lupo”. Sapere e previdenza sono doti fondamentali che il bimbo deve imparare a fare propri. Se facilitato, il bambino capirà da sé il senso della fiaba e, attraverso un dialogo costruttivo con l’adulto, potrà riflettere sopra a quei significati.
“Cappuccetto rosso” mette le bambine di fronte al pericolo di eventuali seduttori che potrebbero attirarle in giochi sessuali distruttivi. Riflettendo sulla fiaba, la bimba diventerà più consapevole e prudente, fino a rendersi conto che il pericolo può venire dalla stessa parentela, dato che il lupo ha preso le sembianze della nonna.

lunedì 26 novembre 2012

Fiaba, mito e filosofia (prima parte)


Prima parte dell'articolo Filosofia e mondo incantato. Far filosofare i bambini, gentilmente concesso dall'autrice Rita Gherghi

Da quando siamo piccoli si sente parlare di fiabe e favole; e chi è quel bambino che prima di addormentarsi non chiede o alla mamma o al papà di leggergli una fiaba? Il piccolo prova un grande piacere ad immergersi in quel mondo fantastico popolato non solo da creature umane, ma anche da animali, orchi, fate e folletti. Lui sa che ama sentire (o vedere su TV e dvd) quelle storie e tutto questo, come si capirà più avanti, ha un preciso perché; il bimbo però non conosce per nulla la differenza che passa tra una fiaba e una favola, lui sa solo che ama immergersi in quel mondo.
Accenniamo, allora, brevemente alle differenze intercorrenti tra questi due generi che, comunque, spesso sono confusi tra loro: la maggiore differenza consiste nel fatto che la fiaba è nata soprattutto per intrattenere, mentre la favola è nata proprio per educare. Infatti la favola nasconde sempre una morale che può essere più o meno esplicita, vedi, ad esempio, le favole di Esopo. I suoi protagonisti sono in genere animali che hanno, però, caratteristiche e sentimenti umani. Il racconto si svolge in luoghi in genere imprecisati. Anche la fiaba è ambientata in tempi e luoghi indefiniti (comincia, infatti, con “c’era una volta” …”), i suoi personaggi (generalmente umani) sono descritti in modo approssimativo e i loro ruoli sono fissi. Le fiabe raccontano il quotidiano e parlano di rapporti padre - figli, di povertà e ricchezza, di morte e di matrimoni; alla fine anche le fiabe non mancano di un senso e di una morale e chi legge spesso vi ritrova se stesso e la propria vita fatta di conflitti, di gioie e dolori, ci ritrova le difficoltà con cui deve combattere, i sacrifici da affrontare, in generale i problemi della vita.
Rubens, Orfeo all'Inferno
Poi c’è il mito. I miti sono narrazioni i cui contenuti sono ritenuti veri dalle società che li raccontano. Nel mito, i cui eventi il più delle volte risalgono ad un tempo primordiale, compaiono gli dei che quasi sempre si mischiano agli umani. Con i miti (da “mytos” greco)l’uomo ha cercato fin dai primordi di dare una spiegazione all’origine del mondo e degli esseri che lo abitano. Il mito ha un valore sacro, costituisce un momento importante dell’esperienza religiosa volta, appunto, a dare una spiegazione a fenomeni naturali e agli interrogativi sull’esistenza e sul cosmo. Non esiste cultura alcuna, da quelle antiche a quelle contemporanee, da quelle arcaiche a quelle civilizzate, che non abbiano al loro attivo dei miti. Molti di essi sono simili, addirittura si assomigliano in modo spiccato, pur appartenendo a popoli vissuti in epoche e luoghi diversi e, quindi, lontani tra loro nel tempo e nello spazio.
Come è possibile tutto ciò?
La spiegazione più accettata è che certe intuizioni ed esperienze siano tanto comuni fra gli uomini che essi, pur non avendo rapporti tra loro, le esprimono servendosi delle stesse immagini.
Dunque, il mito nasce da quel profondo bisogno dell’uomo di dare una risposta ai propri “perché”, “perché” cosmologici, morali, alle proprie paure ed attese, dal cercare di comprendere e comprendersi.
Ma queste esigenze profonde si ritrovano anche nel mondo fantastico della favola e della fiaba e proprio tali esigenze spiegano anche l’accesa quanto inconscia attenzione (appunto per questo meravigliosa) con la quale il bambino ascolta o guarda il mondo incantato delle favole e delle fiabe.
Bruno Bettlheim (1903 - 1990) nel suo libro intitolato non a caso “Il mondo incantato” ci offre il significato psicologico del racconto fantastico e ci spiega anche il grande aiuto pedagogico che tale tipo di narrazione offre al bambino in crescita. Il bambino è un filosofo in miniatura; egli, come i grandi pensatori del presente e del passato, cerca di dare delle risposte ai primi ed eterni interrogativi propri dell’uomo. Le domande sono segno di curiosità e il bambino è per sua natura curioso, ha mille “perché” che assalgono la sua mente: “perché la luna ha le macchie?”; “perché stasera non c’è?”; “da chi sono nato io?”, e quest’ultima è una domanda che risponde al principio di causalità che è già nella sua mente e che lui esprime in forma estremamente semplice, ma essenziale e il principio di causalità è parte della logica filosofica. E ancora:“e chi ha creato i genitori?”.

venerdì 23 novembre 2012

Burattino senza fili, il Pinocchio di Edoardo Bennato - Lato A

Copertina di Burattino senza fili di
Edoardo Bennato, 1977
BMG - Music Union
Edizioni Musicali Cinquantacinque

Follia? Forse, ma se mi chiedono perché oggi leggo tutto tra le righe, mi viene da rispondere che il “responsabile” sia proprio Edoardo Bennato. Nonostante letture piuttosto complesse, lo Zibaldone di Leopardi a 13 anni (oh, povera bambina disperata!) ero riuscita, 3 anni prima ed era il 1977, a scoprire attraverso le canzoni di Bennato, l’ironia e l’insofferenza per la retorica. Appunto, era il 1977 e c’era una volta Burattino senza fili.
Negli LP, negli album, nei 33 giri esisteva un lato A e un lato B; è vero esistono anche nei CD, ma il 33 giri lo prendevi tra le mani e lo giravi, se volevi, altrimenti alzavi la puntina e la riposizionavi all’inizio, a metà o dove volevi; questa preferenza faceva sì che alcuni solchi (le canzoni preferite) apparissero più chiari degli altri. Il 33 giri era un universo da osservare.
L’album lo potevi sfogliare, i testi delle canzoni erano scritti con caratteri grandi abbastanza per capire cosa stavi leggendo. Bennato cantava, io seguivo il testo e memorizzavo. Ma torniamo ai solchi, nel mio Burattino senza fili, i solchi più consumati corrispondevano a In prigione, in prigione (lato B) e Mangiafuoco (lato A). con il tempo anche i solchi de La Fata si sono schiariti!
Burattino senza fili, ossia la trasposizione liberamente interpretata e contestualizzata de Le Avventure di Pinocchio di Collodi.
Ok, schiacciamo Play e partiamo:

E’ stata tua la colpa
(Pinocchio è diventato uno come tanti. Adesso però ha i fili che lo legano agli obblighi dettati dalla società, dettati dalla storia che racconta solo di saggi ed eroi, "adesso che sei normale quanto assurdo il gioco che fai".)
E’ stata tua la colpa allora adesso che vuoi?
volevi diventare come uno di noi,
e come rimpiangi quei giorni che eri
un burattino senza fili
e invece adesso i fili ce l’hai!...

Adesso non fai un passo se dall’alto non c’è
qualcuno che comanda e muove i fili per te
adesso la gente di te più non riderà
non sei più un saltimbanco
ma vedi quanti fili che hai!...

E’ stata tua la scelta allora adesso che vuoi?
Sei diventato proprio come uno di noi
a tutti gli agguati del gatto e la volpe tu
l’avevi scampata sempre
però adesso rischi di più!...

Adesso non fai un passo se dall’alto non c’è
qualcuno che comanda e muove i fili per te

E adesso che ragioni come uno di noi
i libri della scuola non te li venderai
come facesti quel giorno
per comprare il biglietto e entrare
nel teatro di Mangiafuoco
quei libri adesso li leggerai!...

Vai, vai, e leggili tutti
e impara quei libri a memoria
c’è scritto che i saggi e gli onesti 
son quelli che fanno la storia
fanno la guerra, la guerra è una cosa seria
buffoni e burattini, non la faranno mai!...

E’ stata tua la scelta allora adesso che vuoi?
Sei diventato proprio come uno di noi
prima eri un buffone, un burattino di legno
ma adesso che sei normale
quanto è assurdo il gioco che fai!

  

lunedì 19 novembre 2012

La figura del padre nelle fiabe


Van Gogh, Primi passi (particolare)
Scrivendo i post su Pinocchio mi è venuto in mente di trattare la figura del padre all’interno delle fiabe; Geppetto è infatti quello che oggi definiremo un ragazzo padre, crea suo figlio con le proprie mani. In realtà il suo intento è di costruire un burattino con cui girare il mondo e fare un po’ di soldi. Geppetto è stato identificato addirittura con Giuseppe: come quest’ultimo è infatti il padre putativo di Gesù, così Geppetto è il padre putativo di Pinocchio; entrambi falegnami; entrambi con un figlio disubbidiente che si allontana da casa. 
“Lo chiamerò Pinocchio!” dirà Geppetto “Questo nome gli porterà fortuna!” Lo crea e lo battezza.
Il già povero Geppetto si priva di tutto pur di “realizzare” un “bravo figliolo”, vende la sua giacca per comprare un abbecedario e mandare a scuola Pinocchio. Disubbidisce al padre in tutto e per tutto il nostro Pinocchio tanto che in aiuto di Geppetto accorre la fata Turchina, il vero padre della storia, che dà regole, punizioni, esempi.
Il padre, in un tempo lontano, ricopriva principalmente il ruolo di colui che mantiene e garantisce il sostentamento della famiglia; si occupa dell’aspetto materiale della vita dei figli; riguardo al loro futuro, si occupa di trasmettere il proprio lavoro, la propria eredità (si pensi al padre mugnaio della fiaba de Il gatto con gli stivali); se le figlie sono delle femmine il padre fiabesco deve garantire alla figlia una dote per trovare un marito che si occupi di lei e che, in un certo senso, l’adotti. Se il padre è un re o un nobile, spesso lo vediamo promulgare veri e propri bandi di gara per chi, superato la sfida da lui imposta, fosse capace di superarla. E’ il padre che decide (in Pollicino) di abbandonare i figli nel bosco, non sappiamo e non sentiamo la voce della madre.
“C’era una volta un re e una regina, che ogni giorno dicevano: “Ah se avessimo un bambino!” Ma il bambino non veniva mai. Un giorno che la regina faceva il bagno, ecco saltar fuori dall’acqua una rana, che le disse: “Il tuo desiderio si compirà: prima che sia trascorso un anno darai alla luce una figlia”. La profezia della rana si avverò e la regina partorì una bimba, tanto bella che il re non capiva in sé dalla gioia e ordinò una gran festa…(Grimm,  Rosaspina). In Rosaspina troviamo un padre a tutti gli effetti inserito nella coppia di coniugi, desideroso di avere dei figli ed emotivamente coinvolto.
Troviamo poi padri che hanno una figlia prediletta a cui portano doni al ritorno dal loro viaggio, come per esempio ne La Bella e la Bestia, dove Bella chiede al padre di portarle una rosa.
Non ho presente fiabe classiche dove compaia il patrigno, mentre abbondano di matrigne. Forse il sostituire il padre, figura così emotivamente poco rilevante nella vita familiare di un tempo, non avrebbe suscitato sconvolgimenti. Certo è che se nella famiglia povera di Pollicino è il padre che domina e decide, nella famiglia nobile è la matrigna che manipola il marito/padre a discapito delle figlie; non c’è intervento da parte del padre in difesa delle figlie (Biancaneve, Cenerentola…). Il padre è assente o debole. Dov’è il padre di Biancaneve? E quello di Cenerentola e l’altro di Cappuccetto Rosso? Biancaneve e Cappuccetto Rosso troveranno una figura maschile che le salverà, nel cacciatore o nel guardiacaccia. Cenerentola invece, vive l’intera fiaba come fosse “un discorso tra donne”, non la soccorre un cacciatore ma la fata (che però, nel dare la regola di rientrare entro la mezzanotte e la conseguente punizione, riveste un ruolo paterno).

domenica 18 novembre 2012

Pinocchio illustrato


1. Ugo Fleres (1881)
La prima illustrazione de Le Avventure di Pinocchio vede Pinocchio impiccato ed è firmata da Ugo Fleres (fig.1) Come dire che le “avventure” iniziano con la morte. In realtà, il libro era stato terminato da Collodi con la morte di Pinocchio alla grande quercia ed è solo per l'insistenza dell'editore del Giornale per i bambini che Collodi decise di far resuscitare Pinocchio e continuare il romanzo.


2. illustrazione di Enrico Mazzanti

La prima edizione del libro (1883) Le Avventure di Pinocchio edito da Felice Paggi è invece illustrato da Enrico Mazzanti, amico e collaboratore di Collodi. (fig.2)
3. Illustrazione di Carlo Chiostri
4. Attilio Mussino


















Alla decima edizione insieme ai disegni di Mazzanti, appariranno le illustrazioni di Giuseppe Magni. Alla XVIII edizione, nel 1901 esce il Pinocchio disegnato da Carlo Chiostri (fig.3). Chiostri dà per primo un’immagine completa e definitiva al burattino di Collodi. In una delle tante edizioni illustrate dal Chiostri, in copertina, aveva fatto il suo esordio Attilio Mussino (fig.4). Mussino nell’edizione del 1911, userà il colore, allestendo delle vere e proprie scene cinematografiche; sarà, questa di Mussino, l’edizione considerata l’”edizione principe” del XX secolo. Nel 1921 un’ennesima edizione conterrà 23 disegni di Sergio Tofano. Il successo di Mussino non fu replicato e il Pinocchio di Tofano non fu più riproposto. 
Arriviamo al 1939 e anche questi sono anni duri per un personaggio come Pinocchio: la casa editrice Bemporad è stata costretta a cambiare nome in Marzocco per le leggi razziali e, per Pinocchio, i brutti tempi erano incominciati una quindicina di anni prima, quando Alberto Mottura aveva riscritto Nuove straordinarie avventure del celebre burattino (Come le narrerebbe oggi il Collodi ai Balilla d’Italia) illustrato da Filiberto Scarpelli.  Con l’avvicinarsi della seconda guerra mondiale la casa editrice Marzocco (ex Bemporad) smette di detenere i diritti esclusivi delle Avventure di Pinocchio.

mercoledì 14 novembre 2012

Natale con Andersen. La Piccola Fiammiferaia


C'era un freddo terribile, nevicava e cominciava a diventare buio; ed era la sera dell'ultimo dell'anno. Nel buio e nel freddo una povera bambina, scalza e a capo scoperto, camminava per la strada…
Se questo fosse l’inizio di una fiaba dei fratelli Grimm sapremmo che alla fine la bambina sarà felice, in un grande casa calda e, il fatto di essere all’ultima sera dell’anno, ci indicherebbe che siamo appunto vicini ad un grande cambiamento (in positivo); ma non è l’incipit di una fiaba dei Grimm ma della Piccola Fiammiferaia di Andersen.
Tra le fiabe e le filastrocche, le feste natalizie sono un periodo di una nascita che porta la rinascita in chi festeggia; è la festa attesa in particolare dai bambini. Meno attesa è da coloro che nel Natale sentono una certa tristezza: persone sole, malinconiche, artisti e filosofi, tra questi, esiste Andersen. Le sue fiabe, in genere poetiche e tristissime, non acquistano una visione più positiva e solare nei temi natalizi, anzi. Esiste l’altro, l’estraneo, il diverso anche nel contesto natalizio: la piccola fiammiferaia è fuori al freddo mentre sembra che il mondo sia al caldo di un stufa che lei riesce solo ad immaginare, come in un miraggio, alla luce di un fiammifero; ha fame mentre anatre succulente fuggono da tavole imbandite per andare verso di lei e pronti a scomparire quando il fiammifero si spegne. La piccola fiammiferaia, già povera, è derisa da un monello che le ruba una delle due pantofole: non c’è solidarietà nel mondo di Andersen nemmeno per Natale, il povero e l’emarginato lo rimangono fino alla fine, fino alla fine dell’anno, giorno in cui è ambientato l’ultimo giorno della piccola fiammiferaia. E’ l’ultimo dell’anno: da domani non soffre più. C’è la cattiveria umana, la disuguaglianza, subita dallo stesso Andersen, che anche raccontata in una fiaba, rimane cattiveria. L’uomo debole non si salva, lo salva solo la morte. La luce dell’ultimo fiammifero si confonde con la luce di Dio, della nonna morta che la chiama a sé. Per terra i passanti vedranno il corpo di una piccola bambina, Andersen non ci descrive la commozione dei passanti solamente perché non c’è, non provano compassione. «Ha voluto scaldarsi» commentò qualcuno, ma nessuno poteva sapere le belle cose che lei aveva visto, né in quale chiarore era entrata con la sua vecchia nonna, nella gioia dell'Anno Nuovo! 
Andersen non si sforza di “salvare” o perdonare chi colpisce un altro essere umano emarginandolo, Andersen scrive e non dimentica la sua giovinezza da emarginato e povero, affamato come la piccola fiammiferaia.
La Piccola Fiammiferaia di Simona Cordero
Altri suoi lavori sono visibili su
http://www.illustratori.it/SimonaCordero/




domenica 11 novembre 2012

La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci e la storia illustrata de La Bella e la Bestia



Eccoci qua. Sono Tiziana, colei alla quale Marcella ha gentilmente prestato il suo spazio in “Fiabe in Analisi”. Il tempo è passato in fretta e non mi sono resa conto che siamo già all’ultimo post de “La Galleria delle Fiabe”. Marcella ed io ci siamo trovate così, per caso, o meglio, lei ha trovato me. Mi ha molto emozionato leggere i suoi complimenti e il suo interesse verso il mio lavoro quando mi ha scritto la prima volta e anche quelle a seguire. E mi hanno molto emozionato anche i vostri commenti su “Fiabe in Analisi”. Credo sia una delle cose più belle ricevere opinioni sincere, soprattutto quando ci siamo impegnati e soprattutto se queste sono complimenti; e se uno è troppo modesto, acquista quel tocco di sicurezza in più che serve a illustratori, scrittori, e chi più ne ha più ne metta. Personalmente, a volte sono troppo modesta e questo mi porta a non capire quanto valore possa avere il mio lavoro; per fortuna col tempo ho capito che “il troppo stroppia” anche nella modestia e forse mi avete dato abbastanza sicurezza da poter provare a far pubblicare l’intera tesi “La Fiaba sulla Fiaba”; dico forse perché in realtà non sono troppo convinta di quanto sto dicendo XD Ma insomma, tentar non nuoce, no?! Marcella ha un bellissimo blog, un blog che ci ricorda che, nonostante tutto, la fiaba esiste ancora. Ci racconta come fu, com’è e come sarà. Ci racconta che raccontare (scusate il gioco di parole) sarà sempre molto importante. Il succo del discorso è che sono davvero contenta di aver fatto parte di “Fiabe in analisi” e continuerò a farne parte seguendo i post; Marcella mi ha dato questa piccola bellissima esperienza e la ringrazio di cuore, davvero tanto.

Tiziana Ricci  :)
Il titolo potrebbe far pensare, a chi di voi non la conosce, che questa fiaba possa nascondere un personaggio “bestiale”, un uomo la cui cattiveria non ha a che vedere con la bellezza e dolcezza della sua compagna, un po’ come per Barbabù. Invece, La Bella e la Bestia è, a mio parere, una delle fiabe più dolci che si conoscono. Secondo Bettehlaim (Il mondo incantato) la Bestia non ha niente di animalesco se non l’aspetto; ed è questo aspetto che ha fatto dire a molti: com’è questa Bestia? Ha le orecchie a punta? Somiglia ad un animale? È un essere strano mai visto prima? Paola Pallottino (Dall’atlante delle immagini. Note iconografiche, Nuoro, Ilisso, 1992) ci rende partecipi della sua ricerca iconografica di questa fiaba, sottolineando, appunto, quello che vi accennavo: la Bestia non viene mai descritta. Per questo molti pittori o illustratori si sono sbizzarriti nelle più svariate interpretazioni, associandolo per esempio alla figura del diavolo, per quanto concerne lo “sposo-animale”.
Fig. 1 Edmund Dulac
Fig.2 Edmund Dulac
Ad ogni modo, nella mia galleria, vi offro degli spunti. Generalmente, almeno da ciò che ho notato, la Bestia viene rappresentata sotto forma leonina. Morin ce ne dà un esempio, anche se il suo “leone” è piuttosto esile a differenza di quello che si vede di solito: una figura imponente, la criniera folta e i denti aguzzi, sempre bene in vista (figg. 5,6,7). Crane, addirittura, associa la Bestia ad un cinghiale.
Fig.3
Fig.4 
Questo però, al contrario della Bestia di Morin che sembra essere un misto tra un leone e un cane, è un cinghiale che indossa degli abiti e per di più molto eleganti (figg. 82, 84). Se con Crane e Morin incontriamo due creature selvatiche, che rappresentano la pura animalità, Rackham e Dulac, a mio parere, ci illustrano una Bastia che sembra provenire dalla mescolanza del mondo elfico, gnomico e da un che di stereotipo dell’alieno. Se osserviamo bene la raffigurazione di Dulac, l’uomo-animale che esso illustra ha comunque zampe di leone, come se la metamorfosi dovuta al maleficio si fosse interrotta, lasciando il volto sfigurato, tra l’umano e il disumano, una Bestia non del tutto Bestia.

venerdì 9 novembre 2012

Alcuni film su Pinocchio


Una scena dal film del 1911 Pinocchio di Antamoro
Il film muto di Giulio Antamoro, Pinocchio, del 1911, è stato ritrovato nel 1994 in un angolo dimenticato della Cineteca di Milano, diretta da Gianni Comencini, fratello del regista Luigi Comencini che ha firmato il famoso Pinocchio televisivo degli anni ’70. Nei panni del burattino il comico francese Guillaume, in arte Polidor, l’indimenticabile clown, con tromba e palloncini, della sequenza del tabarin nel La Dolce vita di Fellini.

Fotogramma del film di Umberto Spano (fonte: wikipedia)
Le avventure di Pinocchio è un film d'animazione del 1936, diretto dal regista Umberto Spano, con la direzione tecnica di Romolo Bacchini e Raoul Verdini. Realizzato e prodotto dalla CAIR (Cartoni Animati Italiani Roma) e distribuito dalla De Vecchi, di questo cartone animato, ispirato dal celebre romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia d'un burattino di Carlo Collodi, pare non essere rimasta traccia delle pellicole originali e gli unici reperti disponibili sono solo alcuni rari fotogrammi. Il film è considerato perduto.

Vittorio Gassman nella parte del Pescatore Verde nel Pinocchio di Gianetto Guardone

Pinocchio di Gianetto Guardone è stato girato a Viareggio nel 1947;  si avvale del contributo di grandi attori, tecnici e di semplici amatori del cinema, ricalca fedelmente la trama originale del testo di Collodi. Pinocchio è un film del 1940 diretto da Ben Sharpsteen e Hamilton Luske. È un film d'animazione americano prodotto da Walt Disney e basato sulla storia Le avventure di Pinocchio. Storia d'un burattino di Carlo Collodi. È il II Classico Disney, e venne prodotto dopo il successo di Biancaneve e i sette nani. In Italia uscì il 5 novembre 1947.

mercoledì 7 novembre 2012

Pinocchio, una "bambinata!", parola di Collodi.


"Ti mando questa bambinata… fanne quello che vuoi ma se la pubblichi, pagamela bene per invogliarmi a seguitarla". Così scriveva Carlo Lorenzini a Martini nell’inviargli la prima puntata de La storia di un burattino per essere pubblicata nel Giornale per i bambini il 7 luglio del 1881.
La “bambinata” fu pubblicata fino al XV capitolo, quando Carlo Lorenzini decide di terminare il racconto con la morte di Pinocchio, impiccato alla grande quercia. Potenza del pubblico! il poco entusiasta scrittore, dovette riprendere in mano la penna e far resuscitare il povero burattino, tanto i lettori si erano affezionati a  quell’insolito personaggio.  La storia continuò ad essere pubblicata sulla rivista con il titolo: Le avventure di Pinocchio e, per la prima volta, le vicende del burattino saranno illustrate (da Ugo Fleres). Come dire che le “avventure” iniziano con la morte. E l’inizio della trama?
C'era una volta...
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
Pinocchio di Ugo Fleres, primo
illustratore di Pinocchio.
 No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
L’incipit insolito, che contraddice le aspettative consone di una fiaba, ci dice che in Pinocchio vi è la certezza che quello che accadrà al burattino è esattamente il contrario di quello che pensa (come per i piccoli lettori che si aspettano un re come protagonista) vi è in questa fiaba il trionfo del dubbio e della curiosità come massime certezza della Conoscenza. L’autore quindi ci inganna e ci porta non in una reggia di un Re ma nella casetta di Geppetto regno della povertà e di tutto e del contrario di tutto, e quindi dove tutto è possibile: il fuoco è dipinto, come la pentola, la scala è anch’essa dipinta e non conduce in nessun luogo. E’ in questa casa che Geppetto costruirà il suo finto figlio. Forse un figlio adottivo (il legno era stato rifiutato da Mastro Ciliegia e dato a Geppetto), tanto che alcuni studiosi hanno voluto vedere in Geppetto il Giuseppe padre putativo di Gesù. La vita di Geppetto al momento è una vita finta e priva di vita, esistenza e non vita. Poi Pinocchio si butta a capofitto nella vita e ciò che lo spinge è la disubbidienza e la curiosità. Disubbidienza a quel padre che lo esorta a una vita da “bravo figliolo”; curiosità che lo catapulta in avventure sconosciute e più grandi di lui. Pinocchio prova di tutto, diventa asino e poi anche cane alla catena; gli bruceranno i piedi ma Geppetto glieli costruisce di nuovo (aiutando così il figlio a continuare a camminare, correre e disubbidire perfino a lui); verrà impiccato, sarà quasi morto; coltiverà zecchini d’oro che, inevitabilmente, non daranno frutti; finirà nello stomaco del pescecane ma non verrà digerito ma lì, dove il mondo esterno non arriva, nessuno li vede, padre e figlio si ritroveranno. E andranno d’accordo.  Giorgio Manganelli in Pinocchio: un libro prallelo (vd.post) ha detto che "i libri non sono lunghi ma larghi" e forse le Avventure di Pinocchio è uno dei più larghi: le vicende hanno un punto di partenza ma il percorso lineare viene continuamente interrotto e deviato da circostanze che allungano questo percorso: Pinocchio esce di casa per andare a scuola ma incontra il teatro di Mangiafuoco, riceve 5 monete si dirige verso casa per portarle a Geppetto ma incontra il Gatto e la Volpe e così un continuo di avvenimenti “devianti” che lo ricondurranno però al giusto ricongiungimento con il padre, forse Pinocchio adulto, e quindi di carne e anima.  

lunedì 5 novembre 2012

Una mostra su Cenerentola



Ringrazio Artekreativa per avermi segnalato che sarà allestita a Roma, dall’8 novembre fino al 31 gennaio 2013, una grande mostra internazionale, “Mille e una Cenerentola – Illustrazioni, adattamenti, oggetti consueti e desueti”, in occasione del bicentenario della raccolta di fiabe dei Fratelli Grimm.
La mostra è presso la sede della Biblioteca nazionale centrale di Roma, Viale Castro Pretorio, 105
Per il programma dettagliato, potete collegarvi al sito ufficiale della Biblioteca.


sabato 3 novembre 2012

La Galleria delle Fiabe di Tiziana Ricci. La storia illustrata di Cenerentola


Fig.1 J.E. Millais (1881)
Cenerentola è la scarpetta di cristallo. Questo, ovviamente, non è inteso in senso letterale, ma perché sono sicura che se dicessimo, a una qualunque persona, “conosci la storia di Cenerentola?”, quella risponderebbe quasi certamente “sì, è la ragazza che perde la scarpetta di cristallo”. La scarpetta di cristallo della bella Cenerentola ha fatto parlare di sé in tutto il mondo, tanto che si è voluto andare affondo sulla sua origine, per capire come mai fosse proprio di cristallo. Tutto pare nasca da un errore nella traduzione dal francese, perché, infatti, la scarpetta di cristallo nasce dai Contes. Si fece confusione tra le parole “vaire”, che indica un piccolo roditore simile all’ermellino da cui era ricavata la pelliccia per le pantofole, e “verre”, che invece significa vetro; questo è quanto dice Balzac. Ma in Fiabe (Ida Porfido), si ritiene che ciò sarebbe stato smentito da un’affermazione che sembra avere fatto lo stesso Perrault: “Pantoufle de verre”.
Fig.2 Arthur Rackham
Purtroppo non c’è la certezza di queste fonti, ma d’altronde Cendrillon non è la prima versione della fiaba della giovane che veste di stracci e che grazie a una pantofola, o scarpina che sia, trova la sua fortuna. Nelle fiabe precedenti ai Contes, infatti, la fanciulla indossa sempre delle pantofole o delle scarpette di pelliccia, come avviene per Zezzola ne La Gatta Cenerentola (Basile, Le cunto de li cunti); non si parla mai, quindi, di scarpe in vetro o in oro (nel caso dei fratelli Grimm). Altre fonti ci confermano tutto questo. In Fiabe di Ida Porfido ci viene detto che l’antenata di Cenerentola è Rodopi, una fiaba proveniente dall’Antico Egitto, citata per la prima volta da Erodoto (Storie. Libro II), che tratta la storia di una giovane schiava e cortigiana di origine Tracia, Rodopi appunto. Rodopi viene maltrattata dalle altre schiave all’insaputa del suo padrone, che invece è molto gentile con lei, tanto che, dopo averla vista ballare, ecco che (a conferma di quanto dicevamo) le fa dono di pantofole di oro rosso, attirando, ahimè, la gelosia delle altre. Un giorno, il faraone Amasis, indice una festa alla quale invita tutto il Regno, ma le schiave non permettono a Rodopi di partecipare. Quando lei si trova sola mentre fa il bucato nel fiume, Horus, sotto sembianze di falcone le ruba una pantofola portandola in grembo al faraone che subito, preso come segno divino, vuole cercarne la proprietaria. Il faraone riesce nell’impresa e sposa Rodopi. La Storia ci dice che questa fiaba nasce come spunto del matrimonio tra il faraone Amasis e la schiava Rodopi, che esisterono realmente.

venerdì 2 novembre 2012

Pinocchio: un libro parallelo, di Giorgio Manganelli

Parzialmente tratto da Parallelismi e Traduzione: il caso Manganelli 

legenda: con LP si intende il testo Libro Parallelo

Le avventure di Pinocchio – oggi – può significare due cose: il titolo del libro di Collodi, ovviamente, ma anche le peripezie che questo libro ha vissuto nel tempo e nello spazio. Da un parte ci sono, nel testo, le avventure del burattino protagonista; dall’altra, nella semiosfera, le avventure del testo stesso, che ha attraversato culture, lingue, media, arti molto diversi, restando però, in un modo o nell’altro, sempre uguale a se stesso. […]
In occasione del centenario dell’apparizione del personaggio sul Giornale per i bambini, Italo Calvino aveva provato a fornire una spiegazione testuale interna della straordinaria fortuna dell’opera di Collodi: Il segreto di questo libro, in cui sembra che nulla sia calcolato, che la trama sia decisa volta per volta a ogni puntata di quel settimanale […], sta nella necessità interna del suo ritmo, della sua sintassi d’immagini e metamorfosi, che fa sì che un episodio deva seguire un altro in una concatenazione propulsiva. (Calvino 1981, p. 803)
Questo ritmo narrativo efficace, secondo Calvino, è la ragione delle due grandi caratteristiche del libro che ne hanno garantito “la fama estesa a tutto il pianeta e a tutti gli idiomi”, nonché “la capacità di sopravvivere indenne ai mutamenti del gusto, delle mode, del linguaggio, del costume senza mai conoscere periodi d’eclisse e d’oblio” (id., p. 801). La prima caratteristica de Le avventure di Pinocchio è per Calvino quella di possedere un enorme “potere genetico”, tale per cui il romanzo di Collodi è diventato più o meno consapevolmente un modello per qualsiasi narrazione e, addirittura, per qualsiasi forma di scrittura (“dato che questo è il primo libro che tutti incontrano dopo l’‘abbecedario’ (o prima)”, id., p. 803). La sua seconda caratteristica sta invece nella capacità “d’offrirsi alla perpetua collaborazione del lettore, per essere analizzato e chiosato e smontato e rimontato, operazioni sempre utili se compiute rispettando il testo e solo quello che c’è scritto” (id., p. 804). Si spiega così l’infinito proliferare di testi intorno a Pinocchio […]
C’è però un testo, dice Calvino, che riesce a mescolare sapientemente pinocchiesco e pinocchiologia, essendo al tempo stesso una scrittura e una lettura, una riscrittura e un commento, una nuova narrazione intorno al personaggio e un’ennesima interpretazione del libro che lo contiene. Si tratta di Pinocchio: un libro parallelo di Giorgio Manganelli (1977): “l’uso più appropriato [di Pinocchio] – scrive allora Calvino (id., p. 804) – è quello che ne ha fatto Manganelli […] scrivendoci un libro sopra (letteralmente) senza cancellare il libro che c’è sotto”.
[…]
… osserviamo che un autore che s’è accanitamente occupato sia di menzogna sia di Pinocchio non associa mai le due cose, per il semplice motivo che dal suo punto di vista Pinocchio non è affatto l’eroe eponimo della bugia. E nelle centosettantadue pagine di LP infatti, quando si parlerà di menzogna, non la si attribuirà mai al burattino ma semmai alla fata dai capelli turchini: è lei che, se pure a fini pedagogici, propina al burattino una triste sequela di inverosimili menzogne, non il burattino stesso, impegnato in faccende e problemi di tutt’altro tipo. Ecco già una prima, manganelliana inversione del senso comune, appartenente a una lunga serie che in LP ci abitueremo presto a riconoscere. In secondo luogo, va ricordato che prima di LP Manganelli aveva scritto due brevi articoli su Pinocchio, nei quali si fornisce una precisa interpretazione del libro di Collodi, la quale riecheggia in parte nel libro del ’77.